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L'anno da incubo di Ignazio Marino

Roma – E’ bastata una sentenza di assoluzione del giudice Pierluigi Balestrieri, maturata dopo una camera di consiglio di appena quindici minuti, per spazzare via un incubo durato un anno intero, cominciato proprio nell’ottobre del 2015 con le dimissioni da sindaco, prima annunciate e poi ritirate e alla fine diventate inevitabili con le dimissioni in blocco di 26 consiglieri del Pd. Oggi è il giorno della rivincita, almeno dal punto di vista giudiziario, per Ignazio Marino, il chirurgo dem che aveva assunto la carica di primo cittadino di Roma dopo Gianni Alemanno subendo, con la sua amministrazione, gli scossoni provocati dall’onda travolgente di ‘Mafia Capitale’. Ma non è stata questa inchiesta a mettere in ginocchio Marino, quanto, piuttosto, la polemica politica legata all’utilizzo della carta di credito che il sindaco poteva utilizzare per le cosiddette ‘cene di rappresentanza’. Sono stati due esposti, presentati da ‘Fratelli d’Italia’ e dal Movimento 5 Stelle, a mettere in moto la magistratura romana. Il 7 ottobre dello scorso anno, Marino annuncia che avrebbe restituito alla città la somma di 20mila euro, “denaro – dice – speso nell’interesse di Roma” ma il 19 ottobre, d’accordo con il suo difensore, decide di presentarsi spontaneamente in Procura per spiegare all’aggiunto Francesco Caporale e al pm Roberto Felici di aver agito nel rispetto della legge e di non aver commesso alcun illecito.

Nel frattempo, i magistrati, che lo avevano iscritto sul registro degli indagati per i reati di peculato e falso (riferito alla sua firma in calce alle ricevute) per gli scontrini legati a 56 cene consumate tra il 2013 e il 2015 (e fatte passare come incontri istituzionali) in compagnia di suoi congiunti e altri soggetti non identificati, stavano svolgendo accertamenti anche su un caso di truffa: quella, per 6mila euro, che riguardava la Onlus no profit ‘Imaginè, di cui il chirurgo dem era ritenuto il rappresentante legale. Le due indagini procedono in maniera abbastanza rapida e il 23 febbraio del 2016 a Marino, tramite la Guardia di Finanza, viene notificato l’avviso di conclusione dell’inchiesta. è di un mese dopo la richiesta di processo. Ma sono sufficienti due udienze preliminari dopo l’estate per chiudere la vicenda: Marino, per gli scontrini, chiede e ottiene dal giudice l’acquisizione una perizia grafologica, grazie alla quale sarebbe possibile risalire a chi effettivamente ha posto la firma su quelle spese, e di una nota del suo ex capo di gabinetto in cui era esplicitato a che cosa si riferissero le cosiddette ‘spese di rappresentanza’.

Il 29 settembre, i pm Roberto Felici e Pantaleo Polifemo sollecitano la sua condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione. Il Comune di Roma chiede pure un risarcimento pari a 100mila euro per danno funzionale e altri 500mila per danno di immagine. L’avvocato di Marino, il penalista Enzo Musco si dice fiducioso: “Abbiamo fatto a pezzettini le tesi dell’accusa. Mi stupisco che la Finanza abbia condotto gli accertamenti in quel modo. Dimostreremo che abbiamo avuto ragione noi”. E oggi la ragione è arrivata. Marino incassa l’assoluzione e dice commosso: “Sapevo di essere innocente, la verità è stata ristabilita”. (AGI) 

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