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La Sala delle donne alla Camera, storia di una lotta per entrare nel Palazzo

Articolo di Filippo Ceccarelli (Repubblica 15.7.16)

“”Le cose accadono, anche a Montecitorio, ma bisogna accompagnarle. Con le parole (la circolare sul linguaggio di genere negli atti parlamentari),con i gesti e i simboli (il drappo contro il femminicidio esposto dalle finestre del Palazzo),con la relazione (la nascita di un intergruppo femminile),e ora anche con i luoghi. Ieri la presidente della Camera Laura Boldrini ha inaugurato, sul modello del Parlamento di Stoccolma, la Sala delle donne, ricavata da un largo corridoio fuori della Sala della Regina, al termine di una vasta schiera di busti tutti maschili. Un segno dei tempi. Tre pareti di foto in cornice d’oro. Ci sono le prime 21 deputate elette alla Costituente; le prime sindache, una in costume regionale sardo, ritratte nel contesto di un’Italia impoverita dalla guerra: arredi sommari, fili penzolanti, tovagliette lise. Ecco poi la prima presidente dell’Assemblea, Nilde Iotti; la prima ministra, Tina Anselmi; la prima presidente di regione, Anna Nenna D’Antonio, abruzzese. Viste con gli occhi di oggi, trasmettono tutte una virtù abbastanza perduta, o sacrificata sull’altare della telegenia: l’autenticità. Nel loro sguardo la luce, anch’essa estinta, degli ideali; e quel genere di rassegnato coraggio che portò Angela Guidi Cingolani, dc, a dire: «Peggio di quello che nel passato sono riusciti a fare gli uomini, le donne certamente non potranno fare mai».
Foto vaporosa, un po’ da diva anni 30, quella della baronessa siciliana Ottavia Penna. Il fatto che 30 parlamentari dell’Uomo qualunque avessero riversato i loro voti su di lei come presidente della Repubblica fu considerato uno scherzo. Non solo, ma per questo scherzo si temeva che De Nicola potesse rinunciare alla designazione. In realtà, c’era una storia drammatica dietro la sua elezione, osteggiata tanto dal vescovo di Caltagirone quanto dalla stessa madre.
La comunista Maria Maddalena Rossi, di professione chimica, si affaccia in chiaroscuro. Attorno a lei si consumò un triste apologo, forse il peccato originale della Repubblica. Indicata da un primitivo intergruppo femmninile come sottosegretaria, non se ne fece nulla perché ogni partito a quel punto voleva la sua donna nel governo, ma così sarebbero saltati tutti gli equilibri faticosamente raggiunti dagli uomini. Un archeo- gossip vuole che il marito, dottor Semproni, se la prese con il Pci perché prima avrebbe dovuto chiedere a lui.
Inutile far finta di niente. Anche a Montecitorio si è combattuto un conflitto tanto profondo e radicato quanto sommerso e ignorato: quello tra maschi e femmine. Per gli uomini, grosso modo, le donne dovevano stare zitte. Esiste una copiosa casistica di «silenziatori», ognuno il suo stile. Da Andreotti che contro la radicale Adele Faccio citò l’Aiace di Sofocle: ma lei rispose che essendo nella tragedia la donna tacitata una schiava, Tecmessa, non solo lei non era una schiava, ma lui non era Aiace. Fino al baffuto Pippo Gianni che nel 2005 se ne uscì: «Le donne non devono scassare la minchia». Salvo sfilare qualche anno dopo in passerelle come indossatore di moda maschile, e «Cafonal» lo immortalò pure nel lezioso gesto di togliersi la giacca.
Poche ma buone tante altre, non necessariamente qualificate come tigri, giaguare o pitonesse. La socialista Lina Merlin portò le prostitute in visita in Parlamento, a testa alta tra le risatine; ed Emma Bonino, in un’iniziativa poltiica andò a dormire tra Palazzo Chigi e Montecitorio con il sacco pelo.
Iotti si prese il lusso di rifiutare la nomina a senatrice a vita e tolse la parola a Berlinguer. Così come, alle prese con la più vasta congrega di bugiardi d’epoca repubblicana, come presidente della commissione P2 così Anselmi rispose tirando un pugno sul tavolo a un capo democristiano che insisteva a perorare la causa di Marcinkus: «Di certo non ho fatto la Resistenza per finire la carriera coprendo le malefatte di qualche monsignore!».
Scomparse ormai le culture politiche, c’è da chiedersi se non sia stato proprio questo perenne, ma negato incontro-scontro ad aver offerto alle donne la ragione, la forza e l’autorevolezza di un nuovo protagonismo. Invece che foto, la quarta parete della Sala ospita tre specchi. Sono le tre cariche – Quirinale, Palazzo Chigi e presidenza del Senato – dove non è ancora stata ancora eletta una donna. Diversi selfie ieri. Ennesimo segno dei tempi.””

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