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La vera identità del Gesù dei Vangeli 13

Approfittando di questa eccezionale situazione, Giovanni di Gamala (il Gesù dei Vangeli), stante i medesimi rapporti di forza fra i due Imperi, il Romano e il Partico, adottò l’identica strategia del suo predecessore, Antigono II asmoneo, contando, come lui, sulla vittoria dei Parti e si accordò con il re parto Artabano III per sollevare la Giudea contro i romani. Durante la Festa delle Capanne del 35, che riuniva a Gerusalemme gran parte della popolazione giudaica, spinse la nazione a ribellarsi, e dopo aver annientato la guarnigione romana, si impadronì del potere facendosi osannare dal popolo come “Re dei Giudei” e “Salvatore” (Yeshùa). Giovanni restaurò la prassi degli antenati monarchi Asmonei che rivestivano entrambi i sacri uffizi di Re e Sommo Sacerdote. Per gli Ebrei Giovanni divenne così il “Yeshùa” (Salvatore) della terra santa, e tramite il rituale dell’unzione, il nuovo Messia (Cristo). A quella data, il Prefetto Ponzio Pilato era stanziato nel palazzo pretorio di Cesarea Marittima, ma, non avendo saputo disporre forze sufficienti per impedire la rivolta, venne da Roma riconosciuto colpevole e destituito.
Il regno di Giovanni non durò a lungo. Alla fine dell’anno 35 d.C., Lucio Vitellio, dopo aver costretto Artabano alla fuga e aver assoggettato nuovamente l’Armenia al dominio di Roma, rientrò ad Antiochia con le sue legioni” (Tacito, Annales VI 37). Venuto a conoscenza degli eventi accaduti in Giudea, dopo aver fatto riposare l’esercito nei quartieri invernali, alla testa delle sue legioni si avviò verso Gerusalemme per giustiziare il monarca, che, illegittimamente, si era proclamato Re dei Giudei e ristabilire l’ordine. Nel frattempo il Prefetto Marcello era giunto a Cesarea Marittima per rilevare Ponzio Pilato dal suo incarico. Giunto nel periodo pasquale del 36 d.C., Lucio Vitellio, cinse d’assedio la Città Santa, già stremata dalla lunga carestia, e le inviò un ultimatum di resa. Fu il Sinedrio, convocato dallo stesso Giovanni in qualità di Sommo Sacerdote del Tempio a decretare in quel momento la fine del Re e del suo breve regno. Nel Vangelo di Giovanni le parole di Caifa ai sinedriti che recitano: “Considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11,50) suonano assurde se riferite ad un mite predicatore che offre sempre l’altra guancia qual è il Gesù evangelico, ma sommamente pertinenti se riferite ad un Messia zelota la cui sopravvivenza metteva a rischio l’incolumità di un intera nazione. Per Giovanni, il “Salvatore” Re dei Giudei, non vi fu alcuna possibilità di scampo e accettò la resa di Gerusalemme e il suo atroce destino: la crocifissione. 
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