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La tutela dei ricchi nella dottrina sociale della chiesa (Parte II)

Cammello cruna(seconda parte)

di Giuseppe Verdi –


Da Gesù alla chiesa

Fu così che, “legittimata” in qualche modo la coesistenza di ricchi e poveri, gli esponenti del clero poterono fare la vita del nababbo, divenendo proprietari di terre e, cosa che non guasta, di schiavi e servi della gleba.

Secondo Karlheinz Deschner, si sa poco dell’origine e dell’accrescimento dei possedimenti ecclesiastici; fino al V secolo, infatti, gli autori cristiani tacciono quasi completamente su questo processo, non molto conciliabile con l’ideale evangelico della povertà.

 

La pioggia di denaro iniziò con l’imperatore Costantino, che donò alla chiesa denaro e proprietà e concesse al clero svariati privilegi, incluse forse alcune esenzioni fiscali (corsi e ricorsi storici!). Da allora in avanti, quel che prima confluiva nelle casse dei templi pagani prese a finire nelle tasche della chiesa, che si appropriò anche dei beni dei templi e delle proprietà degli “eretici”. Non sorprende, dunque, il fatto che si imponesse l’uso di eleggere i vescovi solo tra i membri delle famiglie più ricche.
Il prefetto pagano Pretestato, assai rispettato, alludendo alle entrate di papa Damaso disse con scherno: “Fatemi vescovo di Roma, e divento immediatamente cristiano”. Verso la fine del IV secolo, lo storico Ammiano Marcellino afferma che chi diventava vescovo di Roma guadagnava facilmente ricchezze e poteva condurre una vita da feudatario.
Gradualmente, andò costituendosi un colossale latifondo, definito Patrimonium Ecclesiae o Patrimonium S. Petri. I vescovi romani possedevano ormai enormi proprietà non soltanto in Italia, ma anche in Sicilia, in Corsica, in Sardegna, in Dalmazia e in Africa. Dal V secolo in poi, il vescovo di Roma era indubbiamente il più ricco proprietario terriero dell’impero romano.
 
La “dottrina sociale” della chiesa moderna
 
La moderna dottrina sociale cristiana nasce tra la fine del XIX e secolo e la metà del XX. Com’è facile immaginare, viene definitivamente rimossa ogni critica ai ricchi presente in alcuni padri della chiesa e si assiste a un totale rovesciamento dei principi cristiani originari, con l’assunzione di posizioni ben lontane da quelle “ufficiali”, propagandate con particolare intensità dall’attuale papa.
Si comincia con Pio IX (l’ultimo papa-re, quello dell’infallibilità papale), che, in un’epoca in cui si andavano diffondendo il socialismo e il comunismo, proclama che ricchezza e proprietà sono diritti dei ricchi e, quindi, da difendere contro i “poverelli”, gli operai e le altre “persone di basso stato” che tentano di “invadere, manomettere, dilapidare le proprietà, in prima della Chiesa (e te pareva!), e poscia di qualsivoglia altro legittimo posseditore”.
Le parole più patetiche e indegne scritte da questo papa sono, tuttavia, quelle con le quali, dopo avere giustificato come “naturale condizione umana” il fatto che ci sia chi primeggi per ricchezza, egli cerca anche di “confortare” i poveri:
 
“…rammentino i poverelli e i miseri di qualsivoglia fatta, quanto essi debbano esser grati alla Religione Cattolica, nella quale palesemente e in tutta la sua purità predicasi la dottrina di Gesù Cristo, il quale protestò di avere le beneficenze conferite ai poverelli e ai miseri come fatte a sé stesso” (Noscitis et nobiscum, 1849)
 
Se non sorprendono tali idee in un papa antiquato come Pio IX, autentico residuato del Medioevo, che definiva la schiavitù “non del tutto contraria alla legge naturale e divina”, può risultare invece motivo di stupore ritrovare le medesime posizioni, per di più esposte in modo più supponente, in un papa da molti ritenuto “progressista” come Leone XIII. Costui non esitò ad attribuire a “socialisti, comunisti e nichilisti” la colpa di avere sobillato il volgo alla rivolta:
 
…Con queste dottrine disseminate in lungo e in largo…non deve recare meraviglia che gli uomini della plebe, stanchi della casa misera e dell’officina, anelino a lanciarsi sui palazzi e sulle fortune dei più ricchi; non deve recare meraviglia che, scossa, vacilli ormai ogni pubblica e privata tranquillità, e che l’umanità sia giunta quasi alla sua estrema rovina…”
 
Naturalmente, il papa non mancava di sottolineare che, in opposizione al comunismo, la chiesa
 
