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La sfida del tempo

Due articoli sui cambiamenti dell’orario di lavoro in Germania (Repubblica 7.2.18) LEGGI DI SEGUITO

“La nuova frontiera tra fabbrica e famiglia” Articolo di Tonia Mastrobuoni

“”La possibilità di lavorare 28 ore a settimana al posto delle canoniche 35 è una conquista che si inserisce perfettamente nella tendenza generale a concedere più tempo libero, persino a proteggerlo, che si osserva in Germania da anni. E’ una battaglia del sindacato, ma è un diritto riconosciuto anche da parte di molte aziende: si pensi alle regole introdotte anni fa da colossi come Daimler o Deutsche Telekom perché i dipendenti non fossero disturbati nelle ore libere. Inoltre, concedere una maggiore flessibilità nella scelta delle ore lavorative è, per milioni di persone, fotografare la realtà. In un mondo perennemente connesso, è utopico pensare che si smetta di controllare le mail una volta spento il computer in ufficio. O che il mondo si fermi alle cinque di pomeriggio.
L’accordo di ieri, infatti, introduce una maggiore flessibilità anche verso l’alto: le aziende potranno sfruttare una quota maggiore di lavoratori disposti ad allungare l’orario fino a 40 ore alla settimana.
Certo, la riduzione dell’orario di lavoro è anche un lusso che si può permettere un settore in rapidissima trasformazione come quello metalmeccanico che approfitterà più di altri della robotizzazione galoppante dell’economia. Inoltre, negli esuberi annunciati da colossi come Siemens e Deutsche Bank, qualcuno comincia a vedere la conferma che la digitalizzazione potrebbe spazzare via più posti di lavoro di quanti non ne crei.
Ma un altro dettaglio del rinnovo dei metalmeccanici che colpisce è il riconoscimento, a chi abbia un bambino piccolo o un parente da accudire o svolga un mestiere usurante, di una seconda possibilità di scelta. Quella di accettare il bonus estivo del 27,5% dello stipendio che scatterà dal prossimo anno, oppure otto giorni di ferie in più.
Anche questa è una conquista di civiltà che potrebbe fare scuola.
Forse l’esperimento più interessante, in questo senso, è l’intesa contenuta nell’ultimo rinnovo dei ferrovieri. Anche perché si riesce già a misurarne gli effetti. E sono sorprendenti.
Da quest’anno ai dipendenti della Deutsche Bahn è stata lasciata la possibilità di scegliere tra un aumento del 2,6% in busta paga, la riduzione dell’orario settimanale o l’aggiunta di sei giorni di ferie. E la notizia è che il 56% ha scelto quest’ultima.””

“La sfida del tempo. Orario, la rivoluzione che invidiamo a Berlino” di Marco Ruffolo

“”Ventotto ore di lavoro a settimana invece di trentacinque, e sarà possibile trovare il tempo per crescere i propri bambini, assistere i genitori malati o più semplicemente riposarsi se il lavoro è usurante. L’accordo firmato ieri in Germania tra il sindacato dei metalmeccanici e le imprese del Baden-Wuerttemberg, sia pure limitato a un periodo massimo di due anni, da riutilizzare però nel corso della carriera lavorativa, si profila come una svolta storica nelle relazioni industriali, e potrebbe fare da apripista per molte altre vertenze, non solo tedesche. Per la prima volta, in una delle regioni più industrializzate d’Europa, il land che ospita gli impianti di Porsche e Daimler, la flessibilità dell’orario non scatta per rispondere alle esigenze delle aziende, ma per venire incontro ai bisogni di 900 mila lavoratori, che presto diventeranno 3,9 milioni, ossia i metalmeccanici e gli elettrici di tutta la Germania.
Sono i bisogni di una più equa distribuzione del tempo tra lavoro e famiglia, di una flessibilità più a misura d’uomo.
Flessibilità dell’orario in basso, ma anche in alto: alle imprese sarà consentito proporre ai propri operai l’aumento da 35 a 40 ore. Resta chiaro che in entrambi i casi, la scelta del lavoratore è assolutamente volontaria.
Meno orario, di norma, fa rima con meno salario. Ed effettivamente chi sceglierà la settimana corta non avrà la stessa retribuzione di chi resta a 35 ore. Tuttavia godrà di compensazioni in busta paga e avrà diritto a otto giorni di ferie in più. Ma la svolta tedesca non riguarda solo la riduzione dell’orario. L’Ig Metal è riuscito a strappare per tutti un aumento salariale del 4,3%, che è più di due volte e mezzo l’inflazione tedesca, ferma all’1,6%. Anzi, inizialmente puntava addirittura ad un incremento del 6,8. Questo è un fatto che sul piano economico potrebbe avere un peso specifico ancora più rilevante della settimana corta. E non solo per la Germania. Per anni la priorità del sindacato tedesco è stata la difesa e la creazione di posti di lavoro, accompagnate da una stringente moderazione salariale.
Moderazione che è proseguita anche di fronte all’aumento della produttività, tanto da dare alle imprese tedesche un enorme vantaggio competitivo nei confronti degli altri Paesi europei. Oggi i lavoratori tedeschi hanno invece deciso di riappropriarsi di quella parte di prodotto lordo che hanno contribuito a creare. E questo potrebbe essere il primo segnale che si vuol spingere sul pedale della redistribuzione, dopo il boom della produzione, e che quindi la Germania è più attenta di prima a sostenere i consumi interni. Un segnale indubbiamente positivo per l’intera Europa, soprattutto dopo i ripetuti e inascoltati appelli di Mario Draghi ad aumentare le retribuzioni.
Ma far salire i salari e accorciare l’orario è impresa che si possono permettere solo i tedeschi? Un accordo del genere sarebbe possibile anche in Italia? La Cgil non ha dubbi. «L’aumento del 4,3% – commenta Susanna Camusso – mi pare un risultato significativo che possiamo subito diffondere anche in Italia, in questa stagione in cui i salari devono crescere. La novità importante è anche il fatto che la flessibilità dell’orario viene vissuta in ragione delle esigenze dei lavoratori e non solo secondo quelle della produzione».
L’economista Enrico Giovannini invita alla prudenza: «Un’intesa del genere potrebbe applicarsi solo ad alcuni settori tra i più produttivi. Non dimentichiamo che l’accordo tedesco riguarda grandi imprese tra le più avanzate tecnologicamente.
Ci sono da noi ampi settori ancora poco produttivi e con la presenza di imprese troppo piccole».””

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