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L’arte che spaventava Hitler. Artisti in fuga da Hitler.

Articolo di Ada Masoero (Sole 15.7.18) “L’esilio americano delle avanguardie europee. Artisti migranti. La fuga negli Stati Uniti dei più innovativi esponenti delle avanguardie europee per sfuggire al nazismo e alle sue farneticazioni sulla creatività «degenerata»”

“”Erano passati poco più di due mesi dalla sua nomina a Cancelliere del Reich – il 30 gennaio 1933 – quando Hitler ordinò alle Squadre d’assalto di chiudere il Bauhaus, la scuola superiore d’arte e architettura allora diretta da Mies van der Rohe che, cacciata l’anno prima da Dessau – già in mano ai nazionalsocialisti – era stata riaperta in sordina, a Berlino, come scuola privata. Precauzione che non bastò a placare la sete di vendetta dei nazisti contro questa scuola che si presentava come una «cattedrale del socialismo» e minava i fondamenti stessi della grande arte, mischiandola con l’artigianato. Al Bauhaus avevano insegnato Kandinskij e Klee, Albers e Feininger, Schlemmer e Moholy-Nagy ma, agli occhi dei nazisti, quella scuola altro non era che una «cellula di sovversione bolscevica».
Sempre nel 1933 caddero le teste di 27 direttori di musei sgraditi al potere e furono rimosse dalle sale 16 mila opere avanguardiste che, opponendosi all’antico ordine classico, erano segno ai loro occhi di «degenerazione» culturale oltreché di «degrado» cerebrale dei loro autori. Moltissime sarebbero state messe al rogo sei anni dopo; altre invece furono conservate («speriamo di fare un po’ di soldi con questa spazzatura», dirà Goebbels): le più belle e importanti, come sapevano anche loro, tanto che alcune furono requisite da Göring per la sua residenza di caccia.
Motore di tutto era Joseph Goebbels, potente ministro della Propaganda, che aveva istituito la Reichskulturkammer, affidando ben presto la direzione del dipartimento delle arti visive ad Adolf Ziegler, pittore modestissimo ma amato da Hitler (il suo zuccheroso Trittico dei quattro Elementi occupava il posto d’onore nel salotto privato del Führer). E fu proprio Ziegler, il 19 luglio 1937, a inaugurare a Monaco la mostra itinerante «Arte degenerata» (Entartete Kunst), che riuniva, mischiati alla rinfusa, 600 capolavori dei maestri delle avanguardie europee d’inizio ’900, strappati ai musei tedeschi: una mostra, sibilò nel presentarla, che «ispira in tutti noi orrore e disgusto». Gratuita (ma vietata ai minori!), la rassegna richiamò oltre due milioni di visitatori.
È questo lo sfondo, assai ben disegnato, dello studio condotto da Maria Passaro nel suo libro Artisti in fuga da Hitler. L’esilio americano delle avanguardie europee, il cui nucleo, come enunciato dal titolo, è l’indagine dell’esilio forzato di tanti grandi artisti europei e delle sue conseguenze da un lato sulla cultura visiva degli Stati Uniti, dall’altro (aspetto, questo, meno esplorato) sul loro stesso linguaggio espressivo, vivificato dal “trapianto” nella nuova cultura.
Che gli artisti europei in esilio negli Stati Uniti (Breton, Léger, Miró, Masson, Chagall, Ernst, Tanguy, Feininger, Mondrian e molti altri) siano stati gli “impollinatori” della grande arte americana del dopoguerra è ben noto: i surrealisti lo furono per l’espressionismo astratto di Pollock (che derivò persino la sua mitica tecnica del dripping dall’“oscillazione” di Max Ernst, a lui ben nota) e di Kline, De Kooning, Motherwell, Rothko… E gli astrattisti Mondrian e Albers lo furono per il minimalismo. Alcuni poi – Hans Hofmann, Josef Albers, Lázló Moholy-Nagy – furono chiamati a insegnare nelle università americane, dove formarono generazioni di artisti e designer: come sosteneva Hofmann, «in America c’è lo spazio per far crescere le radici di una nuova arte». Il che era esattamente ciò che in quel momento serviva agli Stati Uniti, desiderosi di acquisire (anche) l’egemonia mondiale della cultura, strappandola all’Europa.
L’America accolse – o addirittura invitò – artisti visivi, musicisti di fama (Stravinsky, Béla Bartók, Schönberg), storici dell’arte come Erwin Panofsky e Lionello Venturi -lui in fuga dal fascismo – e Premi Nobel come Thomas Mann e Albert Einstein. Come scrive l’autrice, «la cultura aveva un valore di mercato molto alto nella politica d’accoglienza americana».
Anche il sistema dell’arte si trasformò, grazie a figure di conoscitrici, anch’esse espatriate, come Katherine S. Dreyer, amica stretta di Duchamp e di Kandinskij, e Hilla von Ribay, consulente di Solomon Guggenheim, che indirizzarono il gusto dei collezionisti americani verso la grande avanguardia europea (non è citata, però, Peggy Guggenheim, forse perché americana: ma chi più di lei, che in Europa aveva vissuto, seppe promuovere l’arte delle avanguardie europee negli States?). Non furono da meno galleristi come Kurt Valentin e Pierre Matisse, figlio di Henri, che, forte del suo nome, fece della sua galleria, nel «Flatiron Building» a Manhattan, il punto d’incontro e di promozione degli artisti europei rifugiati: magistrale, nel 1942, l’idea di presentare la mostra, sinora poco nota e rimessa in luce qui, «Artisti in esilio», dove riunì felicemente 14 maestri (da Ernst, Chagall, Léger a Breton, Mondrian, Masson e altri che, scrisse, «talora in patria nemmeno si parlavano») facendone un manifesto dell’arte aborrita dai totalitarismi europei, proprio mentre gli Stati Uniti combattevano contro il nazismo.
Appassionante come una spy story, poi, è la vicenda del giornalista Varian Fry che, quando la Francia nel 1940 fu occupata dai nazisti, fu inviato a Marsiglia dal Comitato di soccorso per mettere in salvo gli artisti e gli uomini di cultura che vivevano o si erano rifugiati lì: ne salvò oltre duemila prima di essere cacciato dal Paese. Ma non meno romanzesca è la storia dell’acquisto per il MoMA, voluto dal direttore Alfred Barr jr., di alcune delle opere di «arte degenerata» messe all’asta dai nazisti a Lucerna nel giugno del 1939: come acquistare qualcosa che apparteneva al bottino dei nazisti senza attirarsi l’anatema del mondo? Fu Curt Valentin a cavarlo d’impiccio. E, due mesi dopo, il MoMA poteva presentare nella mostra «Art in Our Time» cinque opere strappate dai nazisti ai musei tedeschi.””

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