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La sfida dell'Europa a Trump sulle sanzioni all'Iran: “Il commercio non si ferma”

Il tentativo del presidente americano, Donald Trump, di isolare il regime iraniano un primo risultato l’ha già messo a segno: poche ore dopo il ripristino della prima tornata di sanzioni contro Teheran, il gruppo automobilistico tedesco Daimler AG ha congelato il piano per la costruzione di camion Mercedes Benz in Iran.

Sono scattate nella notte americana le sanzioni reimposte da Washington e che erano state levate all’Iran dopo l’accordo sul nucleare del 2015: Trump ha assicurato che le misure punitive gioveranno alla “pace mondiale” e ha messo in guardia “chiunque faccia affari con l’Iran” perché “non li potrà fare con gli Stati Uniti”.

Immediata la replica a distanza dell’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Federica Mogherini: tra i protagonisti della firma dell’accordo del 2015 con il quale Teheran rinunciò al nucleare, il capo della diplomazia europea ha difeso con forza la necessità di incrementare gli scambi con l’Iran. E l’Ue cerca concretamente di salvare l’accordo: da oggi infatti entrano in vigore una serie di misure volute proprio da Bruxelles per limitare l’impatto delle sanzioni americane e proteggere le aziende europee che fanno affari con Teheran.

Le aziende colpite dalle sanzioni di Trump

Le sanzioni di Washington riguardano le aziende che operano nei settori della commercializzazione del dollaro, dell’oro, di software per la gestione di processi industriali e di diversi minerali come grafite, metalli grezzi e carbone. “Sono le più forti mai imposte, e a novembre raggiungeranno un altro livello. Chiedo la pace nel mondo, niente di meno!”, ha ‘twittato’ Trump di buon mattino.

Il presidente americano ha concesso dai tre ai sei mesi alle aziende che operano nel Paese per ritirare i propri investimenti se non vogliono subire misure punitive che ne limitino l’accesso al mercato statunitense. Il ripristino delle misure punitive cerca di isolare economicamente l’esecutivo iraniano, che da settimane deve fare i conti con l’aumento delle proteste contro il carovita, e punta a costringe le imprese straniere a chiudere le loro attività. Ma allo stesso tempo rischia di approfondire il divario tra gli Stati Uniti e l’Unione europea, perché interessa una serie di aziende che dopo la firma dell’accordo avevano iniziato a investire nel Paese.

L’Italia tra i paesi che rischia di più

Con 5 miliardi di euro di interscambio all’anno, l’Italia è tra i Paesi Ue che rischia di più. Da Wellington, in Nuova Zelanda, Mogherini ha difeso con forza l’accordo del 2015 e la necessità di continuare a fare affari con Teheran. “Stiamo facendo del nostro meglio per mantenere l’Iran nell’accordo e per preservare i benefici economici che questo porta al popolo iraniano perché crediamo che questo sia nell’interesse della sicurezza non solo della nostra regione, ma anche del mondo”, ha sottolineato.

“Permettetemi di dirlo in modo molto chiaro: stiamo parlando di relazioni economiche e commerciali con l’Iran, perché sono parte integrante dell’accordo nucleare”, ha detto nel corso della conferenza stampa con il ministro degli Esteri neozelandese, Winston Peters. “Il commercio dell’UE con l’Iran, rispetto a quello con il resto del mondo, è molto limitato, ma è un aspetto fondamentale del diritto dell’Iran ad avere un vantaggio economico in cambio dell’aver rispettato tutti i suoi impegni nucleari”.

Anche Londra prende le distanze da Washington 

“L’accordo ha due parti: Teheran rinuncia al suo programma nucleare e la comunità internazionale stabilisce relazioni economiche e commerciali con l’Iran. Bisogna mantenere questo secondo pilastro, se vogliamo che il primo rimanga” in piedi. E ha ricordato come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica abbia verificato che l’Iran rispetta i suoi impegni. Molto critica con Washington anche Mosca dove il ministero degli Esteri si è detto “profondamente deluso” per il ripristino delle sanzioni e ha confermato che la Russia e gli altri partecipanti del cosiddetto Piano d’azione congiunto globale (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Germania e Unione europea) stanno elaborando soluzioni collettive per ampliare la cooperazione con l’Iran: “La comunità internazionale non deve permettere che risultati cosi’ significativi della diplomazia multilaterale siano sacrificati alle aspirazioni americane”.

