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La svolta. Gay e divorziati il Sinodo inatteso

Articolo di Marco Politi (Fatto 14.10.14) LEGGI ANCHE IL SUCCESSIVO ARTICOLO DI VITO MANCUSO

“”Il Sinodo ha svoltato. Resa pubblica ieri, la Relazione conclusiva del dibattito generale ad opera del cardinale ungherese Peter Erdo rivela un balzo in avanti inaspettato in direzione e in appoggio della linea riformista di papa Francesco. Si sapeva che c’erano due poli – quello dei frenatori e quello degli aperturisti – ma in assenza dei resoconti nominativi degli interventi in aula non era direttamente verificabile la reale consistenza dell’ala riformista. Stile, sostanza e terminologia della relazione – specchio veritiero del dibattito – mostrano invece, senza ombra di dubbio, che si sta aprendo una pagina totalmente nuova nel modo di rapportarsi della Chiesa ai fedeli divorziati e risposati, alle convivenze, ai matrimoni celebrati in municipio, alle unioni civili, alle coppie gay.
Soprattutto in tema di omosessualità la maggioranza sinodale detta un approccio radicalmente innovativo.
Mai, veramente mai, si era letto in un documento ufficiale prodotto dalla gerarchia ecclesiastica una frase del genere: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”. Seguito da una domanda rivolta ai vescovi di tutto il mondo: “Siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? ”. Mai vi era stato un riconoscimento diretto del valore stesso della coppia omosessuale come si riscontra in un altro brano: “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”.
In conferenza stampa il vescovo Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo, commenta, entrando nel vivo di quella legge che l’Italia attende da oltre dieci anni: “Mi sembra evidente che le persone umane coinvolte nelle diverse esperienze hanno dei diritti che debbono essere tutelati e codificati. È una questione di civiltà”.
Parole pronunciate nella stessa sala delle conferenze stampa vaticane dove per decenni è stato ripetuto ossessivamente che legiferare sulle unioni civili avrebbe “minato e minacciato” l’istituto familiare dalle fondamenta.
Così la svolta è risultata assolutamente palpabile. Dal dibattito emerge che i presidenti delle conferenze episcopali – resi liberi da Francesco di discutere senza limiti preventivi – si sono lasciati alle spalle timori, prudenze, incertezze e, seppure con varie sfumature, si stanno aggregando gradualmente in una maggioranza riformista. Così come avvenne ai tempi del Concilio quando Giovanni XXIII mise da parte i freni della Curia romana e lasciò libertà di parola all’episcopato mondiale.
Lo ha confermato il cardinale filippino Luis Antono Tagle (che forse un domani potremo vedere sul trono di Pietro), spiegando che nella fase di dibattito sulle relazione più di un padre sinodale ha citato lo “spirito del Concilio” e della costituzione pastorale Gaudium et Spes e dell’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI (che verrà beatificato domenica): “È stata rievocata una Chiesa non assorbita in se stessa, ma in ascolto e in dialogo con il mondo contemporaneo”.
IL DOCUMENTO (pur ricordando la posizione di chi non accetta cambiamenti) apre all’ipotesi di un “cammino penitenziale” al termine del quale i divorziati risposati possano ricevere la comunione. E ancora, viene espresso l’invito a riconoscere gli “elementi costruttivi” insiti nei matrimoni civili e anche nelle convivenze. Nelle unioni di fatto, è detto, “è possibile cogliere autentici valori familiari”. E un’attenzione speciale va riservata ai bambini, che vivono con coppie dello stesso sesso. Coppie che in nessun momento il documento demonizza.
È l’addio alla linea di papa Wojtyla e di papa Ratzinger. L’archiviazione di una linea, che vedeva la Chiesa in trincea e contrapposta a un mondo ostile, impegnato – così si ripeteva alla nausea – a erodere i “valori cristiani”. Papa Francesco, incontrando il presidente Napolitano, aveva già archiviato i cosiddetti principi non negoziabili. La Relatio di questo Sinodo ne costituisce il funerale. Non se ne parla più. E nemmeno è più menzionata la “legge naturale”. Al contrario, dal Sinodo viene il pungolo a ro affrontare il tema della sessualità come chiedeva già sul finire del secolo scorso il cardinale Martini. La relazione usa parole precise. “La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica, integrando la dimensione sessuale”.
Ci sarà ancora un documento finale di questo Sinodo a fine settimana, forse più articolato. Vi saranno contraccolpi e poi l’assemblea del 2015. Ma la direzione imboccata è priva di equivoci. Chiara. E chi (dentro la Chiesa e fuori) vuole capire, ne dovrà prendere atto.””

