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La sfida delle startup cinesi all'Occidente sul mercato dell'auto

C’è molta tecnologia cinese anche nell’industria dell’automobile, merito di una schiera di startup – Faraday Future, Byton, Xpeng, Lvchi Auto, solo per citarne alcune – che sviluppano software e servizi per la mobilità e si mettono in diretta competizione con le rivali occidentali. Il loro vantaggio, come ha fatto notare in un commento il Financial Times, è di essere aziende giovani, nate nell’era in cui l’automobile è sinonimo di “device smart”, alimentazione elettrica e condivisione.

Sono anche aziende attive nel più grande mercato dell’automobile con 28 milioni di auto vendute nel 2017, il terzo del totale mondiale: si trovano nel posto giusto al momento giusto. L’accesso al capitale aiuta nelle inevitabili difficoltà di una sfida globale: Faraday (cinese ma con sede negli Usa) ha dovuto mettere in stand-by la realizzazione di una fabbrica in Nevada per la sua FF91, la concept car a batteria da oltre 1.000 cavalli presentata oltre un anno fa, ma il recente intervento di un investitore di Honk Kong, pronto a spendere 1 miliardo e mezzo di dollari, proverà a rimettere in carreggiata la startup e a ridare linfa al suo sogno di competere con Tesla.

Sfida agli Stati Uniti

Le rivali americane sono l’obiettivo da raggiungere e superare, a colpi di sviluppo tecnologico e infusioni di capitali. A volte lo sviluppo hitech prende la forma di un travaso di conoscenze da top manager e sviluppatori formatisi in Occidente: la cinese Byton, specializzata in veicoli elettrici premium, ha tra i fondatori Daniel Kirchert, ex Bmw, e ha stretto una partnership con l’americana Aurora Innovation, specializzata nelle tecnologie driverless.

A sua volta Didi Chuxing, l’equivalente di Uber in Cina, ha assunto ex ingegneri di Google e Uber per lavorare sulle tecnologie della guida autonoma. Didi, operatore del ride hailing ha già la più grande flotta elettrica al mondo con oltre 260.000 mezzi per il suo servizio di taxi privati, ma l’idea è di alzare l’asticella della competizione: per questo ha lanciato una piattaforma tecnologica per il car sharing di nuova generazione basato sull’uso dell’intelligenza artificiale; al suo fianco ha già 12 case automobilistiche, tra cui la cinese Geely (proprietaria dei marchi  Volvo e McLaren) e l’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, ma presto saranno coinvolte società assicuratrici, gestori delle strade, reti commerciali dei servizi di ricarica, concessionari per la vendita delle auto.

La leadership di Baidu sull’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è uno dei principali terreni di scontro: qui la leader della Tigre asiatica si chiama Baidu, definita la “Google cinese” perché gestisce in Cina il motore di ricerca più diffuso ed è specialista dello sviluppo software e dell’intelligenza artificiale, vero cuore del driverless. Per diventare il fornitore numero uno delle tecnologie per la guida autonoma Baidu ha raccolto la sua offerta su una piattaforma aperta chiamata Apollo: dai costruttori tradizionali alle startup dei servizi qui si accede a soluzioni per la mobilità intelligente, connessa e driverless.

Shanghai chiama Italia

In Cina lo sviluppo tecnologico si fa anche nell’E-Business Park di Huaxin di Shanghai: qui ha sede il costruttore innovativo Lvchi Auto, che ha messo in cantiere Venere, berlina di lusso 100% elettrica con prestazioni da super car. La startup cinese non farà tutto da sola: Venere sarà costruita in 500 unità in Italia (nel 2019 o 2020) col contributo degli ingegneri e degli stilisti dell’Istituto i.DE.a. di Moncalieri, che dal 1978 opera nell’automotive mondiale con una specializzazione in modelleria, design e prototipi. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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