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La teologia del matrimonio e le statue da museo: De Mattei contro Kasper

Cardinale Kasperdi Andrea Grillo in  “Come se non”(http://grilloroma.blogspot.it) dell’8 marzo 2014 –
Con uno “speciale” di 4 intere pagine, il giornale “il Foglio” (1/3/14) ha dedicato una vasta attenzione al discorso del Card. Kasper pronunciato in apertura del Concistoro e dedicato al tema del prossimo Sinodo sulla Famiglia.

Il testo di Kasper, del quale erano già state offerte anticipazioni dalla stampa, appare come una lunga e profonda considerazione della “questione matrimoniale” nel nostro tempo.

Alle tre pagine di Kasper segue tuttavia una intera pagina, a firma di Roberto De Mattei, nella quale scema immediatamente la tensione profetica e l’apertura pastorale, e si ricade nel clima di sospetto e di paura, di diffidenza e di irrigidimento che purtroppo è così tipico delle riflessioni di De Mattei, non solo negli ultimi tempi. Vorrei recuperare i contenuti positivi di Kasper capovolgendo i troppi errori di metodo e di contenuto che De Mattei affastella nella sua pagina critica, inutilmente dura.
Una parola, anzitutto, per il titolo della pagina di De Mattei.

Esso suona già in modo preoccupante: “Ciò che Dio ha unito. Kasper non può cancellare storia e dottrina con “una clamorosa rivoluzione culturale e di prassi”. La tesi è già tutta nel sottotitolo, che forse è redazionale e dice, oltre che la posizione di De Mattei, quella del Foglio. Tale posizione, come vedremo, deriva da un deficit troppo evidente di comprensione teologica e da una confusione metodologica nella lettura del testo di Kasper. Ma procediamo con ordine.

1. La natura della dottrina e le amnesie dello storico
La prima cosa che colpisce è la rozzezza teorica e metodica con cui De Mattei affronta la questione dottrinale. De Mattei, che pure sarebbe uno storico, mostra di inserirsi nella discussione attraverso un pregiudizio che compromette tutto il resto del suo discorso. Egli, infatti, non si dice rassicurato dalla affermazione secondo cui “la dottrina non cambia, la novità riguarda solo la prassi pastorale”. Egli teme che questa sia soltanto un “formula retorica”, nella quale si voglia nascondere un pericoloso cambiamento della dottrina. De Mattei, da storico, dovrebbe però sapere che da almeno 50 anni, ossia dal 1962, dal discorso con cui Giovanni XXIII ha aperto il Concilio Vaticano II, il linguaggio del magistero ha fatto propria una distinzione, che De Mattei dimentica in toto.

Infatti, in quel famoso discorso con cui Giovanni XXIII aprì i lavori conciliari, l’11 ottobre del 1962, egli disse una frase che nell’originale italiano suonava così: “altra infatti è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, altra è la formulazione del suo rivestimento”. Questa frase dal papa fu utilizzata per fondare la natura pastorale del Concilio Vaticano II. Questa è una chiave di lettura formidabile e decisiva per intendere non solo il discorso del Concilio (che De Mattei infatti mostra di patire grandemente) e anche questo bel discorso del Card. Kasper. In questa prospettiva è evidente che la salvaguadia della “sostanza del depositum” può avvenire soltanto attraverso una accurata riformulazione del suo rivestimento.

La pretesa di identificare la dottrina con un suo rivestimento immutabile è una forma inadeguata e ingiusta di comprensione e di esposizione della dottrina. Questo comporta, ad esempio, che tra parola di Gesù, formulazione del principio di indissolubilità, sua applicazione pratica e sua giustificazione teorica si debbano riconoscere passaggi delicati, che non possono essere semplicemente assunti come “voluti da Dio”. Ciò che Dio ha unito, in altri termini, non si lascia desumere in modo fondamentalistico, come la tradizione ha abbondantemente dimostrato, lavorando con grande finezza sul “consenso” e sulla “consumazione”, i cui vizi umani determinano la inesistenza dell’unione.