 

Leggi anche l’articolo di Vito Mancuso

“”Le direttive di Papa Francesco ai padri sinodali aprendo i lavori il 5 ottobre scorso erano state chiare: mettersi in ascolto della realtà effettiva delle persone concrete. È ancora : confrontarsi senza diplomazie e schemi ideologici aprioristici, parlare in modo trasparente e chiaro, e soprattutto coltivare interiormente lo sguardo che Gesù nella sua vita terrena posava sugli uomini e le donne che incontrava: lo sguardo del perdono, dell’accoglienza, della misericordia. Dopo la prima parte dei lavori sinodali penso si possa sostenere che i cardinali e i vescovi riuniti a Roma da tutto il mondo stanno prendendo in parola il volere del Papa.
Se si legge la “Relatio post disceptationem» del Cardinale Péter Erdõ, arcivescovo di Budapest e Relatore generale del Sinodo, ci si trova di fronte a delle autentiche sorprese, ad affermazioni inimmaginabili in un documento ufficiale della Santa Sede fino a ieri. Nuovo è anzitutto il metodo, non più dogmaticamente deduttivo (c’è una dottrina elaborata dal vertice che va applicata dalla base) ma pastoralmente induttivo: “I Padri sinodali hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari”. Grazie a questa rinnovata prospettiva che parte dal basso sono almeno tre gli ambiti in cui le parole della Relatio risuonano molto innovative. Il primo riguarda i matrimoni civili e le convivenze, al cui proposito si invita a “cogliere la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze”. Persino la convivenza more uxorio, fino a ieri bollata come del tutto improponibile per una vita eticamente formata, oggi viene indicata come portatrice di realtà positive. Quanta differenza con i toni di crociata e di allarme per gli attentati alla sacralità della famiglia messi in campo dalla Chiesa italiana guidata dal cardinal Ruini all’epoca in cui il governo Prodi nel 2006 aveva in progetto di introdurre i cosiddetti Dico, naufragati principalmente per l’intransigente opposizione della Chiesa di Benedetto XVI e dei suoi “valori non negoziabili”!
Il secondo ambito riguarda le situazioni di quelle famiglie definite “ferite”, cioè che presentano casi di separati, divorziati non risposati, e divorziati risposati. È noto che è soprattutto su questa terza categoria che da tempo fervono le discussioni, concentrate in particolare sulla questione se proseguire nella linea dura che vieta loro l’accesso ai sacramenti oppure no, come vorrebbe la proposta del cardinal Kasper tanto gradita a papa Francesco. La “Relatio post disceptationem” non nasconde la divisione dell’aula sinodale (“alcuni hanno argomentato a favore della disciplina attuale in forza del suo fondamento teologico, altri si sono espressi per una maggiore apertura”) ma leggendo l’intero paragrafo è evidente che essa intende aprire la strada a un cambiamento della prassi consolidata: “L’eventuale accesso ai sacramenti occorrerebbe fosse preceduto da un cammino penitenziale — sotto la responsabilità dal vescovo diocesano — , e con un impegno chiaro in favore dei figli”. Non c’è più la durezza dottrinaria del non possumus , c’è lo sforzo di cercare sentieri di accoglienza e di speranza.
Ma i toni e le parole più innovativi riguardano il terzo ambito su cui la Relatio ha preso posizione, cioè le persone omosessuali. Riassumendo il senso della maggioranza degli interventi in aula, il cardinale Erdõ ha affermato che “le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”. Non sono quindi un problema, un soggetto malato, dei poverini che vanno accolti per spirito di carità; al contrario, sono una risorsa con doti e qualità! E in questa prospettiva il presule interpella la sua Chiesa: “Siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?”. Certo l’apertura non è tale da equiparare le coppie gay al matrimonio (un passo, io penso, che obiettivamente non si può chiedere alla Chiesa cattolica), ma tuttavia si giunge ad affermare che “vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. Si riconosce cioè la presenza dell’amore, della dedizione sincera. E al di là delle etichette, che cosa è in gioco nel matrimonio se non l’amore fedele e duraturo “fino al sacrificio”? Monsignor Bruno Forte, il segretario particolare del Sinodo, è andato oltre, arrivando ad affermazioni che aprono esplicitamente agli interventi legislativi di riconoscimento delle coppie gay, quando ha definito “la ricerca di una codificazione di diritti che possano essere garantiti a persone che vivono in unioni omosessuali” come “un discorso di civiltà e di rispetto della dignità delle persone».
Questo non significa che tutte le pagine della Relatio sono intrise dalla medesima volontà innovativa. Le chiusure intransigenti sulla morale sessuale rimangono intatte, essendo stata ribadita la bontà e l’attualità dell’enciclica Humanae vitae , il deleterio documento di Paolo VI del 1968 che condanna ogni forma di contraccezione e qualifica come eticamente disonesto il rapporto sessuale che voglia esplicitamente evitare la procreazione. Ma probabilmente a questo Sinodo e a questa Chiesa oggi non si può chiedere di più. L’anno prossimo vi sarà un altro Sinodo e se questa volontà della Chiesa di papa Francesco di pensare concretamente al bene delle persone continuerà, anche la morale sessuale dovrà conoscere una profonda trasformazione. Nel 2008 sotto Benedetto XVI il cardinale Carlo Maria Martini dichiarava con tono sconsolato nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme : “Sognavo una Chiesa giovane, oggi non ho più di questi sogni”. Oggi.””

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