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La rottura di Francesco

Articolo di Leonardo Boff (Sole 16.3.14)

“”Un papa che, venuto dalla periferia del mondo, dall’esterno della vecchia cristianità europea, tra la sorpresa generale sceglie il nome di Francesco, vuol dare anche solo con il nome un messaggio a tutti. Il messaggio è: d’ora in avanti si sperimenterà un modo nuovo di esercitare il papato, spogliato dei titoli e dei simboli di potere, e si darà rilievo a una chiesa ispirata alla vita e all’esempio di san Francesco d’Assisi: nella povertà, nella semplicità, nell’umiltà, nella fraternità fra tutti, incluse le creature della natura e la stessa «sora matre Terra». 
È un progetto coraggioso ma necessario, dal momento che corrisponde meglio alla Tradizione di Gesù e alle esigenze evangeliche, e risponde alle domande di un mondo globalizzato all’interno del quale la chiesa dovrà trovare, umilmente e senza privilegi, il proprio posto a fianco e insieme ad altre chiese, religioni e cammini spirituali. 
Le riflessioni che seguono, in questo libro, cercano di avvicinare due figure che si rivelano straordinarie: Francesco d’Assisi e Francesco di Roma. Sicuramente la Chiesa cattolica romana non sarà mai più la stessa. È molto probabile che papa Francesco stia inaugurando una nuova serie di papi provenienti dalle nuove chiese di Africa, Asia e America Latina. Fino ad oggi queste ultime sono state chiese-specchio di quelle europee. Con il tempo si trasformeranno in chiese-fonti con un proprio modo di vivere la fede, frutto del dialogo e dell’incarnazione nelle culture locali. In fin dei conti, appena il 24 per cento dei cattolici vive in Europa; gli altri, la grande maggioranza, vivono nel cosiddetto Terzo o Quarto Mondo. Oggi il cristianesimo è una religione del Terzo Mondo, benché nel passato sia nata nel Primo. (…) 
La parola rottura è la più adeguata per capire la novità che papa Francesco rappresenta. Tale parola non è stata bene accolta dai papi precedenti, che al contrario l’hanno evitata e perfino combattuta, sottolineando piuttosto la continuità del magistero pontificio tra il Concilio Vaticano I (1869-1870) e il Concilio Vaticano II (1962-1965). Occorre riconoscere, però, che tale insistenza non si giustifica di fronte a fatti che tutti possono verificare. 
È chiaro che l’immagine della chiesa di Giovanni XXIII (1881-1963), chiamato «il papa buono», aperta al dialogo senza restrizioni di tipo religioso o ideologico, era molto diversa da quella di Pio IX (1792-1878) con le sue condanne nei confronti della democrazia (chiamata «delirio della mente») e delle libertà moderne (vedi il Syllabus e Quanta cura) e l’assenza di qualsiasi apertura verso la modernità. All’improvviso, quasi d’incanto, sulla scena della storia irrompe papa Francesco, che viene dall’Argentina, un paese alla periferia del mondo, lontano dalle tensioni della chiesa romana ed eurocentrica. Egli non assume gli abiti convenzionali del papato, al contrario intenzionalmente li allontana. Inaugura l’«inedito viabile» di cui ha spesso parlato Paulo Freire, e instaura una rottura portatrice di novità. La chiesa non si sente una fortezza accerchiata da nemici da tutte le parti, ma una casa con finestre e porte aperte per accogliere tutti. Francesco afferma con grande coraggio: «Quanti si avvicinano alla chiesa trovino le porte aperte e non dei controllori della fede»; «Preferisco una chiesa incidentata a una chiesa malata per la sua chiusura». Vuole una chiesa di tutti e per tutti, in modo particolare per coloro che vivono nelle «periferie esistenziali», cioè i vulnerabili e i crocifissi della storia.
Per valutare questo sorprendente, necessario e provvidenziale cambiamento di direzione, non c’è niente di meglio che tracciare brevemente i limiti del modello precedente di chiesa, in gran parte ancora in vigore. L’esempio di papa Francesco, di umiltà, semplicità, spogliamento, apertura, significherà per molti una vera crisi. Quest’ultima, come un crogiolo, servirà a purificare le persone, a cominciare da cardinali, vescovi, preti, religiosi e religiose, movimenti ecclesiali e laici, uomini e donne che si sentono attratti dal carisma del nuovo papa e sfidati a seguire il suo esempio.
Una crisi in cui parla chiaro la Tradizione di Gesù, più originaria di quelle minori che sono salite sulla barca di Pietro e le hanno impedito di muoversi nel mare agitato del mondo. La libertà di spirito che Francesco dimostra soffierà sulle vele spiegate della barca del pescatore di Galilea per affrontare le tempeste che minacciano di abbattersi sull’umanità e favorire, invece, una navigazione sicura e felice. Si applicano bene alla chiesa attuale i versi di Camões nei Lusiadi: Dopo procellosa tempesta, / oscura notte e sibilante vento, / porta il mattino serena luce, / speranza di porto e di salvezza.””

Fonte

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