“…saggiamente ed utilmente anche nel possesso dei beni riconosce disuguaglianza tra gli uomini, naturalmente diversi per forze fisiche ed attitudine d’ingegno, e vuole intatto ed inviolabile per tutti il diritto di proprietà e di possesso che dalla stessa natura deriva…”
 
Come tradizione vuole, poi, anche Leone XIII “consolava” i poveri promettendo loro la beatitudine eterna
 
Tuttavia [la chiesa] non dimentica per questo la causa dei poveri, né avviene che la pietosa Madre trascuri di provvedere alle loro indigenze: ché anzi, con materno affetto, se li stringe al seno, e ben sapendo che essi impersonano Cristo…con ogni mezzo possibile li solleva; si adopera con ogni sollecitudine affinché in tutte le parti del mondo s’innalzino case ed ospedali destinati a raccoglierli, a mantenerli, a curarli…Incalza poi i ricchi col gravissimo precetto di dare ai poveri il superfluo, e li spaventa intimando loro il giudizio divino, secondo il quale se non verranno in aiuto dell’indigenza saranno puniti con eterni supplizi. Da ultimo ricrea e conforta considerevolmente gli animi dei poveri sia proponendo l’esempio di Cristo “il quale, essendo ricco, si fece povero per noi” (2 Cor 8,9), sia ripetendo quelle parole di Lui, con le quali chiama i poveri beati, e comanda loro di sperare i premi dell’eterna beatitudine. Ora, chi non vede come questa sia la più bella maniera di comporre l’antichissimo dissidio tra i poveri e i ricchi?” (Quod apostolici numeris, 1878)
 
Ritengo che la sola reazione che un passo del genere possa provocare sia un intenso conato di vomito. Per Leone XIII, infatti, il solo modo di “comporre il dissidio tra i poveri ed i ricchi” sarebbe quello di garantire ai primi la beatitudine eterna se se ne staranno zitti e buoni senza toccare le proprietà dei ricchi (come dire “ai ricchi certezze immediate, a voi speranze future”).
Il papa, per di più, si dimostra anche distratto, visto che “dimentica” quanto avevano già affermato alcuni padri della chiesa, vale a dire che la proprietà privata è il risultato di un furto e non un “diritto di natura”, acquisito “a titolo di legittima eredità, o con l’opera del senno e della mano, o con la frugalità della vita”.
Leone XIII viene comunque ricordato soprattutto per l’enciclica Rerum novarum, pubblicata nel 1891 e considerata dagli apologeti cattolici come una “svolta” progressista sulla questione sociale e sui problemi dei lavoratori.
Era vero? Per rispondere, è necessario leggerne alcuni passi.
Dopo avere ribadito che la proprietà privata è un diritto di natura e che essa distingue l’uomo dal bruto, il papa afferma che eliminare le disparità è impossibile: “togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile”.
La conseguenza inevitabile di tale premessa è che, per il papa, bisogna tutelare la proprietà dei ricchi e frenare le bramosie del popolo. Ai poveri, naturalmente, il papa ricorda che non devono provare vergogna per la loro condizione né per il fatto di dovere vivere di lavoro:
 
…per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione [non sa di presa per il c…?], poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri (cf. Mt 5,3); invita amorosamente a venire da lui per conforto quanti sono stretti dal peso degli affanni (Mt 11,28); i deboli e i perseguitati abbraccia con atto di carità specialissima. Queste virtù sono molto efficaci ad abbassar l’orgoglio dei fortunati e togliere dall’avvilimento i miseri, ad ispirare indulgenza negli uni e modestia negli altri. Così le distanze, tanto care all’orgoglio, si accorciano, né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo
 
Sembra una favoletta, ricca di immagini di pace e concordia, con un papa che, anziché spiegare perché Dio abbia voluto quest’ordine di cose, assicura ai poveri abbracci e conforto, mentre continua a parlare di “classi”, “operai” e “padroni”!
Ne consegue ancora una volta che il solo modo suggerito dal papa per migliorare le condizioni degli operai sia quello di pregare, in quanto i beni più preziosi sono quelli “dell’anima” e il vero obiettivo è il “premio” che otterremo nell’aldilà.
Amen.
Lungi dall’essere in alcun modo innovativa, la Rerum novarum ribadisce l’idea che le disuguaglianze siano giuste, volute da Dio e utili alla società. I lavoratori, quindi, non devono lamentarsi per il dolore e la fatica, che sono “conseguenze del peccato” e accompagnano gli uomini fino alla tomba (specie, chissà come mai, quelli sprovvisti di proprietà privata).
Una sintesi di questa dottrina troviamo nel cosiddetto Sillabo sociale di Pio X, del 1903, che conferma gli insegnamenti del papa precedente e li raccoglie in una sorta di compendio, il cui caposaldo rimane quello consueto:
 
…nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei
 
Nulla cambiò nemmeno con il successivo pontefice, Benedetto XV, che nell’enciclica Ad beatissimi apostolorum principis del 1914 e in una Lettera all’episcopato veneto del 1920 riaffermava le “disuguaglianze di natura”, la critica dell’invidia sociale verso i ricchi, l’esortazione a questi ultimi perché siano prodighi nell’elargire e allo stato perché tuteli le loro ricchezze, nonché l’invito a non inseguire il miraggio dei beni terreni, bensì la felicità eterna.
Non si discostò dai pronunciamenti dei suoi predecessori nemmeno Pio XI, che si occupò di “questione sociale” nell’enciclica Quadragesimo anno, scritta nel 1931. Lo stesso papa, tuttavia, nella Divini Redemptoris del 1937 spiegava perché, a suo avviso, l’economia liberale avesse spinto gli operai nelle malefiche braccia del comunismo; l’idea del pontefice è a dir poco originale:
 
Per spiegare poi come il comunismo sia riuscito a farsi accettare senza esame da tante masse di operai, conviene ricordarsi che questi vi erano già preparati dall’abbandono religioso e morale nel quale erano stati lasciati dall’economia liberale. Con i turni di lavoro anche domenicale non si dava loro tempo neppur di soddisfare ai più gravi doveri religiosi nei giorni festivi; non si pensava a costruire chiese presso le officine né a facilitare l’opera del sacerdote; anzi si continuava a promuovere positivamente il laicismo. Si raccoglie dunque ora l’eredità di errori dai Nostri Predecessori e da Noi stessi tante volte denunziati, e non è da maravigliarsi che in un mondo già largamente scristianizzato dilaghi l’errore comunista…”
 
Parole che sembrano scritte da un bambino di terza elementare, tanto appare banale e scontata la spiegazione che attribuisce la colpa della diffusione del comunismo alla “brutta e cattiva” economia liberale che, in parole povere, ha impedito agli operai di andare a messa la domenica!
Non mancano, nella stessa enciclica, le consuete riflessioni papali sull’importanza della povertà e sui ricchi come amministratori di Dio, che devono dare ai poveri quello che loro avanza:
 
I ricchi non devono porre nelle cose della terra la loro felicità né indirizzare al conseguimento di quelle i loro sforzi migliori; ma, considerandosene solo come amministratori che sanno di doverne rendere conto al supremo Padrone, se ne valgano come i mezzi preziosi che Dio loro porge per fare del bene; e non lascino di distribuire ai poveri quello che loro avanza…Ma anche i poveri, a loro volta, pur adoperandosi secondo le leggi della carità e della giustizia a provvedersi del necessario e anche a migliorare la loro condizione, devono sempre rimanere essi pure “poveri di spirito”…“Beati i poveri”. E non è questa una consolazione e una promessa vana come sono le promesse dei comunisti; ma sono parole di vita che contengono una somma realtà e che si verificano pienamente qui in terra e poi nell’eternità. Quanti poveri, infatti, in queste parole e nell’aspettativa del regno dei cieli che è già proclamato loro proprietà: “perché il regno di Dio è vostro”, trovano una felicità, che tanti ricchi non trovano nelle loro ricchezze, sempre inquieti e sempre assetati come sono di avere di più
 
Incredibile a dirsi, ma nella visione del papa (sicuramente più profonda della nostra!), quelli davvero felici sono i poveri, che attendono il regno dei cieli, mentre i “poveri ricchi” piangono, verrebbe da dire, tanto sono “inquieti” e preoccupati dalla necessità di gestire enormi patrimoni…E poi, come possono essere “assetati di avere sempre di più”, se tutto quel ben di Dio (!) non è di loro proprietà, ma solo affidato ad essi dal “supremo padrone” affinché se ne servano per far del bene? Un vero monumento all’ipocrisia…
Anche Pio XII, nell’enciclica Sertum laetitiae, del 1939, torna su questo tema e, com’è prevedibile, non risulta per nulla innovativo:
 
