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La strategia “neo-ottomana” di Erdogan si allarga all'Africa

Lo hanno ribattezzato il Sultano d’Africa. Una foto recente mostra Erdogan in visita all’ambasciata di Mogadiscio circondato da festanti ragazzine somale. Vestite con i colori della bandiera turca. La strategia messa a punto da Ankara per espandere l’influenza nel continente africano è tutta nei numeri.

32 (su 54) sono gli Stati che il presidente turco ha visitato negli ultimi anni. 44 sono le ambasciate: Erdogan le ha quadruplicate (erano 12 nel 2009). 50 sono state le missioni diplomatiche. 20 miliardi (di dollari) è la quota toccata dallo scambio commerciale negli ultimi 15 anni (tra import e export). 52 sono le città in 34 diversi stati collegate dalla Turkish Airlines: la compagnia di bandiera – al 49% statale – che ha aperto nuove rotte scalzando i concorrenti internazionali. Instabul è oggi il più grande snodo di collegamento tra il continente africano e il resto del mondo. E’ quanto emerge da un reportage de La Stampa.

A chi dà fastidio Erdogan

Erdogan incalza Washington e – soprattutto –  infastidisce Pechino: primo partner commerciale dell’Africa (il volume di scambi è pari a 180 miliardi di dollari annui). È pur vero che la Turchia è l’ultima potenza a entrare in Africa, dopo Europa, Stati Uniti, India e Cina. Troppo presto – forse –  per dire che i piani turchi possano inquietare la consolidata presenza cinese, che si concentra nell’Africa Sub-Sahariana e in Nord Africa (soprattutto in Etiopia, Algeria, e Nigeria). Ma Ankara sta recuperando terreno dove è più forte di Pechino: in Africa Orientale. Qui Erdogan può giocare la carta della vicinanza culturale e geografica.  

I colpi messi a segno da Erdogan non si contano più con le dita di una mano.

Grande protagonista è la Yapi Merkezi, il colosso edile turco. Ha soffiato ai colossi cinesi l’appalto per la costruzione della linea ferroviari: un’opera da quasi 2 miliardi di dollari che collegherà Awash con Hara Gebeya. 4 mila chilometri di binari che uniranno il Nord con il Centro dell’Etiopia. Quest’ultimo è  ol Paese africano dove Pechino ha riversato negli ultimi dieci anni il maggior numero di investimenti (330 miliardi in totale a partire dal 2005, di cui 280 in Africa Sub-Sahariana e 50 in Nord Africa: alta concentrazione nel settore delle infrastrutture: trasporti ed energia). Non solo: la ferrovia garantirà allo Stato africano uno sbocco strategico sul Mar Rosso: i vagoni arriveranno fino a Gibuti. Qui la Cina ha aperto la prima base navale all’estero.  La partnership strategica con il piccolo Stato è di importanza strategica per Pechino nel continente, e all’interno del suo progetto di connessione infrastrutturale tra Asia, Europa e Afric: Belt and Road, lanciato nel 2013 dal presidente cinese, Xi Jinping.

Per l’altro appalto vinto da Yapi Merkezi bisogna spostarsi una manciata di chilometri più a sud, dove il colosso costruirà la ferrovia che collegherà Dar Es Salaam, la capitale della Tanzania, con la città di Morogoro. Una strada ferrata lunga 200 chilometri che costerà 1,2 miliardi di dollari. A finanziarla (anche in questo caso) è la Turkey Eximbank: la banca statale turca che finanzia le opere pubbliche all’estero.

Il Sudan si sposta verso Ankara

È soprattutto il Sudan – sottolinea la Stampa – lo storico alleato di Pechino che Erdogan sta scippando ai rivali cinesi. Come? Giocando la carta della fratellanza musulmana. Il presidente sudanese Al-Bashir ha aperto ad Erdogan le porte del Parlamento. Non solo: gli ha dato in concessione l’isola di Suakin, ex luogo di passaggio dei pellegrini musulmani in viaggio verso La Mecca e località strategica per il suo affaccio sul Mar Rosso. 

Ma lo sguardo di Erdogan punta a orizzonti ampi. Ankara si sta espandendo in Africa Occidentale e Centrale. In Ghana sono stati i turchi a soccorrere il governo locale in occasione di un prolungato blackout. Ma è la Somalia – porta d’ingresso della Turchia in Africa – ad essere stata eletta da Erdogan come roccaforte in terra africana.

Indifferente alla minaccia jihadista di Al-Shabaab, il presidente turco ha aperto qui una base militare, un ospedale super moderno, e ha collegato la capitale turca a Mogadiscio con un volo diretto.

Cosa ha spinto Erdogan a rafforzare i legami con l’Africa Sub-sahariana? La guerra civile in Libia ha causato la riduzione delle relazioni commerciali con il Nord Africa. L’ascesa del generale Al-Sisi si è tradotto nel raffreddamento dei rapporti con l’Egitto. Il crescente fabbisogno di materie prime.  

Il presidente turco sta affilando le armi. E sta aumentando il soft power. Come? Ha aperto nuovi in uffici della Tika (Cooperazione allo Sviluppo turca), del centro culturale Yunus Emre e delle scuole. L’obiettivo finale è creare posti di lavoro per i locali e rafforzare una connessione religiosa e culturale. Un terreno dove Ankara non teme rivali.  Un giorno questa strategia potrebbe indebolire lo strapotere cinese?

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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