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La storia vista dal didietro

Venere Callipigia –
Natiche, glutei, deretano, culo, didietro, posteriore, parte bassa, fondoschiena: nomi e perifrasi certo non mancano a quelle due masse muscolari ricoperte da uno strato di grasso che, tra tutte le pani anatomiche umane, sono da sempre le più controverse.

CONDANNATO. 

Non stupisce che i glutei (dal greco gloutós) siano spesso considerati degni di biasimo. Uniscono in sé le condizioni di parte posteriore e zona bassa del corpo.

Da un punto di vista sessuale, rimandano ai rapporti consumati ‘more ferarum’, ossia “alla maniera delle bestie”, senza poter guardare negli occhi il partner. Non offrono nemmeno l’espressività che possiedono altre parti del corpo più “nobili”, quali il viso, le mani, gli occhi, localizzate tutte nella parte “alta” dell’uomo e quindi messe in relazione con la sua spiritualità. Il “culo”, invece, riguarda l’espulsione delle scorie, quindi il lato più animalesco e per gli antichi – vile della persona.

Non è un caso, quindi, che le principali religioni abbiano fatto delle terga l’oggetto di vari tabù. Per l’islam, per esempio, è tassativamente proibito che il Corano entri in contatto con tale parte del corpo, mentre l’ebraismo or dina agli uomini di non spogliarsi voltando la schiena a nord o a sud. E anche l’apostolo Paolo la giudicò la parte più indegna del corpo.

CAPRO ESPIATORIO. 

Per tutte queste ragioni ancestrali il sedere è stato spesso utilizzato come insulto o per battute considerate volgari. E ci si è piuttosto accaniti su di lui anche fisicamente, facendone uno dei bersagli preferiti delle punizioni corporali: la sculacciata è stata considerata, per secoli, strumento indispensabile nell’educazione, soprattutto in istituti religiosi e nei conventi.

Ma non solo. Durante il periodo del Terrore, nella Francia del 1793-94, fu introdotta anche una sorta di “sculacciata rivoluzionaria”: una forma di rito anticlericale pubblico inflitto soprattutto alle suore, non senza un ceno piacere voyeuristico da parte delle folle.

Del resto, l’erotismo della frusta ha avuto nei secoli illustri seguaci: Caterina de Medici (1519-1589) riservava alle natiche delle sue dame, pare con personale godimento, questo trattamento. E anche nei rituali dionisiaci, nella Roma di 2 mila anni fa, le neofite venivano frustate sulle terga, come testimoniano immagini dipinte sui muri di una villa di Pompei.

EROTICO. 

Eppure questo attributo “appartenente solo alla specie umana”, secondo la definizione del naturalista francese Georges-Louis Ledere (1707-1788), ha assunto nel corso dei secoli anche altri valori simbolici. E non sempre negativi, anzi. Intanto c’è l’aspetto erotico. Una funzione che, come ha spiegato nei suoi studi l’etologo inglese Desmond Morris, ha radici molto antiche.

Quando le mani dei nostri progenitori intagliarono nella pietra o in zanne di mammut le loro prime immagini umane, lo fecero realizzando figurine di donne con fianchi e natiche enormi. La più antica di queste veneri primitive è stata scoperta nel 2009 nella grotta di Hohler Fels, nella Germania Meridionale, e risale a un periodo fra 35 e 40 mila anni fa. Secondo Morris, considerando il carattere “realistico” dell’arte paleolitica, queste “pin-up” preistoriche avevano sederi così evidenti perché l’accoppiamento avveniva da tergo, e le femmine con grandi posteriori inviavano segnali sessuali più forti.

AMMIREVOLI NATICHE. 

Le misure delle natiche si fecero più contenute nelle statue greche. Associate a un ideale estetico, erano considerate degne d’ammirazione e persino di devozione. Anche per i maschi. Nell’ideale di bellezza maschile, la loro prima apparizione si trova nei kouroi (VI-V secolo a. C.), statue di giovani dal corpo atletico e dai glutei muscolosi. Natiche piccole o flaccide erano invece segno di mollezza nei costumi e venivano riservate alle raffigurazioni di satiri, barbari e schiavi.

Per quanto riguarda il posteriore femminile sono giunte fino a noi alcune statue di Afrodite Callipigia (letteralmente “dalle belle natiche”). In questo tipo di sculture la dea è colta nel gesto di alzare il peplo scoprendo un fondoschiena di proporzioni perfette.

“Quel gesto, nella cultura mediterranea, evocava il rituale dell’ ‘anasyrma’ (‘denudamento’)” spiega l’antropologo catalano Xavier Theros, autore di uno studio sull”Ars Culae’ (‘l’arte del culo’). “Le donne si afferravano le vesti e le alzavano mettendo a nudo le parti intime. Lo facevano anche le sacerdotesse della divinità Demetra al fine di scacciare le influenze negative e propiziare un buon raccolto”. Il rito viene fatto risalire al mito di Baubo, la vecchia che mostrò il posteriore a Demetra – disperata per il rapimento della figlia Persefone da parte del dio dell’Oltretomba – strappandole in questo modo un sorriso. Sorriso che fece rifiorire la natura, inaridita a causa della tristezza della divinità.

In Egitto lo stesso “esibizionismo sacro” si faceva in onore della dea-gatto Bastet. Secondo quanto riporta il greco Erodoto (V secolo a. C. ) ogni anno stuoli di donne, in occasione della festa dedicata alla divinità, organizzavano processioni in cui, al suono di crotali e flauti, cantavano e danzavano. Ma soprattutto alzavano le loro tuniche in un clima di allegria. Il tutto per liberare energie magiche e positive che avrebbero protetto la città.

