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La segregazione di genere è apartheid

A Roma, presso la Casa internazionale delle donne, il Convegno internazionale “Libertà delle donne nel XXI secolo. Pensieri e pratiche oltre i fondamentalismi”. All’incontro partecipa (oltre alla nostra redattrice Cinzia Sciuto e a molte altre esperte), Maryam Namazie (attivista iraniana residente in Inghilterra, portavoce del Consiglio degli ex musulmani britannici, di Fitnah-Movimento per la liberazione delle donne e della campagna One Law for All contro la diffusione della sharia nel Regno Unito) della quale MicroMega propone al lettore italiano un articolo sulla segregazione di genere pubblicato il 19 ottobre scorso su http://freethinker.co.uk.

di Maryam Namazie

La segregazione era umiliante. La semplice presenza di simboli che dicevano che non potevi usare l’entrata principale o che non potevi usare questa o quella fontanella implicava che eri subumano… Ogni volta che rispettavo uno di questi simboli mi sentivo come se avessi accettato la mia inumanità. Mi sentivo oltraggiata e lo odiavo.
Diane Nash, una delle leader del Movimento per i diritti civili degli anni Sessanta
Quando, nel 1980, dopo la presa del potere in Iran da parte di un regime islamico, Hezbollah venne nella mia scuola e divise le ragazze dai ragazzi, ricordo che mi chiesi cosa ci fosse di così sbagliato in me da dover essere separata dai miei amici maschi.

All’epoca avevo solo 12 anni.
Imparai presto che la segregazione era una «necessità» perché le ragazze con più di nove anni (considerata l’età della maturità) sono «fonti di fitnah», «tentazioni che incitano la lussuria degli uomini» conducendo infine all’adulterio (Zina). E questa segregazione di genere «protegge» la società dal «decadimento morale» e dall’«anarchia sessuale».
Meglio essere segregate, mi dissero, piuttosto che lapidate a morte per adulterio.

Ho quindi esultato quando una Corte d’Appello ha stabilito che la segregazione di genere attuata nella scuola Al-Hijrah di  Birmingham – e riguardante aule, corridoi, aree di gioco, gite e club scolastici – era discriminatoria.
Dato l’aumento della segregazione di genere in scuole e università di questo paese (inclusa la Rabia School di Luton, la Madani di Leicester, la London School of Economics, la Queen Mary University di Londra, così come le scuole ebree ortodosse) la decisione epocale dovrebbe avere effetti di vasta portata a favore dei diritti delle donne che fanno parte di minoranze e in particolare delle ragazze. La decisione rappresenta anche una vittoria contro il diritto religioso che usa la religione nel sistema educativo per controllare donne e ragazze.

Fondamento della segregazione di genere (così come del velo, del divieto fatto alle donne di cantare, del divieto di stringere loro la mano e così via) è l’idea che il posto di donne e ragazze sia a casa, che donne e ragazze valgano meno di un uomo o di un ragazzo e che mischiarsi con loro conduca alla «corruzione».

In Bas les Voiles, Chahdortt Djavan sostiene che il danno psicologico inflitto alle ragazze fin dalla più tenera età rendendole responsabili dell’eccitazione maschile è immenso e determina paura e sentimenti di disgusto verso il corpo femminile.
Sayyid Maududi, fondatore di Jama’at-i Islami (i salafiti dell’Asia meridionale che gestiscono alcune moschee, scuole e tribunali della sharia qui in Gran Bretagna), spiega perché la segregazione è importante nel suo libro Purdah and the Status of Women in Islam: «Agli occhi della legge, l’adulterio è solo quello che implica unione fisica, ma dal punto di vista morale ogni cattiva inclinazione verso un membro del sesso opposto al di fuori del matrimonio è adulterio. Quindi godere della bellezza di un’altra donna attraverso gli occhi, della dolcezza della sua voce attraverso le orecchie, trarre piacere dalla lingua conversando con lei, e tornare con i propri piedi più e più volte sulla sua strada, sono tutti preliminari di adulterio, anzi, sono adulterio essi stessi».

