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La Via della seta polare, i passaggi a nord-est e a nord-ovest di Pechino

La via della Seta cinese si estende fino al polo nord. Il governo cinese ha emesso oggi il primo libro bianco sull’Artico, dove introduce il concetto di “via della seta polare” per la cooperazione internazionale nello sviluppo infrastrutturale e delle risorse energetiche, ittiche, turistiche e, soprattutto, delle rotte che si stanno creando come risultato del surriscaldamento globale. Il progetto ricade all’interno dell’iniziativa Belt and Road lanciata nel 2013 dal presidente cinese, Xi Jinping, per la connessione infrastrutturale di Asia, Europa e Africa.

I piani della Cina sull’Artico

La Cina prevede che le fredde acque del nord possano diventare “importanti rotte di trasporto per il commercio internazionale”, secondo quanto si legge nel documento diffuso oggi. Pur non essendo un Paese che affaccia direttamente sull’Artico, dal 2013 la Cina è un osservatore dell’Arctic Council, il forum intergovernativo che promuove il coordinamento e l’interazione tra gli Stati che si affacciano sul polo Nord. “La Cina, come grande Paese responsabile, è pronta a cooperare con le parti coinvolte per afferrare la storica opportunità nello sviluppo dell’Artico, e affrontare le sfide portate dai cambiamenti nella regione” e “seguendo i propri interessi”, promette il documento redatto dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato, ovvero il governo cinese, la Cina “presterà la dovuta considerazione agli interessi egli altri Paesi e della comunità internazionale” per mantenere un “giusto, ragionevole e bene organizzato sistema di governance” dell’artico.

“Il passaggio a nord-est”

L’iniziativa Belt and Road, per la connessione infrastrutturale tra Asia, Europa e Africa si estende ufficialmente anche ai ghiacci polari. Il passaggio delle merci dalla rotta a nord della Russia, già noto come “il passaggio a nord-est”, renderebbe più breve per le navi il percorso per arrivare al porto di Rotterdam, che richiede oggi 48 giorni di navigazione rispetto alla rotta che percorre l’Oceano Indiano e passa attraverso il canale di Suez. Dalla Norvegia alla Corea del Sud, ricorda oggi il Financial Times, ci sono voluti solo diciannove giorni a una nave cisterna russa, lo scorso anno, per arrivare a destinazione. In media, comunque, il risparmio di tempo rispetto all’altra rotta viene generalmente stimato attorno al 20%-30%.

Lo sfruttamento delle rotte polari è da tempo un tema che la Cina intende sviluppare: già a ottobre 2016, Ding Nong, vice presidente esecutivo del colosso delle spedizioni marittime cinesi, Cosco (China Ocean Shipping Company) aveva confermato l’interesse per le rotte polari alla Conferenza sull’Artico di Reykjavik, in Islanda. Lo sviluppo dell’Artico è stato uno degli argomenti trattati, a luglio dello scorso anno, durante la visita a Pechino del primo ministro Dmitry Medvedev. Proprio nel nord della Russia, la Cina detiene uno degli asset più importanti nel circolo polare artico, una quota del 9,9% nei giacimenti di gas naturale liquefatto di Yamal, finalizzata nel 2016 dal Silk Road Fund, uno dei bracci finanziari dell’iniziativa Belt and Road: dal progetto di Yamal Pechino prevede di ricavare quattro milioni di tonnellate di Lng all’anno. 

Il passaggio a nord-ovest

C’è poi l’altro passaggio, quello a nord-ovest, che passa sopra il Canada, a cui la Cina è interessata. A dichiararlo apertamente era stato, nel novembre scorso, Shen Quan, vice capitano della Xuelong, la rompighiacci “Drago delle Nevi”, in un’intervista rilasciata al quotidiano canadese The Globe and Mail. “Prendendo questi due passaggi possiamo risparmiare molto tempo”, aveva dichiarato. “L’utilizzo su larga scala del passaggio a nord-ovest potrebbe sostenere lo sviluppo delle parti settentrionali del Canada”, aveva aggiunto. Anche in questo caso ci sarebbe stato un risparmio di tempo rispetto a un’altra rotta, quella che passa attraverso il canale di Panama. Gli studi sullo sfruttamento di questa rotta non sono, però, ancora a un livello apprezzabile. “Solo informazioni di base”, aveva dichiarato uno degli scienziati a bordo della rompighiacci cinese, He Jianfeng, che si era, però, detto fiducioso sullo sviluppo della rotta. “Il potenziale del passaggio a nord-ovest è piuttosto considerevole”. 

Quanto investe la Cina nell’Artico

Gli investimenti cinesi nell’Artico non sembrano destinati a diminuire. Con la pubblicazione del libro bianco di oggi, la Cina ribadisce il rispetto dell’ambiente e l’impegno delle aziende cinesi accanto a quelle internazionali “per l’esplorazione e l’utilizzo delle risorse dell’Artico”, ma Pechino è già oggi un attore di primo piano tra i ghiacci polari. Secondo calcoli diffusi dal sito web statunitense di informazione “The Hill”, dal 2012 al primo semestre dello scorso anno, la Cina ha investito 89,4 miliardi di dollari nello sviluppo dei ghiacci polari, confermando il proprio ruolo di primo piano, soprattutto se si considera che l’economia del circolo polare artico si aggira attorno ai 450 miliardi di dollari.

I progetti sfumati

Non sempre gli investimenti danno i risultati sperati, e se a lungo si è parlato delle difficoltà incontrate in Canada da China National Offshore Oil Corporation, Cnooc, dopo l’acquisizione nel 2013 del gruppo Nexen, molto più recentemente anche l’Islanda ha creato problemi al gigante del greggio offshore di Pechino. Cnooc, assieme alla norvegese Petoro, ha deciso di rinunciare alla licenza di esplorazione delle coste al largo del piccolo Stato europeo, perché considerato non sufficientemente attraente sotto il profilo delle estrazioni di idrocarburi.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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