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Laureati trovano lavoro prima di altri

CdV – “Anche in questi anni di incertezza rinunciare agli studi non è la scelta più opportuna“. Lo afferma il Rapporto Caritas sull’esclusione sociale diffuso oggi, dal quale emerge che “anche nel periodo di recessione economica, dal 2007 al 2014, i neo laureati sono stati i meno penalizzati nella ricerca di un impiego: il tasso di disoccupazione tra loro è passato dal 9,5% al 17,7% a fronte di un aumento di oltre 16 punti percentuali registrato tra i neodiplomati, dal 13,1% al 30,0%. I dati del Consorzio Almalaurea dimostrano, sottolinea la Caritas, che “proprio nei momenti di crisi che si dovrebbe sostenere e promuovere l’istruzione all’interno delle famiglie, in modo particolare tra quelle meno abbienti; potrebbe infatti rappresentare per queste ultime l’unico strumento di riscatto sociale“.

Il Rapporto Caritas affronta anche il tema dei Neet, i giovani che non studiano e non cercano lavoro, rilevando che i nostri connazionali sono più anziani dei Neet stranieri, che in numero più rilevante però si rivolgono ai centri di ascolto della Caritas: l’età media dei Neet italiani è infatti pari a 28,3, mentre tra gli stranieri è di 27 anni.

Quanto a composizione demografica, prevalgono i giovani adulti, tra 30 e 34 anni (39,3% del totale). Scarsi invece i più giovani, in età immediatamente successiva al limite dell’obbligo scolastico-formativo (8% di intervistati tra 15 e 19 anni). La maggioranza dei Neet stranieri è celibe/nubile (56,7%), anche se le persone coniugate rappresentano la seconda categoria per numero di presenze (37,4%). Un certo numero di Neet si colloca anche nell’ambito di situazioni di “nido spezzato” (3,1% di separati o divorziati). Nel caso degli italiani si osserva una distribuzione simile, anche se i celibi/nubili sono meno numerosi (47,4%) e sono invece più numerosi i Neet separati/ divorziati (7,2%). La situazione di convivenza più diffusa è quella della persona coniugata con figli (27,7% degli stranieri, 28,2% degli italiani). Seguono, per gli stranieri, i giovani soli (23,8%), mentre nel caso degli italiani il secondo modello di convivenza è quello della famiglia mono-genitoriale (25,9%). Questo dato, associato alla forte incidenza dei separati/divorziati tra gli italiani, lascia intuire una connotazione di maggior disagio per i giovani italiani rispetto a quella degli stranieri.

Nel caso dei Neet italiani l’inattività dei ragazzi appare in gran parte determinata dall’insuccesso della carriera scolastica e dalla frammentarietà di una carriera lavorativa incapace di costruire solide basi di esperienza professionale. Grande, a tale riguardo, appare la responsabilità dei genitori, che evidenziano spesso una “debole genitorialità”: soprattutto nei momenti delle grande scelte formative, a fronte del disorientamento e dell’incertezza tipiche dell’età adolescenziale, le famiglie di origine dei ragazzi italiani si sono dimostrate incapaci di guidare i propri figli nella direzione giusta, orientandoli nella scelta del percorso scolastico.

Ma mentre nel caso degli italiani i problemi si concentrano attorno alla sfera dei bisogni primari (reddito, casa e lavoro), nel caso dei ragazzi di origine straniera si osserva una più omogenea distribuzione di problematiche, che vanno a configurare una situazione sociale più complessa. Alcune di tali difficoltà sono indicatori di processi di inserimento sociale, personali e familiari, ancora problematici e in sostanziale divenire: un buon numero di ragazzi (22,3%) ha infatti evidenziato problemi legati alla condizione di migrante e il 15,7% nella sfera educativa e formativa. (AGI)

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