TERGA MASCHILI.

Se l’ostentazione femminile delle natiche, collettiva o individuale, è stata a lungo legata alla fertilità e alla fortuna, quella maschile ha assunto nei secoli un carattere aggressivo, legato a contesti militari o alla messa in ridicolo dell’avversario. Nella sua ‘Guerra Giudaica’ lo storico romano Giuseppe Flavio racconta che nell’anno 66 d. C., mentre gli Ebrei lanciavano pietre durante la rivolta antiromana, i legionari mostravano le terga.

Una scena simile si ripeté, nel Medioevo, nel corso della quarta crociata. Durante l’assedio di Costantinopoli, allora capitale bizantina, da parte dei cristiani (1024), gli assediati mostrarono le natiche nude dalle mura dopo aver respinto un attacco. All’epoca era abituale iniziare una battaglia con una serie di oscenità collettive da parte degli eserciti in campo. “Si credeva che una volta fatto oggetto di queste burla, il nemico perdesse parte della sua aura d’invincibilità)” spiega ancora Theros.

PORTA FORTUNA.

Porgere le natiche era un gesto ricorrente, nel Medioevo, anche nella quotidianità. E persino nelle solennità dell’ambito religioso, quando la contaminazione tra elementi sacri e profani era la norma. Nelle chiese, per esempio, si trovava spesso un piccolo spazio, un capitello di solito, scolpito con soggetti dedicati all’irrisione, alla sconcezza, all’umorismo popolare o alle attività più triviali dell’uomo come mangiare, bere, defecare o fornicare.

Il gesto aveva però anche, per i medioevali, un altro significato. Lo suggerisce il testo della canzone ‘O Fortuna’, uno dei ‘Carmina Burana’ (una raccolta di testi del XII secolo, composti da chierici di area francese e tedesca): “Nunc per ludum l dorsum nudum l fero tui sceleris” (“Ecco che ora io per gioco mostro il didietro ai tuoi colpi”). Nel testo, il poeta (senza nome) di fronte alla sorte avversa reagisce con un gesto che richiama l”anasyrma’, lo scongiuro dei Greci. Del resto, ancora oggi “culo” è sinonimo di “buona fortuna” in molte espressioni gergali, soprattutto in Italia.

DIABOLICO. 

Ma come avvenne che nella mentalità dell’uomo medioevale (intrisa di cristianesimo) il sedere abbia mantenuto quell’antica valenza positiva? Secondo Morris, nell’Europa medioevale, attraverso i testi antichi, riapparve l’idea greca dei glutei come attributo umano, che faceva la differenza tra uomini e bestie. Così, Caesarius di Heisterbach (morto nel 1240), abate tedesco di Colonia, nel suo ‘Dialogus Miraculorum’ sentenziò che Satana non possedeva natiche. È la prova che si era ormai diffusa l’idea che il diavolo, malgrado la sua capacità di imitare la forma umana, non riuscisse a riprodurne il”lato B”. E che per questo non ne tollerasse la vista, tanto da fuggire immancabilmente di fronte a un paio di natiche nude. Ciò spiegherebbe anche perché qualche secolo più tardi, nel1532, Martin Lutero, continuamente tentato dal demonio, scrisse di essere riuscito una notte a zittirlo proferendo un sonoro “lecca mi il culo”.

Le natiche ami-Satana si trovano spesso rappresentate nelle statue che decorano chiese e fortificazioni gotiche: poste vicino all’ingresso, avevano lo scopo di impedire l’accesso agli spiriti maligni. Allo stesso modo, in area germanica, durante i temporali, le donne avevano l’abitudine di esporre il posteriore dalle case, nella convinzione di prevenire danni. Un ritorno in salsa medioevale delle sacerdotesse di Demetra?

CHIAPPE SANTE. 

A questo punto, appare chiaro che va resa giustizia a una parte del corpo troppo vituperata. Persino l’arte medioevale, che non metteva certo le “parti basse” tra i suoi ideali estetici, diede dignità al “lato B”. Lo fece, tra gli altri, il pittore francese Jean Fouquet (1420-1481) in una delle sue miniature per il ‘Libro d’Ore’ di Étienne Chevalier: la scena culminante del Martirio di santa Apollonia, una sacra rappresentazione al tempo molto popolare in tutta Europa.

La miniatura raffigura il re pagano di Alessandria d’Egitto mentre chiede alla martire del III secolo -legata a untavolaccio mentre un aguzzino le strappa i denti con la tenaglia- di ripudiare il cristianesimo. Sulla destra si vede un meneur dejeu (il personaggio con la bacchetta) che dirige gli attori del dramma e, sulla sinistra, un giullare colto nell’atto di mostrare il suo deretano nudo al pubblico (e a chi guarda l’illustrazione). Ora, che cosa ci fa un buffone che compie uno sfottò scurrile in un contesto sacro? “È evidente che né Fouquet né i suoi contemporanei consideravano fuori posto la figura del giullare” risponde Theros. “Tutti condividevano allora il senso anti-diabolico di quel gesto”. La parte meno spirituale del corpo, il culo, contribuiva ad allontanare gli influssi malefici, accompagnando come uno scongiuro la vittoria della martire.

Testo di Marco Barberi  pubblicato in “Focus Storia”, Milano, Italia, Luglio 2011, n. 57, estratti pp.110-115. Digitalizzati, adattato e illustrato per Leopoldo Costa

https://stravaganzastravaganza.blogspot.com/2017/08/la-storia-vista-dal-didietro.html?q=religioni

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