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Le 8 promesse di Trump non (ancora) mantenute 

A 100 giorni dall’insediamento del presidente Donald Trump alla Casa Bianca è tempo del primo bilancio della sua amministrazione rispetto a quanto aveva promesso in campagna elettorale e cosa ha effettivamente realizzato.

Ecco l’analisi:

  • Riforma della Obamacare: quella che in campagna era semplicemente la revoca (repeal) ‘tout court’ della riforma sanitaria voluta dal suo predecessore Barack Obama, si è trasformata strada facendo in una riforma dell’Obamacare. Ma l’opposizione e la fronda nel suo stesso partito dall’ala più intransigente, il Freedom Caucus, che voleva la scomparsa di ogni forma di assicurazione sanitaria ed il ritorno alla situazione “quo ante”, a quella più moderata che la giudicavano troppo dura, ha fatto sì che l’Affordable Care Act sia rimasto in vigore senza che neanche una virgola del testo di Obama sia stato cambiato. In uno scatto d’ira, Trump commenta sostenendo che “tanto l’Obamacare esploderà” da solo per i costi crescenti.Affermazione non lontano dal vero se si pensa che rispetto lo scorso anno le spese per sottoscrivere l’assicurazione in molti stati sono cresciute del 25%.

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  • Il Muro lungo il confine con il Messico: la costruzione lungo i 3.111 chilometri di frontiera, che secondo il presidente avrebbero dovuto pagare gli stessi messicani, costava secondo Trump in campagna elettorale 10-12 miliardi di dollari mentre il 27 gennaio, 7 giorni dopo il suo insediamento, il costo era salito a 20 miliardi. Un documento del ministero per la Sicurezza Interna (Homeland Security) stima il costo finale in 21,6 miliardi ed in 3 anni e mezzo i tempi di realizzazione. Somma che inizialmente ora sarà finanziata dal Congresso con la generica promessa del presidente di farsi rimborsare con le buone, o le cattive (dazi aggiuntivi del 20% sulle merci importate dal Messico).

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  • Il Muslim Ban: il 27 gennaio Trump emette l’ordine esecutivo 13.769 che impedisce l’ingresso negli Usa ai cittadini provenienti da 7 Paesi prevalentemente musulmani (Iraq, Iran, Siria, Yemen, Libia, Sudan e Somalia). Il provvedimento viene prima sospeso da un giudice federale dello Stato di Washington. Sospensione confermata dalla corte distrettuale d’Appello di San Francisco. Trump aveva minacciato di ricorrere alla Corte Suprema ma non se ne fa niente anche perché la massima assise giudiziaria Usa è spaccata 4 a 4 in mancanza del nono giudice che avrebbe nominato da lì a poco, Neil Gorsuch. Così Trump emette il 6 marzo un nuovo ordine esecutivo, il numero 13.780 che toglie l’alleato Iraq dall’elenco dei Paesi i cui cittadini non dovevano entrare negli Usa. Anche questo decreto presidenziale viene impugnato da un giudice federale, stavolta delle Hawaii, il 15 marzo. Il testo è ancora sub judice in attesa di sentenze di livello superiore.

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  • Corte Suprema: Trump nomina il conservatore Neil Gorsuch nono giudice della Corte Suprema per sostituire il ‘falco’ ma preparatissimo Antonin Scalia, deceduto a febbraio del 2016. Gorsuch, è stimato dai colleghi, ma è ostacolato dal ‘filibustering’ (l’ostruzionismo) dell’opposizione democratica: la ratifica della sua nomina, come prevede la legge, ha bisogno del voto di 60 senatori su 100 dove i repubblicani ne hanno solo 52. Pur di portare a casa la nomina Trump ordina al capo della maggioranza al Senato, Mitch McConnel di ricorrere a quella che in gergo viene definita “l’opzione nucleare”. Ossia far approvare con un voto a maggioranza semplice una legge che modifichi i requisiti per la conferma di un giudice della Corte Suprema – creando un precedente nel sistema legale di common law anglosassone ed anche Usa – portando i voti necessari a soli 50+1.

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  • Tasse: in campagna aveva promesso un riduzione delle tasse alle società portando la massima dal 35% al 15% e portare quella sugli individui al 33%. Il 21 aprile Trump si è limitato ad annunciare che si appresta a varare “il più grande taglio delle tasse” della storia Usa. L’annuncio a breve.

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  • Wall Street: aveva promesso una revisione della Dodd-Frank Act, la legge del 2010 voluta con forza da Barack Obama per operare un giro di vite su Wall Street subito dopo la crisi finanziaria. Venerdì 21 aprile ha firmato gli ordini esecutivi per affidare al tesoro il compito di mettere a punto una riforma della norma per allentare i freni sui controlli a Wall Street.

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  • Siria: mentre all’inizio della sua presidenza si era allineato alle posizione della Russia secondo la quale la “priorità era eliminare Isis” e non certo abbattere Assad, dal 4 aprile ha cambiato posizione. Dopo il raid aereo siriano sul villaggio di Khan Sheikun di quel giorno in cui venne sganciato un ordigno contenente il letale gas nervino sarin, che uccisi quasi 90 civili tra cui decine di bambini, 48 ore dopo Trump ordina una massiccia rappresaglia. Vengono lanciati 60 missili (ma uno cade in mare) da crociera Tomahawk contro la base aerea di Shayrat da cui era decollato il jet di Assad. I russi, presenti nella base ed al fianco di Assad dal 30 settembre 2015 vengono informati un’ora prima del bombardamento. Da allora anche per l’amministrazione Trump Assad non ha un ruolo nel futuro della Siria, posizione che riporta al livello peggiore dai tempi della Guerra Fredda – come ai tempi del suo predecessore – i rapporti tra Washington e Mosca.

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  • Cina: dopo aver accusato Pechino di manipolare la propria valuta, Trump riceve nella sua residenza di Mar-a-lago in Florida l’omologo cinese Xi Jinping, con cui i toni sono più morbidi. Archiviata l’accusa di manipolare il corso dello yuan, resta quella di pratiche commerciali scorrette come la vendita sotto costo (dumping) dell’acciaio cinese. Venerdì 21 luglio Trump ordina al ministero del Commercio di avviare un’inchiesta.- Nordcorea: elemento parzialmente assente dalla campagna, Trump inizia ad occuparsene fino a minacciare un attacco se Pyongyang avesse effettuato un nuovo test nucleare dopo i 5 ordigni fatti esplodere dal 2006. Chiede l’aiuto della Cina ma alla fine avverte: “Faremo anche da soli”. Atteso il test per il 15 aprile, 105esimo anniversario della nascita del nonno dell’attuale leader, Kim Jong un, e fondatore della nazione, Kim Il-sung, in realtà nella notte tra il 15 ed il 16 Pyongyang effettua l’ennesimo lancio di un missile balistico che però esplode subito dopo il decollo. Una sfida al diktat di Trump ma non tale (far esplodere un ordigno atomico) da innescare un attacco. Anche perché, benché l’8 aprile Trump abbia annunciato di aver inviato “una potente armada” contro Pyongyang, si scopre che la flotta d’attacco guidata dalla portaerei Carl Vinson ha diretto la prua verso la penisola, coreana solo giovedì 20 aprile. Fino ad allora era a migliaia di chilometri di distanza: a largo dell’Australia.

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Articolo originale Agi Agenzia Italia

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