2. Il giudizio sulla grazia mediato da una concezione solo pedagogica della legge
La seconda cosa che colpisce è la disarmante fragilità con cui lo storico formula il proprio giudizio storico. Nel contestare le parole con cui Kasper accoglie il divario tra la dottrina ecclesiale del matrimonio e le convinzioni di molti cristiani, De Mattei introduce in modo quasi violento un giudizio storico quanto meno temerario, capovolgendo il rapporto tra causa ed effetto. Egli dice, in altri termini, che “gran parte della crisi della famiglia risale proprio all’introduzione del divorzio”. La critica, che De Mattei rivolge a Kasper è che un cardinale di Santa Romana Chiesa nel suo discorso non abbia mai sollevato questo problema. Nella logica di Kasper, invece, la riflessione su separazione e divorzio, nasce dalla considerazione di questi fenomeni più come “risposte” alla crisi della famiglia, piuttosto che come “cause”. La crisi risponde a cause molto più complesse di una decisione istituzionale e personale.

Ma qui, io credo, il giudizio di De Mattei, cede alle facili consolazioni del pensiero integralistico e tradizionalistico: la concezione esclusivamente pedagogica della legge non riesce mai a considerare i “fatti”, ma vede solo diritti e doveri. In questa linea, la fatica di Kasper – invero assai ammirevole – consiste nell’assumere oggettivamente, non moralisticamente la condizione della crisi familiare. Il moralismo che Kasper rifiuta, da De Mattei è sposato senza esitazione: egli accusa perciò il cardinale di voler “aggirare” il perenne magistero della Chiesa in materia di famiglia e di matrimonio. Questa è la specialità preferita dei tradizionalisti: hanno bisogno di una “messa di sempre”, ma anche di una “famiglia di sempre”, “di un prete di sempre” e di una “suora di sempre”, di una “chiesa di sempre”, di un “papa di sempre”, per chiudere tutte queste statue in un museo diocesano e poterle “visitare” e “contemplare”, ma come cose morte!

3. Penitenza e matrimonio: lucidità del cardinale e imbarazzo del suo critico
Un punto particolarmente evidente della distorsione strutturale cui De Mattei sottopone il pensiero di Kasper è quello della categoria di “pratica penitenziale”. E’ evidente, infatti, che Kasper propone una rilettura di una prassi antica, che deve essere profondamente riscoperta, per affrontare le dinamiche personali, sociali ed ecclesiali, con la prospettiva di una possibile riconciliazione dei soggetti divorziati e di un loro reinserimento nella comunione ecclesiale. Egli si muove, in altri termini, nella prospettiva aperta da Familiaris consortio, quando afferma che i divorziati risposati fanno parte della comunione ecclesiale.

Kasper, applicando quel coraggio e quella intelligenza che papa Francesco ha invitato ad utilizzare per affrontare queste questioni, procede lungo la strada aperta dal testo di Giovanni Paolo II: ossia l’ampliamento della nozione di “communio” dalla quale i divorziati risposati non sono esclusi. De Mattei, invece, non solo legge questa pratica penitenziale in modo rigido e poco realistico – ossia come richiesta di rinuncia alla seconda unione e di ritorno alla prima, unica vera – ma addirittura fraintende radicalmente la stessa apertura di Kasper, che riassume con queste parole senza verità: “Invece di pentirsi della situazione di peccato in cui si trova, il cristiano risposato si dovrebbe pentire del primo matrimonio, o quanto meno del suo fallimento”.

Ma la posizione di Kasper, diversamente da quanto propone arbitrariamente De Mattei, suona in modo molto diverso. Egli infatti chiarisce, in modo non ambiguo, che il divorziato risposato deve chiarire se “si pente del suo fallimento nel primo matrimonio e[…] se ha chiarito gli obblighi del primo matrimonio, se è definitivamente escluso che torni indietro, e […] se non può abbandonare senza altre colpe gli impegni assunti con il nuovo matrimonio civile, …”. In gioco non è “pentirsi del primo matrimonio”, ma entrare nella logica penitenziale del fallimento del primo matrimonio. Qui, io credo, si trova la questione centrale.

