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La vedova del Nobel Liu Xiaobo sfida la Cina: non voglio la libertà, ma la morte

Il 13 luglio del 2017 Liu Xiaobo, intellettuale e attivista democratico premio Nobel per la Pace 2010, condannato a 11 anni di reclusione per sovversione, moriva a 61 anni al termine di una lenta agonia dopo la scarcerazione per motivi di salute.

Quasi un anno dopo la vedova, Liu Xia, 57 anni, poetessa e fotografa, da 8 anni agli arresti domiciliari senza che alcuna accusa formale sia stata spiccata contro di lei, malata da tempo, e di cui Germania e Stati Uniti stanno cercando di ottenere la liberazione lavorando per vie diplomatiche, non ce la fa più.

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E’ pronta a morire: l’unica libertà che le resta. “Non ho più niente da temere. Se non posso partire, morirò a casa mia. Xiaobo è già andato e non c’è più niente al mondo per me. E’ più facile morire che vivere. Usare la morte come sfida è la via più facile”.

E’ il frammento di una drammatica telefonata della donna pubblicata su China.Change.org dal suo amico Liao Yiwu, scrittore rifugiato in Germania. Una conversazione di 16 minuti interrotta dal pianto della poetessa e dal tentativo dell’amico di rassicurarla, ricordandole gli sforzi del governo tedesco per farle ottenere un visto per Berlino. “Dopo che l’ambasciatore tedesco aveva telefonato, avevo cominciato a preparare i bagagli, che cosa volete che faccia di più?”, dice la vedova.

Come riporta il Corriere della Sera, il governo di Berlino, dopo la morte del premio Nobel, aveva iniziato a negoziare con Pechino per ottenere il trasferimento di Liu Xia in Germania. Il governo cinese avrebbe temporeggiato, rinviando la decisione dopo i due più importanti appuntamenti politici cinesi  –  il XIX Congresso del Pcc di ottobre scorso e le due sessioni parlamentati di marzo scorso – sostanzialmente illudendo Liu Xia, che continuava a rimanere chiusa in casa, sottoposta a stretta sorveglianza.

Fu vista l’ultima volta al funerale del marito, quando le fu permesso di partecipare alle esequie, un gesto di umanità da parte delle autorità cinesi dopo che si erano moltiplicati gli appelli della comunità internazionale per ottenere il completo rilascio di Liu Xiaobo e consentirgli di ricevere cure all’estero.

La stessa comunità che invece, scrive il Foglio, è oggi silente sulle sorti della poetessa che insieme al marito sognava un’altra Cina, mentre “Stoccolma si accapiglia per le molestie” e rimanda il Nobel per la letteratura.

La posizione del governo cinese sulla vicenda di Liu Xiaobo era stata ribadita nei giorni della sua morte, quando il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, aveva chiesto il rispetto della sovranità giudiziaria cinese e ribadito la contrarietà del governo alle interferenze negli affari interni della Cina.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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