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La violenza del dogma

Di Dario Accolla –

Facciamo un esercizio: prendiamo il vocabolario e cerchiamo la parola “dogma”. La definizione riporta: «proposizione accettata come vera in assoluto e quindi non soggetta a discussione». Il dogmatismo, sempre secondo il dizionario, si configura quindi come quella «posizione culturale che ritiene vera una proposizione in quanto affermata da un’autorità riconosciuta (religiosa o culturale)». Il dogma non ha bisogno, perciò, del dubbio. Forza intellettuale, quest’ultima, che sta alla base del pensiero critico, della ricerca scientifica e del superamento dei nostri limiti. Le fedi religiose e, più in generale, quella predisposizione d’animo che ci porta ad accettare una certa lettura della realtà in quanto tale, si nutre invece di proposizioni assolute, in base all’ipse dixit di turno.

Faccio tale premessa poiché nel nostro paese, profondamente impregnato da una sub-cultura confessionale (poi poco importa quanto i principi di tale sistema di credenze siano effettivamente messi in pratica da chi lo supporta), accanto ai classici dogmi della fede si stanno affermando nuove verità indiscusse che potremmo definire di tipo “laico”. Non perché esse siano avulse dal condizionamento della fede – anzi, ne sono intrise oltre modo – ma perché esulano dai confini dei fatti religiosi per penetrare nel dibattito pubblico in questioni che richiederebbero una maggiore imparzialità: la questione delle unioni civili ci insegna molto, in tal senso.

A livello politico-istituzionale è sfiancante leggere dei continui tentativi di mediazione da parte dei parlamentari cattolici del Partito democratico che, di fronte a un provvedimento già carente come il ddl Cirinnà, si sforzano per depotenziare quella che è già una mediazione al ribasso rispetto ai diritti civili delle persone LGBT. Ricordiamo un principio di base: al di fuori dell’eguaglianza formale di tutti i cittadini e di tutte le cittadine, c’è solo la discriminazione. Tentare di rendere gay e lesbiche meno uguali, per il loro essere omosessuali, viola un paio di principi costituzionali. Farlo in nome di postulati quali “l’articolo 29 vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso”, “la famiglia è solo quella composta da un uomo e una donna” e enormità simili, immette nel discorso pubblico nuovi dogmi di fronte a questioni di natura politica e sociale. Lo scopo? Tentare di chiudere il dibattito di fronte alla trasformazione del mondo in cui viviamo. La conseguenza? Si producono diseguaglianze. Il Pd ha la responsabilità storica di intercettare questo corto circuito culturale e porvi rimedio. Dubito però che al suo interno ci sia una classe politica preparata in tal senso. Basta vedere chi ci governa.

La ricezione “popolare” – intesa come assimilazione del concetto su larga scala – non solo riproduce acriticamente quelle affermazioni, ma le supporta con altre, sempre “indiscutibili”, per cui lo status quo diviene immodificabile per due ragioni. La prima: così è sempre andato il mondo e non può certo cambiare per i “capricci” di una minoranza. La seconda: la società non è pronta per il cambiamento, meglio non affrontarlo o percorrerlo a piccoli passi, pur a costo di odiosi compromessi. Nascono allora altre asserzioni quali “meglio poco che nulla”, “la gente non capirebbe”, “non si può avere tutto e subito” e via discorrendo.

Credo che questo tipo di enunciati non tengano conto, o peggio, abbiano proprio perso di vista l’oggetto del contendere: i diritti umani di una fetta della società. Tali diritti dovrebbero essere, questi sì, “fuori discussione” nell’ambito del loro riconoscimento. Non siamo più disposti a mediare su tematiche quali l’uguaglianza di neri, donne, ebrei, minoranze, ecc. E non certo perché c’è un’autorità morale che ha imposto la cosa al di fuori di ogni dato empirico, ma al contrario, proprio perché millenni di disuguaglianze ci hanno dimostrato che certi squilibri portano violenze e ingiustizie. Perché nei confronti della gay community larghe fette di opinione pubblica sono invece disposte ad accettare certe mediazioni?

Concludo ricordando quanto segue: attendere la maturazione sociale o accettare supinamente la politica dei piccoli passi significa chiedere il permesso per affermare la nostra integrità umana. Significa accettare deroghe rispetto alla piena affermazione del sé nel “qui e ora”. Significa rinunciare alla nostra autodeterminazione. Tutto questo, ricordiamolo, in nome di un dogma. La peggiore violenza, a parer mio, che si possa fare a un individuo.

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