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La tutela dei ricchi nella dottrina sociale della chiesa (parte I)

Cardinali e povero(Prima parte)

di Giuseppe Verdi

Con l’espressione dottrina sociale della chiesa si indica, secondo la definizione di Wikipedia, “il complesso di principi, insegnamenti e direttive della Chiesa cattolica intesi a risolvere, secondo lo spirito del Vangelo, i problemi socio-politico-economici”.

Molto simile è la definizione fornita dall’Enciclopedia Treccani, che parla della dottrina sociale della chiesa

come “insieme di principi, teorie, insegnamenti e direttive emanate dalla Chiesa cattolica in relazione ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo”.

L’espressione, in effetti, è stata coniata nel 1941 da Pio XII.

In precedenza, per quanto se ne fossero occupati, altri papi avevano parlato di “filosofia cristiana” (Leone XIII) o di “dottrina sociale ed economica” (Pio XI).
Quali sono, in sintesi, le direttive fondamentali della dottrina sociale della chiesa?
Per enunciarle, dobbiamo necessariamente fare un passo indietro, anzi più di uno, e ripartire dalle origini del cristianesimo, visto che in numerosi ambiti quel che la chiesa predica oggi, spacciandolo magari come “dottrina costante”, è in realtà ben diverso da quanto essa predicò in passato.
La “questione sociale” è proprio uno di questi ambiti. Il cristianesimo, che si presenta quale “religione dell’uguaglianza”, ha invece sempre operato violente discriminazioni (ad esempio con le donne e gli omosessuali) e, soprattutto, ha sostenuto a livello dottrinario le stesse disuguaglianze sociali che condanna a livello di “propaganda”.
È proprio la Bibbia, d’altra parte, a spiegare che Dio, nel suo imperscrutabile disegno, ha stabilito per gli uomini “destini diversi”:
 
Perché un giorno è più importante d’un altro? Eppure la luce di ogni giorno dell’anno viene dal sole. Essi sono distinti secondo il pensiero del Signore che ha variato le stagioni e le feste. Alcuni giorni li ha nobilitati e santificati, altri li ha lasciati nel numero dei giorni ordinari. Anche gli uomini provengono tutti dalla polvere e dalla terra fu creato Adamo. Ma il Signore li ha distinti nella sua grande sapienza, ha assegnato loro diversi destini. Alcuni li ha benedetti ed esaltati, altri li ha santificati e avvicinati a sé, altri li ha maledetti e umiliati e li ha scacciati dalle loro posizioni” (Siracide 33:7-12)
 
Come risulta evidente, in questo passo la Bibbia non considera le differenze sociali come una conseguenza del peccato originale, ma le dichiara esplicitamente frutto del volere di Dio, al punto da presentare come segno di “grande sapienza” divina il fatto che ci siano esseri umani “benedetti ed esaltati” e altri, al contrario, “maledetti e umiliati”.
 
Vangelo e comunismo
 
Questa visione biblica che caratterizza l’Antico Testamento appare tuttavia in stridente contrasto le posizioni egualitarie dei vangeli e, soprattutto, con il comandamento dell’amore, che spingeva i primi cristiani a mettere tutto in comune, come si legge negli Atti degli Apostoli:
 
La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti 4:32-35)
 