Anche il governo di Londra ha preso le distanze da Washington. Entro 180 giorni, vale a dire alla mezzanotte del 4-5 novembre, entrerà in vigore il secondo round di sanzioni, che riguarderanno il settore bancario e quello petrolifero: in particolare il divieto di transazioni finanziarie con la Banca centrale dell’Iran e di vendita di petrolio, uno delle principali fonti di valuta estera. Nel frattempo, per contrastare gli effetti delle sanzioni statunitensi, partono le contromisure europee: entra in vigore da oggi lo “Statuto di blocco” aggiornato, che consentirà agli operatori dell’Unione di ottenere anche il risarcimento degli eventuali danni subiti. 

Le aziende che potrebbero lasciare l’Iran dopo le sanzioni Usa

L’ultimo ad annunciare il ritiro dall’Iran, in seguito alla reintroduzione delle sanzioni da parte del presidente americano, Donald Trump, è stato il gruppo automobilistico tedesco Daimler. La prima ad abbandonare Teheran era stata a metà luglio la francese Total. Sono due tra i giganti dell’economia occidentale che hanno rinunciato a commesse da miliardi di dollari per il timore di finire in mezzo al duello Washington-Teheran e perdere il mercato americano, molto più prezioso rispetto all’espansione nella Repubblica islamica.

Il gruppo Total aveva siglato un contratto in Iran da un miliardo di dollari per sviluppare, in collaborazione con la società petrolifera cinese Cnpc, la fase 11 del giacimento di gas di Pars Sud. 

A seguire le orme del gigante petrolifero è stato il gruppo danese per i trasporti marittimi Maersk. “Abbiamo definito le priorità americane rispetto a quelle iraniane e quindi abbiamo deciso di non trasportare più il petrolio dall’Iran”, ha fatto sapere l’azienda. 

Tra i francesi, oltre alla Total, ha fatto un passo indietro anche il costruttore di automobili Peugeot (Psa), in attesa di ottenere un'”esenzione” dagli Usa, pur avendo venduto nell’ultimo anno 44 mila vetture e stretto un accordo con l’iraniana Khodro per produrre auto Citroen nel Paese. 

L’americana General Electric, con il suo ramo locale Baker Hughes, dal 2016 aveva conseguito in Iran un utile di 35 milioni di dollari. L’amministrazione Trump ha già revocato l’autorizzazione a operare in Iran a entrambe le società. L’interruzione entrerà in vigore a novembre. 

Il gruppo americano industriale Honeywell -che aveva raccolto utili per 110 milioni di dollari in Iran dal 2016- ha interrotto il piano, compresa la partnership con l’azienda iraniana Tabriz Petrochemical. 

Il gigante americano dei cieli, Boeing, aveva invece siglato contratti con le compagnie iraniane per 20 miliardi di dollari ma ha già annunciato che non consegnerà alcun velivolo e che recederà dai tutti gli impegni presi, a causa delle sanzioni imposte. 

Anche Luk Oil, la più grande compagnia petrolifera russa, aveva annunciato il maggio scorso che non avrebbe avviato alcun lavoro di ammodernamento dei giacimenti petroliferi iraniani, nonostante sia stata l’azienda “preferita” da Teheran per portare avanti l’importante lavoro. 

Reliance, la più grande compagnia privata americana, che si occupa della lavorazione del petrolio ha annunciato che interromperà tutti i rapporti commerciali con la Repubblica islamica. Lo stesso per il gruppo americano, Dover, che si occupa sempre di idrocarburi e il gigante dell’industria tecnologia tedesco, Siemens.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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