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Lacrime di coccodrillo per Rodotà

Di Piergiorgio Odifreddi –

Il caso ha voluto che fossi vicino a Stefano Rodotà nel momento politico più importante della sua vita, o almeno di quella recente. Era il 20 aprile 2013, ed eravamo tutti a Bari per Repubblica delle Idee. Alle 17 Vito Mancuso ed io facemmo un dialogo sulla religione e Rodotà era tra il pubblico, anche perché alle 19 avrebbe dovuto dialogare subito dopo di noi con Remo Bodei. Durante il dialogo, dal palco notai un certo trambusto nelle prime file, e vidi Rodotà uscire frettolosamente insieme a Ezio Mauro e altri.

Finito il dialogo, dietro le quinte trovammo un subbuglio. Napolitano era stato appena rieletto presidente della Repubblica, dopo che i 101 franchi tiratori renziani che avevano affossato le candidature di Marini e di Prodi si erano uniti alle truppe di Berlusconi. Ma era stato il Pd nella sua totalità ad aver pervicacemente rifiutato di votare Rodotà, che pure era stato uno dei suoi padri fondatori, per il solo ottuso e disonesto motivo che la sua candidatura era stata proposta dai grillini.

Grillo prese malissimo la rielezione di Napolitano e convocò il suo popolo sotto il Parlamento, in una specie di “marcia su Roma”. Dietro le quinte oltre a Rodotà e Mauro c’era, tra gli altri, Michele Emiliano, allora sindaco di Bari e oggi governatore della Puglia. Il momento era delicato, perché Grillo aveva annunciato il suo arrivo a Roma in serata per guidare una sorta di insurrezione, e il ministro degli Interni gli aveva comunicato che se l’avesse fatto l’avrebbe arrestato al suo arrivo. Infatti lui fece uno dei suoi voltafaccia e rimase a Genova.

La notizia era arrivata dietro le quinte in diretta, ovviamente in forma privata, e Rodotà dovette decidere sul momento se cavalcare la tigre o gettare acqua sul fuoco. Si vide chiaramente, in quel momento, che non aveva la stoffa del leader politico: pallido come uno straccio, chiamò ripetutamente sua figlia negli Stati Uniti per chiederle consigli, e si fece quasi dettare da Mauro la dichiarazione che fece poco dopo di fronte alle telecamere. Ai miei occhi rivelò in quel momento di possedere le doti positive e intellettuali che facevano di lui una persona degna e seria, e di non possedere di quelle negative e caratteriali che servono invece per essere un politico cinico e decisionista.

Quando uscì sul palco per il suo dialogo con Bodei la notizia della rielezione di Napolitano era ormai arrivata anche al pubblico, che l’accolse in piedi con un lungo applauso. Lui era ridiventato tranquillo, avendo ormai dismessa la divisa del politico antisistema con la quale l’avevano mascherato i grillini, e reindossata la toga del professore lucido e appassionato.

Finito il suo intervento, dietro le quinte la tensione era ancora salita. Si respirava un’aria da golpe, vero o falso che fosse, e il prefetto aveva disposto che Rodotà fosse prelevato da una scorta per evitare disordini. Ci fecero uscire dal retro, e per puro caso io finii nella sua macchina, seduto sul sedile posteriore insieme a lui. Passammo sgommando tra le ali di folla che lo applaudiva e urlava il suo nome, e finimmo a una cena in casa dell’editore Laterza, dove ovviamente non si parlò d’altro.

La candidatura di Rodotà fu un episodio kafkiano della storia della nostra Repubblica, con un candidato degnissimo sia in assoluto, sia relativamente agli altri che furono votati, che venne stupidamente silurato dalla propria parte politica solo perché l’aveva paradossalmente proposto un’altra parte alla quale non apparteneva, né formalmente, né sostanzialmente.

Oggi Rodotà lo piangono, con lacrime di coccodrillo, anzitutto coloro che non l’hanno appunto voluto presidente. Forse perché sapevano che non si sarebbe piegato a fare colpi di palazzo, come colui che rielessero: non ultimo, a permettere che diventasse presidente del Consiglio il padre ignobile dei 101 traditori del loro partito.

E lo piangono, sempre con lacrime di coccodrillo, anche coloro che non ne hanno seguito le indicazioni al referendum che cancellò la controriforma costituzionale: anzitutto Roberto Benigni, che fu uno dei sostenitori doc del Si, e che oggi ci viene a dire che “di Rodotà avevamo ancora tanto bisogno e ne sentiremo la mancanza”. E’ vero, naturalmente, ma forse avrebbe dovuto accorgersene quando Rodotà era ancora presente, e ci indicava la strada da seguire: esattamente l’opposta di quella indicata dal Pd, da Renzi e da Benigni.

http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/

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