Si tratta indubbiamente della più concreta realizzazione del precetto di Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso”. Eppure, la contraddizione tra quanto predicato da Gesù e quanto sostenuto (e praticato!) dalla chiesa in tempi successivi appare stridente. Stando ai vangeli, infatti, il povero figliuolo divino non aveva nulla su cui poggiare il capo e i suoi discepoli dovevano predicare il vangelo senza denaro in borsa: secondo Marco, Gesù concesse loro solo un bastone e dei sandali; secondo Matteo e Luca proibì anche il bastone e le calzature (Marco 6:8; Matteo 10:10; Luca 9:3, 10:4). D’altra parte, come sappiamo, i vangeli tendono a evidenziare il fatto che i genitori di Gesù fossero poveri e che Gesù stesso vivesse in assoluta povertà; quella povertà da lui esaltata in tutti e tre i vangeli sinottici evidenziando la rinuncia a ogni possesso, definendo sciocco chi si vanta dei propri tesori, parlando in termini negativi della ricchezza e combattendo la discriminazione dei poveri.
Ne consegue che, nel proprio comportamento economico, qualunque gruppo o comunità che si fosse ispirato a Gesù sarebbe stato guidato dal comandamento dell’amore e si sarebbe trasformato senza alcun dubbio in un’organizzazione di natura comunistica. I primi cristiani, infatti, non tradirono l’insegnamento di Gesù.
Come ci rivela il padre della chiesa Cipriano, tra i membri della comunità primitiva non esisteva alcuna differenza e nessuno di loro considerava un bene come sua esclusiva proprietà, ma tutto era in comune. In altre parole, la comunità primitiva fu caratterizzata da una forte spinta verso il comunismo o, per dirla con Ernst Troeltsch, verso un “comunismo della religione dell’amore”, che fu alla base della forma della vita in comune dei primi discepoli e, quindi, all’aperta rinuncia a ogni proprietà, come abbiamo visto nel passo degli Atti degli Apostoli precedentemente citato. Anzi, se dobbiamo prestare fede agli stessi Atti, bisogna ritenere che fosse obbligatorio donare i propri beni alla comunità e che chi trasgredisse andasse incontro a guai seri, almeno a giudicare dalla reazione di “san” Pietro nei confronti di tale Anania e di sua moglie Saffira, che, rei di avere venduto una proprietà tenendo per sé parte del ricavato, rimasero stecchiti a un semplice cenno del “principe degli apostoli”. Il che è già una contraddizione, visto che Gesù aveva predicato di porgere l’altra guancia e visto che oggi lo spirito santo non fa secchi nemmeno i preti pedofili.
Non c’è dubbio. L’intero Nuovo Testamento è ricco di esempi e indicazioni del “modello” (per quanto primitivo) sul quale avrebbe dovuto prendere forma la nuova religione. Peccato, però, che nei secoli successivi la chiesa si sia indirizzata verso tutt’altra direzione, diventando quella che il marxista tedesco Karl Kautsky ebbe a definire “la più gigantesca macchina di sfruttamento che il mondo abbia mai visto”.
Tale cambiamento, com’è ovvio, non avvenne senza l’opposizione di gruppi e movimenti sia esterni che interni alla chiesa, dove la visione “socialista” sopravvisse per secoli.
 
Ricchi e poveri
 
A questi principi non poteva non corrispondere la netta contrapposizione “classista” tra ricchi e poveri, con la dura condanna dei primi. Questa tendenza trova la sua espressione più marcata nella Lettera di Giacomo: “Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali?”, esclama l’autore rivolto ai cristiani; e minaccia i loro sfruttatori con le parole: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano!…Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage”.
Non per niente, Gesù aveva detto “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio”.
Tuttavia, come accennato, l’aspirazione evangelica all’uguaglianza ebbe vita breve e, nel giro di pochi secoli, divenne una posizione del tutto minoritaria, tanto che già nel corso del V secolo i papi erano diventati i più grandi latifondisti dell’Impero Romano. Evidentemente, non si preoccupavano granché di entrare nel regno di Dio.
Il mutamento di rotta ebbe inizio prima di quanto si possa immaginare, visto che fu “san” Paolo, appena pochi anni dopo la morte di Gesù (stando alla cronologia tradizionale) a intendere l’uguaglianza in senso meramente spirituale, così prendendo atto delle disparità esistenti, soprattutto in riferimento al rapporto tra padroni e schiavi, che è, in ultima analisi, il rapporto tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati.
Lungi dall’accogliere la primitiva forma di comunismo alla quale tutti i membri della comunità dovevano adeguarsi, Paolo accetta infatti la coesistenza dei ricchi e dei poveri e, soprattutto, tollera la schiavitù. Se da un lato, infatti, egli ribadisce il comandamento fondamentale dell’amore per il prossimo, dall’altro afferma che tale sentimento non deve giungere al punto da far ritrovare in condizioni di bisogno chi dona i propri averi; di conseguenza, secondo Paolo ognuno dovrebbe essere generoso solo in proporzione a ciò che possiede.
Dov’è finito il “beati i poveri” di Gesù, che aveva detto “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri”; “chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”; “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina”. Paolo, invece, è agli antipodi; lungi dal condannare il possesso, lo giudica anzi positivamente, e ai suoi consente di accettare denaro, mostrando al riguardo uno zelo fors’anche eccessivo e sospetto. Le sue comunità, inoltre, sono caratterizzate da palesi e imbarazzanti differenze tra ricchi e poveri (si vedano a titolo di esempio, la Prima lettera ai Corinzi e la Lettera ai Galati).
Come tollera la coesistenza di ricchi e poveri, allo stesso modo Paolo accetta (e avalla) quella tra padroni e schiavi. A tale riguardo, il suo manifesto viene proclamato nella Lettera agli Efesini:
 
Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui. Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza
 
L’invito agli schiavi è chiaro: obbedite ai vostri padroni “con timore e tremore”. In altre parole, a Dio sta bene che in questo mondo ci siano i padroni e gli schiavi: così sia. A poco serve che Paolo chieda ai padroni di non ricorrere alle minacce, inviti tutti -in perfetto stile cristiano‑ a confidare nella “forza del Signore” e ricordi che al cospetto di Dio saremo tutti uguali: le sue parole non sono che una strenua difesa dello status quo e dell’ordine sociale costituito. Peraltro, in questo suo addolcire la pillola, Paolo cade anche in contraddizione: affermare, infatti, che “ciascuno riceverà secondo quello che avrà fatto di bene” significa smentire la base della sua stessa dottrina, secondo cui la salvezza dipende solo dalla fede.
Questi concetti vengono ribaditi nella Lettera a Tito:
 
Esorta gli schiavi a esser sottomessi in tutto ai loro padroni; li accontentino e non li contraddicano, non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio…È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone
 
Dunque, gli schiavi continuino a essere schiavi, per “fare onore” alla dottrina di un Dio che, evidentemente, vuole quest’ordine di cose. Paolo non si fa nemmeno scrupolo di offendere l’intelligenza e la dignità altrui allorché invita a rinnegare i desideri mondani e a vivere con sobrietà e giustizia: due precetti dai quali, evidentemente, ricchi e padroni sono dispensati!
Poco vale che venga contestata sia l’autenticità della Lettera agli Efesini che di quella a Tito. La tradizione cristiana la attribuisce a Paolo e sono dunque i cristiani e le loro guide spirituali che devono giustificare queste parole discriminatorie.
Quel che conta è che, a partire da Paolo, la chiesa prese a considerare l’esistenza di ricchi e poveri “conforme a natura” e il loro rapporto regolato (come quello fra padroni e schiavi) secondo il principio che i “grandi” si occupano dei “piccoli” e questi ultimi si subordinano ai primi. È quello che il compianto Walter Peruzzi ha opportunamente definito “solidarismo interclassista”, concezione secondo cui è giusta e conforme a natura l’esigenza di classi contrapposte, che devono collaborare ed essere solidali fra loro. In che modo? Lo chiariva, già alla fine del I secolo, la Prima Lettera di Clemente (preteso terzo vescovo di Roma):
 
Il forte si prenda cura del debole e il debole si preoccupi del forte; il ricco sostenga il povero, ma il povero ringrazi Dio per aver dato tanto a coloro per mezzo dei quali si soccorre alla sua indigenza
 
Che assurdità: invece di provvedere al povero per mezzo del ricco, Dio non poteva essere un po’ più largo con il povero?!
Ha qui inizio una serie di affermazioni al limite del grottesco, nelle quali tuttavia si lanciano alcune menti tra le più eccelse dell’universo cattolico.
Nel 150, ad esempio, affermava Aristide:
 
secondo l’ordine naturale, i rapporti esistenti sono soddisfacenti sia per i poveri che per i ricchi, sicché non esiste un altro modo di vivere
 
Insensato associare alla poverta una vita “soddisfacente” e facile sparare certe sentenze quando si fa parte della categoria dei benestanti!
Nel IV-V secolo, toccò al “sommo” Agostino pronunciarsi sulla spinosa questione e proclamare che “al povero spetta di chiedere e al ricco di donare”, per trarre dalla sua carità giovamento al fine della vita eterna:
 