Il matrimonio può fallire? La certezza teologica della indissolubilità come sta insieme alla esperienza antropologica della distruzione e del fallimento? Questo è il punto che richiede fedeltà coraggiosa e intelligente, non rigidità e astrattezza dottrinale e pastorale. Io mi chiedo che bisogno ci fosse, da parte di De Mattei, di riferire in modo distorto il pensiero di Kasper per dar ragione a una tradizione ridotta a schema rigido. Ciò che Dio ha unito non è indipendente dalle condizioni antropologiche, come tutta la tradizione ha sempre riconosciuto. Siamo vincolati al fine, oppure anche dai “mezzi” di questa tradizione? Possiamo ragionare solo con le categorie di consenso, di consumazione e di natura o possiamo recuperare anche un orizzonte storico e biblico di riferimento, per interpretare il matrimonio e la unione in modo adeguato alla nostra vita e alla nostra cultura? Queste domande serie sono considerate da Kasper, non da De Mattei, che le liquida semplicemente come “errori”.

4. Il cardinale sensibile e lo storico anestetizzato
Pre-giudicando il mondo, De Mattei si pregiudica ogni effettiva comprensione. Proietta invece le sue pretese senza storia, e pretende che esse valgano come fatti. Per una tale impostazione, la dottrina deve essere assolutamente chiara, i problemi derivano semplicemente dal fatto che ci si è allontanati da questa chiara dottrina e la soluzione non può essere altro che ristabilire la coerenza tra la dottrina limpida e il comportamento inadeguato. Proprio questo era lo stile della Chiesa della prima metà del 1800, la cui funzione era, appunto, di ribadire la dottrina chiara, condannando gli errori. Come per i papi del primo ottocento, la fede può essere salvata solo condannando la pretesa libertà dell’uomo, così per De Mattei il matrimonio si può salvare solo condannando il divorzio. Questo stile ottocentesco era già in difficoltà rispetto alla società di due secoli fa. Pensare di applicarlo alla nostra cultura è veramente una impresa disperata. Ma per fare storia occorre sviluppare gli organi della sensibilità storica. Fa opera autenticamente storica Kasper, cercando di entrare in rapporto con il mondo che ha di fronte e nel quale vive.

Egli cerca di formulare una risposta dottrinale, fedele alla tradizione, ma che abbia acquisito le nuove evidenze di Dignitatis Humanae. Direi che per Kasper è fondamentale acquisire una dottrina del matrimonio che non resti al di qua della “libertà di coscienza”. De Mattei, invece, come un sostenitore dell’approccio apologetico ottocentesco, diffida del reale, quando non sia filtrato dalle categorie rassicuranti non della dottrina cristiana, ma della ideologia di un fondamentalismo che irrigidisce la dottrina in un museo e pretende di leggere la vita degli uomini come “reperti” di un museo.

Ad una tale pretesa, le statue da museo inevitabilmente si ribellano, per quanto si cerchi di colpevolizzarle per la vita che conducono: le presunte statue non restano rigide e immobili negli schemini che proiettiamo su di loro. Le statue, sia quelle familiari, sia quelle nel “recinto del Vaticano”, non si lasciano ridurre alle figure astratte e senza vita che produce, con eccessiva facilità, questa lettura irrigidita e ingenerosa della tradizione cristiana, come abbiamo qui brevemente cercato di mostrare. Kasper non vuole “cancellare storia e dottrina”, ma vuole restare dentro una tradizione in modo significativo, avendo compreso a fondo che “altra è la sostanza del depositum fidei, altra è la formulazione del suo rivestimento”. Privandosi di questa distinzione decisiva – detto in altri termini, privandosi del Vaticano II – De Mattei legge in modo caricaturale e ingiusto le ottime pagine del Cardinale, che attestano invece quella intelligenza teologica e quel coraggio pastorale di cui la Chiesa ha sempre avuto bisogno.

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