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La storia del piccolo Alì, da Amman a Roma per essere salvato

Roma – Sei settimane per un miracolo. Quelle trascorse tra il drammatico appello arrivato via email alla presidente di un’associazione che si occupa di difesa dei minori (“aiutami, sta morendo sotto i miei occhi”) e il viaggio della speranza che ha portato dalla Giordania in Italia un bambino siriano di 2 anni in serio pericolo di vita. Ora Alì, questo il nome del piccolo, status di “rifugiato esterno” ufficialmente riconosciuto dall’Onu, è in un lettino del “Gemelli”, affidato alle cure dei medici chiamati a capire quale malattia gli abbia progressivamente mangiato energie fino a farlo pesare appena 7 chili e a sopravvivere attaccato alle flebo. E un giorno, se e quando tutto sarà andato per il verso giusto, qualcuno gli raccontera’ come Ciatdm, Unhcr e un manipolo di operatori umanitari abbiano impedito che andasse ad allungare l’elenco di una delle tante vittime indirette di una guerra infinita. 

Tutto comincia, come detto, quando Aurelia Passaseo, presidente del Coordinamento internazionale delle associazioni a tutela dei diritti dei minori (Ciatdm), trova nella posta del suo pc l’sos firmato da Liliana Vernengo, presidente del Comitato Nour. Alì – racconta la donna – vive in un campo profughi in Giordania con il papà, la mamma e le due sorelline, di 8 e 6 anni: lui è l’unico nato ad Amman, gli altri sono tutti di Daraa, in Siria. Aveva anche un fratellino, che è morto, e quando anche Ali’ comincia a star male, a deperire, appare inevitabile il ricovero in un ospedale privato ad Al Zarqa.

E’ il 10 maggio 2016. “Sindrome di Kawasaki”, è la prima diagnosi (una rara malattia dei vasi sanguigni di origine ignota che colpisce i bimbi) ma dopo le dimissioni – e una fattura salatissima pagata dal Comitato con l’aiuto di un’associazione tedesca ricorsa al crowdfunding – Ali’ sta ancora peggio e c’è bisogno di un nuovo ricovero, stavolta a Irbid: i sanitari ipotizzano un tumore al colon, ma la biopsia per fortuna lo esclude. Ancora febbre, vomito, diarrea: i troppi antibiotici gli procurano una grave candidiasi all’ esofago. Nemmeno il passaggio obbligato al Princess Rahama Hospital risolve il problema: “continua a star male – scrive Vernengo – gli abbiamo comprato i farmaci di cui ha bisogno (cicli di fluconazolo, che in Giordania costa tre volte più che da noi, ndr) ma è stato di nuovo ricoverato. Il papà piange al telefono ogni sera”. “Non c’era tempo da perdere”, spiega Passaseo, sgomenta davanti alle immagini del bimbo ridotto ormai pelle e ossa, “tanto fragile da non poter neppure essere preso in braccio per non esporlo al rischio di fratture”. 

La presidente del Ciatdm contatta Cristina Franchini, dell’alto commissariato per i rifugiati, e Simone Sollazzo, consigliere comunale M5S di Milano, e gira loro foto, video, referti medici. Non lo sa ancora, può solo sperarlo, ma il miracolo sta già prendendo corpo sull’asse Roma-Amman e nel giro di poco più di un mese si materializza in un volo umanitario: a Fiumicino, dall’aereo scendono Alì, steso su una lettiga, e il papà, che ancora non crede ai suoi occhi. E’ un’ambulanza a portarli di corsa in ospedale. Sono i giorni che precedono Natale. Gli esami escludono l’hiv da trasfusioni, sembra sfumare l’incubo leucemia e prende sempre più corpo l’ipotesi che Ali’ soffra di una rara malattia genetica del sangue, la stessa che avrebbe ucciso il fratellino e di cui sarebbero portatrici sane le donne di famiglia. Potrebbe essere necessario un trapianto, da fare al Gaslini, a Genova, dove Ali’ verrà trasferito quando arriveranno anche la mamma e le sorelle. A Genova l’uomo dovrebbe trovare un lavoro, e – almeno per un po’ – una casa per la sua famiglia. Ma quello che conta e’ che in quella casa possa andare a vivere, guarito, anche Ali’. “E’ presto per dirlo, ma sembra gia’ stare leggermente meglio”, racconta emozionata Simona Pisani, operatrice umanitaria che collabora con il Comitato Nour. “Gli abbiamo procurato degli abiti pesanti, perche’ quando e’ arrivato aveva solo delle canotte estive, dei giochi, un peluche. E lui, che fin qui ha sopportato tutto con grande pazienza, che piange solo quando cerca la mamma, l’altro giorno ha fatto i capricci, per la prima volta. Voleva un biscotto, che naturalmente non può ancora mangiare. Tutti l’abbiamo interpretato come un segno di speranza”.
 

Per approfondire:
Sindrome di Kawasaki – Le linee guida italiane

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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