…vi sono sempre stati ricchi e poveri, e l’inflessibile condizione delle cose umane fa prevedere che così sempre sarà [a spegnere ogni speranza di rivalsa]. Degni di onore sono i poveri che temono Dio, perché di loro è il regno dei Cieli e perché facilmente abbondano di grazie spirituali [le quali, purtroppo, non riempiono lo stomaco in “questo” regno]. I ricchi poi, se sono retti e probi [se lo sono…], assolvono l’ufficio di dispensatori e procuratori dei doni terrestri di Dio; essi in qualità di ministri della Provvidenza [ma chi li ha nominati tali?] aiutano gli indigenti, a mezzo dei quali spesso ricevono i doni che riguardano lo spirito e la cui mano –così possono sperare‑ li condurrà negli eterni tabernacoli. Dio, che a tutto provvede con consigli di suprema bontà, ha stabilito che per l’esercizio delle virtù e a saggio dei meriti vi siano nel mondo ricchi e poveri; ma non vuole che alcuni abbiano ricchezze esagerate e altri si trovino in tali strettezze che manchino del necessario alla vita. Buona madre però e maestra di virtù è la onesta povertà, che campa col lavoro quotidiano, secondo il detto scritturale: “Non darmi (o Dio) né mendicità né opulenza: ma provvedimi soltanto del necessario…(Prov 30, 8)
 
Disgustoso e oltremodo ingiurioso…Anziché preoccuparsi che i ricchi non siano troppo ricchi e i poveri troppo poveri, Dio avrebbe reso tutto più facile assicurando a ogni essere umano una vita più che decorosa, senza eccessi né in una direzione né nell’altra. Ma si sa, i suoi piani sono imperscrutabili…
È assai probabile che, giunti a questo punto del nostro lungo excursus lungo la storia della dottrina sociale della chiesa, molti lettori siano increduli e si stiano domandando come il clero possa essere tanto ipocrita nel predicare principi che non corrispondono affatto a quanto la tradizione cattolica ha costantemente predicato almeno da quindici secoli a questa parte. È però altrettanto probabile che al lettore non sia sfuggita la spaventosa povertà concettuale di una dottrina sociale che strizza l’occhio ai ricchi in maniera sfacciata.
Suona pertanto ipocrita l’affermazione di Giovanni Paolo II, che, nel 1991, commemorando con la Centesimus Annus il centenario della Rerum novarum (il che già indica quanto ritenesse importante quel documento!), ebbe a scrivere “non c’è vera soluzione della questione sociale fuori dal vangelo”, mentre, contemporaneamente, continuava a sostenere due posizioni del tutto antievangeliche, vale a dire la difesa della proprietà privata e la critica del socialismo.
Detto poi per inciso, nella medesima enciclica il polacco poteva risparmiarsi l’affermazione secondo cui “lotta di classe in senso marxista e militarismo hanno le stesse radici: l’ateismo e il disprezzo della persona umana”. Il papa “santo subito” avrebbe dovuto spiegare anche quali fossero le radici delle crociate, dell’Inquisizione, della cristianizzazione coatta, evidentemente volute da Dio e ispirate al rispetto per la dignità della persona umana.
In definitiva, dall’enciclica di Wojtyla traspare l’imbarazzante permanere di una dottrina sociale ricca di banalità, principi reazionari e difesa della proprietà privata, col conseguente diritto dei proprietari a disporne a proprio piacimento.
Dalla tradizione non si è discostato neppure Benedetto XVI, oggi papa emerito, che nel Messaggio per la quaresima 2008, pur sostenendo che i beni non sono “esclusiva proprietà” dei loro detentori, non si azzardò certo ad aggiungere che di essi possa disporre la società o lo stato, limitandosi a ricordare che i loro proprietari devono ritenersene gli “amministratori” per conto di Dio, come già detto dai papi precedenti, e farsi “tramite” della divina provvidenza nell’aiutare i poveri. Come? Facendo, per “dovere di giustizia”, la “elemosina”, più apprezzata da Dio se “nascosta” (sa un po’ di bustarella…).
Incredibile a dirsi: in pieno terzo millennio, per la chiesa l’elemosina rimane lo strumento principe in materia di giustizia sociale!
Il resto è storia dei nostri giorni, con un papa che non porta scarpe firmate ma ostenta la croce di ferro, rifiuta l’anello d’oro, gira in autobus, lava i piedi agli ultimi, si paga il conto in albergo e, soprattutto, invoca una chiesa “povera e per i poveri”, sull’esempio di Gesù e di san Francesco. In breve, Bergoglio esibisce quell’attenzione verso i derelitti che serve a recuperare il feeling smarrito fra il pastore e il suo gregge e, chissà, magari anche a conquistare consensi nel terzo mondo.
Tuttavia, qualcosa impedisce che si passi dalle parole ai fatti, soprattutto se si pensa ai recenti scandali e alle rivelazioni sul tenore di vita e sui patrimoni di una certa élite del clero, evidentemente sorda agli appelli del papa argentino.
Questa, però, è un’altra storia.
 
 
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