I tribunali della sharia qui in Gran Bretagna rafforzano questo punto di vista. Per esempio Haitham al-Haddad, che fino a tempi recenti è stato giudice della sharia presso il consiglio della sharia di Leyton e che ha testimoniato davanti alla Commissione Affari interni nell’ambito dell’indagine sui consigli della sharia (che tra l’altro è stata chiusa senza fare rumore e senza nessun risultato), della segregazione di genere dice: «È sconcertante il fatto che un gran numero di musulmani chiuda un occhio sugli innumerevoli casi nella legge islamica e nella giurisprudenza che regolano le relazioni tra uomini e donne, in particolare minimizzando ikhtilāt (il mescolamento) tra i sessi. Il Profeta (sallAllāhu ‘alayhi wasallam) ha detto “Non sto lasciando ai posteri una prova più dannosa per gli uomini che per le donne”».

Coloro che sostengono la segregazione di genere come «separati ma uguali» ignorano la realtà che donne e uomini non sono uguali in nessun senso. In realtà, «una è confinata mentre l’altro è libero».

I relativisti culturali, che non sosterrebbero mai la disuguaglianza tra uomini e donne non appartenenti a minoranze né la segregazione basata sulla razza, giustificano la segregazione di genere perché, dicono, è «volontaria», è una «scelta». A parte il fatto che gli islamisti usano il linguaggio dei diritti per limitare i diritti stessi, è ovvio che donne e ragazze possono sedere dove vogliono. «Ciò che è discriminatorio», dice la sociologa algerina Marieme Helie Lucas, «è assegnare uno spazio a qualcuno, qualunque sia questo spazio. Significa: stai al tuo posto, il posto delle donne!».

Nella sua testimonianza alla Corte d’Appello, Pragna Patel, direttrice del Southall Black Sisters, ha detto: «L’impatto della segregazione è dannoso per le ragazze perché il suo scopo non è promuovere l’eguaglianza di genere ma rinforzare spazi differenti – privato e pubblico – che uomini e donne devono occupare, e i rispettivi ruoli stereotipati che conferiscono loro status diversi e ineguali».

In un articolo intitolato «Education and the Muslim Girl», Saeeda Khanum cita un’intervista con Liaqat Hussein, del consiglio per le moschee, che mostra il vero scopo della segregazione di genere: «La lotta, ha detto, è tra l’islam e l’empietà, che nelle scuole prende la forma della coeducazione, della teoria di Darwin, dell’emancipazione femminile e delle ragazze musulmane che scappano con ragazzi non musulmani. Non c’è libertà nella religione. Devi addomesticarti a una disciplina. Noi vogliamo che i nostri bambini siano buoni musulmani, mentre questa società vuole che i bambini siano indipendenti nel loro pensiero».

Per ora però celebriamo questa importante decisione della Corte d’Appello. Come ha detto Pragna Patel: «Accogliamo veramente con gioia la sentenza e il riconoscimento che la segregazione di genere può essere illegale e discriminatoria, specialmente in contesti in cui è legata all’aumento di norme religiose fondamentaliste e conservatrici. Da oltre tre decenni vediamo come le forze religiose regressive hanno preso di mira scuole e università come mezzo per controllare la sessualità femminile nelle comunità di minoranza. L’imposizione della segregazione di genere, di codici di abbigliamento e delle leggi della sharia sono solo alcuni degli strumenti attraverso i quali la disuguaglianza di genere è legittimata e promossa, nonostante le serie e dannose conseguenze. Questa sentenza è un vitale passo avanti nei nostri sforzi per far sì che le corti e i corpi dello Stato tengano in considerazione la realtà della misoginia e degli stereotipi di genere che sono promossi nelle nostre scuole e università in nome della libertà religiosa e culturale. Siamo felici che la Corte l’abbia capito e abbia sostenuto il principio di uguaglianza».

(traduzione di Ingrid Colanicchia)

(22 ottobre 2017)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-segregazione-di-genere-e-apartheid/

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