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“Lascia stare i santi”: intervista a Guido Barbujani

barbujaniGuido Barbujani, genetista e scrittore, ha lavorato alla State University of New York a Stony Brook (New York) e alle Università di Padova e Bologna. Dal 1996 è professore di genetica all’Università di Ferrara. Tra i suoi libri più noti Dilettanti. Quattro viaggi nei dintorni di Charles Darwin e Sono razzista, ma sto cercando di smettere (con Pietro Cheli). La sua ultima opera è Lascia stare i santi. Una storia di reliquie e scienziati (Einaudi).

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“Lascia stare i santi” è un libro originale, a cavallo tra racconto, autobiografia, storia e divulgazione scientifica, sempre accompagnato da una narrazione ironica. Come le è venuto in mente di impostarlo in questo modo?

Per chi, come me, ha fatto lo statale per tutta la vita, il viaggio in Siria, con i suoi imprevisti e le sue difficoltà magari previste, ma nei fatti superiori all’attesa, poteva solo essere un’esperienza memorabile. Mi sembrava una bella storia e sono partito da lì, ma presto ho capito che, per farlo bene, dovevo parlare di tante cose (dal culto dei morti agli effetti delle Crociate) a cui all’inizio avevo prestato poca o nessuna attenzione. Quindi ho cominciato a leggere, a documentarmi, e così mi sono infilato in territori sconosciuti, per i quali dovevo leggere e documentarmi ancora di più; mi sono lasciato prendere la mano e a un certo punto non capivo bene io stesso dove sarei andato a parare. E poi, per gradi, mi sono reso conto che i diversi capitoli stavano insieme, giravano tutti intorno a uno stesso tema, che li legava e li giustificava. Ho cercato di spiegarlo nella citazione iniziale di Vasilij Grossman e nella dedica al mio amico Ivaldo Vernelli.

Al centro del racconto c’è un corpo, custodito a Padova, che i fedeli ritengono quello dell’evangelista Luca. Ha dedicato diverse pagine al fenomeno delle reliquie, dalla geografia dei resti attribuiti a Luca fino al prepuzio di Gesù o all’anulare di santa Caterina da Siena. False attribuzioni e trafugamenti erano all’ordine del giorno, fino a pochi secoli fa. Com’è cambiata la sua opinione sul fenomeno, in seguito a questa particolare esperienza?

Non è cambiata. Leggendo, soprattutto il bel saggio di Pat Geary Furta sacra, ma anche testi della tradizione cristiana, come gli Acta sanctorum online, ho solo avuto occasione di rendermi conto da un lato della vastità del fenomeno, e dall’altro di come una parte del mondo cattolico sia ben al corrente di quanto di grottesco si muove intorno al traffico delle reliquie, e sia disposta a parlarne con laico scetticismo.

Da non credente dichiarato, quale giudizio dà della collaborazione scientifica con una diocesi?

Ottimo. Il vescovo Mattiazzo ha dimostrato un’apertura mentale — e una capacità di comprendere sia i potenziali sia i limiti della scienza — superiori a quelle di molti che la pensano come me.

Il testo contiene una digressione sul diventare scienziati, anzi sul “diventare distruttori di reliquie”. È autobiografica, ma contiene riflessioni agrodolci sulla scienza e su chi ci lavora. Perché ha ritenuto che un libro di questo tipo ne fosse il contenitore ideale?

Non so se questo libro ne fosse il contenitore ideale. Però, insieme al classico pregiudizio antiscientifico di origine crociana che tanti disastri ha portato al sistema scolastico nazionale e direi anche alla società italiana nel suo complesso, mi è capitato di incontrare un pregiudizio opposto, quello secondo cui la scienza sarebbe dispensatrice di certezze. Ecco: io non solo penso che si tratti di un’idea ingenua, o al massimo di un’aspirazione infondata, ma anche che il bello di questo mestiere stia proprio nel contrario: nel doversi muovere costantemente nell’incertezza, senza sapere dove si va a finire e sicuri che qualunque risposta si troverà sarà comunque incompleta e susciterà altre domande. E, arrivato alla fase della vita in cui non si ha più vergogna a riconoscere quanto di buono ci hanno trasmesso i padri, mi è venuto spontaneo tradurre questi pensieri in forma narrativa.

La ricerca sul campo si è svolta in Siria, tra i cristiani d’Oriente. Una nazione guidata da un regime autoritario su cui sono (o forse si dovrebbe dire “erano”) puntati gli occhi del mondo. Quali sentimenti prova ascoltando le notizie? E come vede il futuro di quel paese?

In Siria ho passato solo una settimana, non sono certo un esperto. Non sono in grado di fare previsioni, ma sono desolato per la sorte di Aleppo, città magnifica, oltre naturalmente che per i suoi abitanti, con alcuni dei quali ho stabilito un rapporto breve ma intenso, durato più della nostra capacità di mantenere i contatti. Però qualche impressione forte l’ho riportata e la più forte, raccontata anche nel libro, è che tutte le minoranze con cui ho avuto a che fare preferissero il regime di Assad (all’epoca Hafez, il padre), corrotto e violento, ma tollerante delle differenze religiose, a qualunque realistica alternativa (e sottolineo realistica). Molti me l’hanno fatto capire, altri me l’hanno detto esplicitamente, qualcuno mi ha addirittura confessato di pregare per Assad. Per sgradevole, e anche destabilizzante, che sia questo pensiero, non posso non tenerne conto. Dunque sono confuso, e assisto con inquietudine a un dibattito nel quale esponenti politici con cui di solito sono in sintonia esprimono solidarietà con gli insorti.

Articolo originale http://www.uaar.it/news/2014/03/23/lascia-stare-i-santi-intervista-guido-barbujani/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lascia-stare-i-santi-intervista-guido-barbujani

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