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Laicizzare le festività

La notizia viene dalla Francia, ma in Italia è stata ripresa soltanto dal Giornale con il titolo L’ultima follia: giorni di festa musulmana al posto di Pasquetta e della Pentecoste. La testata neofascista Secolo d’Italia ha a sua volta ripreso il Giornale.

Stante l’autorevolezza delle due testate, non stupirà nessuno che il titolo sia impreciso anche rispetto al contenuto che esse stesse riportano. Le due nuove festività sarebbero infatti la festa del sacrificio (Id al-adha) e lo Yom Kippur: che com’è noto non è musulmana, ma ebraica. Errori che capitano, quando la linea editoriale la detta l’estremismo. La proposta in questione è stata formulata da Terra Nova, una fondazione legata al partito socialista francese (ma finanziata da grandi imprese).

Visti i sondaggi sulle imminenti elezioni presidenziali, ha dunque ben poche chance di essere approvata. È comunque significativa di un clima politico particolare nella patria della laïcité: ormai tutti la rivendicano con modalità ben poco rispettose del suo contenuto originario. Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, ne sta infatti facendo un baluardo anti-islamico. Il discusso candidato neogollista François Fillon afferma apertamente la sua fede cattolica ed enfatizza le radici cristiane della Francia.

Il centrista Emmanuel Macron, già ministro dell’economia per un governo socialista, ha criticato le modalità di approvazione della legge che riconosce le nozze gay, perché avrebbero “umiliato” i contrari. Mentre il candidato socialista Benoît Hamon, alla richiesta di un parere sui locali in cui le donne musulmane non possono entrare, non ha trovato di meglio che minimizzare, ricordando che qualche decennio fa accadeva lo stesso nei caffè operai. Pare che nessuno più, in Francia, e in particolare a sinistra, sia interessato a coloro che non fanno parte di alcuna religione, nonostante rappresentino più della metà della popolazione.

È una situazione a cui, in Italia, siamo abituati da molto tempo. Prima o poi qualche politico proporrà anche da noi l’introduzione di feste musulmane ed ebraiche (ma non atee): ben sapendo, ovviamente, che non avrebbero possibilità di essere approvate, ma sapendo anche che il beau geste sarebbe apprezzato in certi ambienti che contano. Come in Francia, nessun politico propone invece di diminuire il numero di feste religiose. E dire che la laicità dello Stato dovrebbe trovare attuazione anche in un calendario in cui tutti i cittadini possano, almeno in teoria, riconoscersi.

La questione è stata riproposto qualche settimana fa in un libro, Calendario civile. Curato da Alessandro Portelli, propone ventidue date “per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani”. Di esse, soltanto tre sono al momento riconosciute dallo Stato: 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno. L’odierno calendario civile presenta invece otto festività cattoliche (a cui si deve aggiungere la festa patronale): tre dedicate a Maria (1 gennaio, 15 agosto, 8 dicembre); due a Gesù — che conta quindi meno di sua madre (6 gennaio; 25 dicembre); una ai santi tutti (1 novembre); una a santo Stefano (26 dicembre) e una al misterioso angelo del lunedì che secondo quanto narra il testo sacro dovrebbe essersi manifestato di domenica. Le ultime due, peraltro, non sono nemmeno feste di precetto: possono dunque essere sostituite con due “vere” festività civili senza che la Chiesa se ne debba lamentare troppo.

Se il senso di una festività è nella memoria condivisa di una popolazione, la preponderanza delle ricorrenze cattoliche non è ormai più giustificata. Certo, una ricorrenza come il 20 settembre non è forse la più adatta a sostituirne una, in quanto ostracizzata da molti cattolici. Ma tutti coloro che riempiono i loro discorsi di riferimenti ai valori fondamentali della nostra società, non potrebbero proporre il 17 marzo (l’unità d’Italia), il 9 maggio (la festa dell’Europa) o il 10 dicembre (la giornata mondiale dei diritti umani)?

Finché si continuerà a festeggiare l’immacolata concezione di Maria, unico essere umano concepito senza peccato originale, sarà legittimo pensare che chi ci governa considera il dogma dell’indimostrata eccezione a un altrettanto indimostrato dogma più importante dell’unità del paese, dell’Unione Europea, dei diritti umani.

Raffaele Carcano, Coordinatore culturale UAAR

Articolo pubblicato sul blog di MicroMega il 28 febbraio 2017

 

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