Ci sono i ricchi perché ci sono i poveri e i poveri perché ci sono i ricchi…Il povero si può dire un campo fecondo che rende presto frutti al padrone. E usiamo un’altra immagine: il povero è la via del cielo per la quale si va al Padre. Se non vuoi uscire da questa strada, comincia a distribuire del tuo…liberati del gravame delle ricchezze…dona a chi chiede, per poter tu stesso ricevere, da’ a chi ha bisogno se non vuoi essere arso nelle fiamme: dona a Cristo qui in terra, per ricevere da lui il ricambio in cielo
 
Parole assurde, eppure considerate illuminate, quand’è evidente che Dio, nella sua pretesa onnipotenza, avrebbe reso le cose assai più semplici evitando di creare un’umanità divisa in ricchi e poveri.
Eppure, è proprio così. Secondo Agostino e secondo la concezione cristiana, ricchi e poveri esistono perché così vuole Dio e, soprattutto, sono interdipendenti, nel senso che senza i ricchi i poveri non avrebbero chi allevia la loro indigenza (che evidentemente Dio non era stato in grado di evitare a priori) e i ricchi non avrebbero a chi donare, guadagnandosi così la vita eterna.
Siamo chiaramente in presenza di una concezione che serve solo a occultare il processo storico di appropriazione nel corso del quale pochi si arricchiscono a spese di molti, diventando “proprietari” di beni in origine comuni, semplicemente per mezzo del furto: “la proprietà privata”, nota Odifreddi, “è ciò che è stato sottratto, in barba all’ottavo comandamento, alla proprietà pubblica”.
Quest’opinione, che la proprietà privata fosse un furto, era del resto diffusa nel IV secolo fra molti padri della chiesa, che criticavano le disparità sociali: Basilio (“Chi ama il suo prossimo come sé stesso, non possiede più del suo prossimo”), Gregorio di Nissa (“Nella suddivisione della ricchezza terrena uno che si appropria di una quantità più grande danneggia quelli con i quali deve dividere; infatti, chi prende per sé una porzione maggiore, diminuisce necessariamente la parte dei suoi compagni”), Gerolamo (“Il ricco è ingiusto o è erede di un ingiusto”) e soprattutto Giovanni Crisostomo, che ben sintetizza quel concetto:
 
Dimmi, donde proviene la tua ricchezza? La devi a un altro? E quest’altro a chi la deve? A suo nonno, si dice, a suo padre. Ora, risalendo lungo l’albero genealogico, potrai fornire la prova che tale proprietà è stata guadagnata in modo giusto? Non lo puoi. Al contrario, l’inizio, la radice della stessa si trova in qualche atto di ingiustizia…Perché Dio al principio dei tempi non ha creato uno povero e l’altro ricco…E dunque la comunanza dei beni è per la nostra vita la forma più adeguata che non la proprietà privata, ed è conforme a natura” (Commento alla Prima Lettera a Timoteo)
 
Peccato che, dopo tanti bei discorsi, anche quest’autore si limiti a inveire contro i ricchi e, alla fine, faccia addirittura l’elogio della povertà e si spinga alla tracotanza di mostrare quasi pietà per gli sventurati ricchi:
 
“[i ricchi] spesso restano tutta la notte insonni…Per contro il povero, una volta terminata la sua fatica giornaliera, ha le membra stanche e gli basta coricarsi che già se lo porta via un sonno dolce e profondo, in cui egli trova un premio non trascurabile per le sue oneste fatiche
 
Di conseguenza, a suo avviso,
 
Se eliminassi la povertà, distruggeresti l’intera struttura della vita…Se tutti fossero ricchi, tutti vivrebbero nell’inerzia…e allora tutto ne uscirebbe a pezzi e andrebbe in rovina
 
Clemente Alessandrino promette il paradiso anche ai capitalisti e ammonisce i poveri che si sollevano contro di loro. Del resto, abitando nella ricca Alessandria, questo padre della chiesa scriveva già per i cristiani colti e benestanti; egli non manca di definire “ricco” l’apostolo Matteo e di insegnare che l’umanità non potrebbe esistere, se non ci fosse qualcuno in possesso di qualcosa.
Nel IV secolo, Gregorio Nazianzeno concepisce la ricchezza come benedizione di Dio per gli uomini pii; e così mantenne per tutta la vita il possesso dei suoi vasti latifondi, che lasciò in eredità ai poveri solo nella legazione testamentaria.
 

 

Fine della prima parte
 
 
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