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La Turchia lascerà combattere la guerra al Pkk ad un esercito di 162 droni

Il conflitto tra la Turchia e l’organizzazione separatista curda del Pkk va avanti dal 1984. Data a partire dalla quale si calcola che circa cinquantamila persone abbiano perso la vita. Dopo una tregua durata più di due anni gli scontri sono ricominciati a luglio 2015 e un nuovo mezzo ha fatto la propria comparsa, finendo con il determinare l’andamento del conflitto: i droni. Dalla ripresa delle ostilità l’esercito turco è diventato uno dei pochi al mondo a fare un utilizzo massiccio di droni da guerra all’interno dei propri confini, uno strumento che ben si adatta alla regione interessata dagli scontri, il sud est della Turchia, fatta di valli impervie e cime che superano i 4000 metri di altezza.

Un’area assai complicata da controllare per le truppe di terra, ricca di nascondigli per i miliziani in fuga da raid aerei non sempre facili. In questo contesto ha assunto sempre più importanza l’utilizzo dei velivoli senza pilota, utilizzati per “neutralizzare”, secondo la terminologia usata dal ministro della Difesa Fikri Isik, almeno 600 dei 2000 miliziani colpiti nell’ultimo anno, 72 negli ultimi due mesi.

Negli scorsi mesi non sono mancate le polemiche per colpi sparati contro abitazioni civili che si ritenevano utilizzate da terroristi del Pkk. A Sirnak, nel sud est del Paese, quattro persone sono state uccise da un attacco effettuato da un drone mentre facevano un pic nic. “Affiliati al Pkk” secondo il ministro degli Interni Suleyman Soylu, un legame tuttavia mai dimostrato, che aumenta la possibilità si sia trattato di un errore che riporta d’attualità il fatto che gli armamenti di per sè non sono mai intelligenti e che da molto lontano la differenza tra terroristi e civili risulta con l’essere ancora più inafferrabile.

Numeri importanti, confermati dal fatto che 988 tra catture, ferimenti e uccisioni di terroristi all’interno dei confini turchi nei primi nove mesi del 2017 sono stati realizzati con l’ausilio di droni. L’origine del boom dei velivoli senza pilota in Turchia risiede nella decisione dell’ex presidente americano Barack Obama di limitare l’esportazione di droni all’estero. Una decisione che ha dato linfa all’industria della difesa turca, capace di sviluppare modelli con armi “intelligenti” per mano delle compagnie leader del settore, Tai, ma sopratuttp Baykar, appartenente alla famiglia Bayraktar, il cui rampollo ha sposato una delle figlie del presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel 2016.

Tuttavia la vicinanza al presidente non basta a spiegare il boom dei droni, che nelle operazioni turche antiterrorismo hanno portato rapidità, efficienza, ma sopratutto un abbassamento dei rischi per i militari, meno esposti ad operazioni in territori che ben si adattano a colpi di mano e imboscate del Pkk. Tutti fattori che hanno contribuito alla formazione di una vera e propria “flotta” di mezzi senza pilota, formata da 112 mini droni da ricognizione e più di 50 droni da guerra che possono operare da altezze vicine a quelle raggiungibili da aerei da trasporto passeggeri.

Lanciati in tutte le esposizioni internazionali di armi, i droni turchi costituiscono un fiore all’occhiello per l’industria aerospaziale e della difesa, con l’innegabile vantaggio dei costi ridotti. L’altra faccia della medaglia riguarda i rischi delle operazioni effettuate da lunghe distanze. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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