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La vera storia del Natale è fatta di sbronze solenni e grassazioni 

Nel 1897 la piccola Virginia O’ Hanlon chiese al padre Philip, chirurgo e medico legale di Manhattan, se Babbo Natale esistesse davvero. Alla poverina era stato detto di no da qualche compagno di classe molto più addentro alle cose del mondo dei grandi. Il padre le suggerì di scrivere al quotidiano conservatore New York Sun.

Che rispose di sì, in un articolo caramelloso e sdolcinato la cui riproposizione rappresenta uno dei must delle Feste, nel mondo anglosassone. Niente di più lontano dalla realtà storica dei fatti, e non solo perchè su Babbo Natale avevano ragione i compagni di classe della piccola e petulante Virginia.

La verità è che quella lettera, e soprattutto quella risposta, rappresentano il culmine di un processo che sarebbe degno di essere studiato da un antropologo. Una lenta acculturazione indotta dalle classi emergenti di quel crogiolo sociale che fu la Rivoluzione Industriale e che servì a imbrigliare e incanalare la devianza sociale e forgiare, al contempo, una nuova classe media di produttori e consumatori.

Sì, Virginia, il Natale una volta era la scusa per i contadini e gli operai per fare bisboccia, e lasciarsi andare a comportamenti da debosciati. E c’era una logica, perché nella civiltà contadina dicembre era il momento in cui, ammazzato il maiale e messa la birra nella botte, ci si rilassava al pensiero che l’inverno non sarebbe stato così duro. Quindi si festeggiava. 

Insomma, se i Carnevale era ed è rimasto la festa di fine inverno, quella in cui si libera la dispensa da quanto avanzato per far posto alle primizie della primavera, il Natale gli è stato a lungo speculare. Con gli stessi effetti: sbronze solenni, depravazioni, grassazioni. Come a Carnevale, si invertivano anche le gerarchie sociali, ed il contadino aveva facoltà di pretendere dal signore di campagna vitto e alloggio gratis, pena la rappresaglia. “Apri la porta in un momento / o ti stendiam sul pavimento” cantavano i miserabili abbrutiti dall’alcol mentre bussavano all’uscio delle tenute padronali. E le porte si aprivano davvero.

Il popolo pecca più nei 12 giorni di Natale che nei 12 mesi precedenti

Valeva per l’Inghilterra, valeva per le colonie. Fu qui che si iniziò a manifestare una reazione. Nel Massachussetts puritano in cui sarebbe stata ambientata la Lettera Scarlatta si giunse a vietare i festeggiamenti, perchè “il popolo pecca più nei 12 giorni di Natale che nei 12 mesi precedenti”. La misura draconiana si abbattè sul calendario religioso per più di vent’anni, dal 1669 al 1681, ed il giorno della Natività di Nostro Signore venne trattato alla stregua di un venerdì 13 di convito delle streghe di Salem. Ma non servì a nulla.

Si scelse allora la via della persuasione. Nel 1761 i compositori di almanacchi ammonivano paterni che “l’uomo temperato ha per sè ogni delizia / giacchè il ber smodato è fonte di nequizia”.

Anche qui, la moral suasion da sola avrebbe fatto ben poco. Il problema venne risolto alla fine non perchè i contadini cambiarono i loro costumi, ma perchè cessarono di essere contadini e di vivere in campagna.

La Rivoluzione Industriale infatti li induce ad inurbarsi, e anche se questo sulle prime genera un peggioramento del fenomeno, che si estende alle insicure e male illuminate strade degli slums, nel lungo periodo la borghesia industriale riesce ad imporsi sui fastidiosissimi operai ubriachi.

Uno dei primi esperimenti di soft power della storia

Ancora una volta la repressione non serve, e quindi si passa alle carezze. È uno dei primi esperimenti di soft power della storia: in America ancor prima che a Londra si riprendono le antiche tradizioni, rivisitandole radicalmente.

Per impedire le visite non gradite nelle case, si lasciano sulla porta pacchetti infiocchettati di denaro, indumenti e generi alimentari. Dal folklore olandese si tira fuori l’idea di una figura benigna che porta doni, e la si chiama come San Nicola perchè questi gode già di questa fama.

Nel 1823 esce una prima opera letteraria, “Una visita di san Nicola”, di Clement Clarke Moore, che sdogana definitivamente un personaggio che pure non è vicinissimo alla cultura protestante. Ma non importa, perchè tutto serve a veicolare l’idea che a Natale si è tutti più buoni: i poveri non rompono le vetrine ed i ricchi diventano filantropi.

All’operazione partecipano anche i giornali, che non mancano di pubblicare storie edificanti e rassicuranti. Nel 1839 il New York Herald invita tutti a “lasciar perdere le taverne, almeno in questi giorni”.

Anche perchè chi non è generoso il Natale non se lo gode per nulla: lo scrive nientemeno che Charles Dickens nel 1843. L’opera, inutile dirlo, è “Canto di Natale”, che salda la cultura popolare britannica a quella americana, e non a caso finirà per essere immortalato da Walt Disney in un corto che ci regalerà, notoriamente, l’immarcescibile figura di Paperone (qualche volta anche i cattivi meritano l’immortalità).

A Natale bisogna donare, anche se non si è ricchi: inizia così l’obbligo dei regali ad amici e parenti, e l’economia gira come nemmeno ai tempi dei Re Magi. Il fatto è che nel frattempo nasce e si impone la classe media, che vuol dimenticare i freschi ricordi della povertà e somigliare un tantino a quella più abbiente. “Il Natale è il momento del raccolto per il mercante” nota un industriale. Siamo nel 1908: da più di 10 anni anche Virginia, con la sua estrazione alto-borghese, sa con certezza che Babbo Natale esiste. Anche se gli manca un dettaglio essenziale: una lattina di Coca Cola in mano. Ma Virginia è nata nel 1889, e farà in tempo a vedere pure quella.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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