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Laicità. Etimologia e travisamento di una nobile aspirazione umana

Termine complicato e decisamente impopolare, di questi tempi.

La sua etimologia è antichissima, forse addirittura micenea. Omero utilizza il vocabolo laòs, da cui laikòs deriva, per designare la comunità guerriera, il popolo in armi.

Laico, dunque, sta per popolare. E’ una parola nata dalla somma di laos più la forma aggettivale iko. Ossia: “del popolo”. Cioè, ancora: che non ha nulla a che fare con il clero; che ne è separato, in un’epoca in cui la religione ed il culto erano esclusivo appannaggio dei sacerdoti.

La Bibbia, e soprattutto le sue traduzioni successive, in virtù del suo concetto di Israele come popolo eletto, ha però contribuito massicciamente a modificare il significato di questo termine. I cosiddetti Settanta saggi, che nel Terzo secolo a.C. si cimentarono nella traduzione del Pentateuco dall’ebraico al greco, rivisitarono “in chiave giudaica” la parola laikòs intendendola, sì, come “ciò che allude al popolo”. Ma nel senso del “popolo di Dio”.

Nonostante ciò, risulta piuttosto evidente un uso originario del termine greco laòs in termini generici di popolo (in una accezione leggermente diversa dal più noto sostantivo demos, utilizzato invece più in senso territoriale),in chiave totalmente svincolata da qualsiasi connotazione religiosa. Un esempio più che chiaro ci deriva dal versetto 10 della prima Lettera di San Pietro, composta originariamente in greco intorno al 65 d.C., in cui proprio il primo capo della capo della Chiesa cristiana scrive: “οἵ ποτε οὐ λαὸς, νῦν δὲ λαὸς Θεοῦ”, ossia: “voi che prima non eravate un popolo e che adesso siete il popolo di Dio”. Come non notare, infatti, che il termine laòs sia qui usato da Pietro per designare genericamente un popolo, e che per ricollegarlo alla dimensione religiosa debba infatti aggiungere, nella sua seconda occorrenza, la specificazione Θεοῦ, ossia: “di Dio”?

Nel senso riduttivo di “cristiano non chierico”, però, tale termine verrà sempre più utilizzato dal cristianesimo successivo; soprattutto da Clemente Alessandrino in poi. Dante, all’interno del celebre passo dell’Inferno in cui descrive i poveri adulatori di Malebolge costretti a nuotare negli escrementi, si sofferma infatti su un nobile guelfo bianco “che non parea s’era laico o cherco”. Insomma, per i cristiani laico è soltanto chi non si fa prete, ma appartiene pur sempre a Santa Madre Chiesa, nella solita ottica tipicamente medievale per cui ogni uomo, in quanto uomo, è di Cristo. Proprio in questo senso, chi invece si ostina pretendere che le questioni religiose debbano restar separate da quelle politiche o morali, chi insomma andrebbe definito appunto laico, dai clericali è piuttosto appellato laicista. Autorevoli enciclopedie, come la stessa Treccani, risentono di questa chiesastica influenza. Un trucchetto che ricorre a un termine faziosamente alludente a una qualche sorta di estremismo per denotare, invece, l’aspirazione – tutt’altro che esagerata, pericolosa o tanto meno illegittima – di ogni individuo che si limiti a ribadire il proprio sacrosanto e naturale diritto a vivere e a ragionare in piena autonomia dalla religione. Aspirazione che può, per altro, esser nutrita persino da chi pur coltivi, in se stesso, una qualunque fede in Dio.

Da qualche secolo però, in piena sintonia con l’etimo originario, in certi ambienti è tornato a dirsi laico chi raggiunge una sua indipendenza ideologica, politica e soprattutto morale, dai dettami dell’autorità religiosa. Una conquista, questa, che in Occidente è partita solo con l’avvento dell’Umanesimo e della sua ricerca delle fonti. Ma che, tuttavia, fatica ad affermarsi ancor oggi, avanzando molto lentamente, tra mille contrasti di tipo confessionale, senza mai compiersi davvero del tutto.

 

Tanto per guardare in casa nostra, ad esempio, la Costituzione italiana prevede la piena indipendenza dello Stato dalla Chiesa Cattolica, salvo poi confermare, all’articolo 7, i Patti Lateranensi. La tipica ambiguità italica, constatabile in ogni ambito e in ogni evento storico nostrano che riguardi i rapporti tra politica e religione. A cominciare da tutti gli sforzi computi per ottenere (e, soprattutto, mantenere in vigore) le leggi sull’aborto e sul divorzio.

Per non parlare delle questioni dei DICO, delle infinite polemiche sulle unioni civili, o dell’eutanasia, il cui iter legislativo è ormai naufragato tra le perplessità e le remore un po’ di tutti: Destra, Sinistra e, naturalmente, Centro.

 

L’Italia è pur sempre il cortile del Vaticano, e la Breccia di Porta Pia – checché se ne dica – non è stata altro che l’inizio dell’annessione della nostra nazione da parte del Papato.

Gli italiani, alla fin fine, a mio parere si suddividono in atei-cattolici e religiosi-cattolici. E questi ultimi, a loro volta, in buddisti-cattolici, musulmani-cattolici, ebrei-cattolici, cattolici-cattolici, ecc.

Lo stesso termine laicità, dalle nostre parti, resta ancora in gran parte incompreso, con buona pace di chi laico non è. Di seguito, un esempio concreto in un contesto locale.

 

Tempo fa, in una cittadina del torinese, è stata proclamata Settimana della Laicità, quella celebrata per commemorare le gesta del capitano ebreo Giacomo Segre,

contraddistintosi per aver ordinato per primo, ai propri soldati, di aprire il fuoco su Porta Pia, il 20 settembre 1870.

Orbene. Se fosse davvero chiaro il significato del termine laicità, la “prodezza” di Segre non dovrebbe semmai venir ascritta alla sua diversa fede religiosa, archiviandola quindi come l’ennesimo caso di “guerra di religione”? Altrimenti bisognerebbe considerare “campioni di laicità” anche il Sultano Maometto II, che prese a cannonate le mura di Costantinopoli, il terrorista turco Alì Ağca, che sparò a Giovanni Paolo II, o gli stessi crociati cristiani che, ripetutamente, attaccarono le mura di una Gerusalemme musulmana.

Quel principio di laicità, quell’indipendenza dalla religione, che insegna a considerare kantianamente tutti gli uomini con pari rispetto, in nome della sola ragione che li accomuna, va osservato infatti nei confronti di qualunque fede.

Anche quando la religione da cui ci si vuol ritenere moralmente autonomi non coincide con quell’invadente e ben poco rispettoso cattolicesimo che tanto si è prodigato, dalle sue origini ad oggi, per offuscare completamente qualsiasi forma di autentica e originaria Laicità.

 

Pietro Ratto, ottobre 2012

http://www.boscoceduo.it/Glossario.htm

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