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“Le barriere coralline sono spacciate. Nemmeno l'accordo di Parigi le salverà”

Il 20% delle barriere coralline è già andato perso e non mostra segni di possibile ricostruzione, ma in futuro la situazione è destinata a peggiorare. La denuncia arriva da Tara, la spedizione francese che è in viaggio da un anno nell’Oceano Pacifico per analizzare la situazione dei coralli. Nei prossimi vent’anni il rischio è di perderne un altro 15%. Il motivo? Il riscaldamento globale. “Limitarlo a due gradi centigradi, come suggerito dall’Accordo di Parigi contro i cambiamenti climatici, è un traguardo insufficente per la conservazione dell’ecosistema marino”, spiega Roumain Troubl[, direttore generale della Fondazione Spedizione Tara. E le proiezioni più catastrofiche mostrano che nel giro di 40 anni più della metà delle barriere rischia di scomparire.

Queste formazioni marine si sono venute a creare grazie alla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli, e si rivelano un ecosistema ideale per migliaia di specie di pesci, crostacei, molluschi e echinodermi (come i ricci di mare). Durante il primo anno di missione, Tara ha raccolto e analizzato 15mila campioni di coralli, verificando il progressivo processo di sbiancamento ai danni delle barriere, sintomo di un grave disquilibrio nell’ecosistema marino.

Come nascono le barriere coralline 

Il corallo e’ un organismo appartenente agli Antozoi, piccoli polipi dalle dimensioni di pochi millimetri raggruppati in colonie che possono appartenere a oltre cinquemila specie differenti. Questi polipi vivono in simbiosi con le sottostanti alghe unicellulari, che donano alla formazione corallina il caratteristico colore. Sono proprio queste alghe ad avere la funzione di eseguire la fotosintesi e produrre nutrimento per i polipi dei coralli.

Lo sbiancamento avviene nel momento in cui si interrompe la simbiosi tra i polipi e le alghe: il corallo espelle l’organismo unicellulare che ne garantisce la fonte di sostentamento e finisce così per morire. La causa dell’interruzione di questa simbiosi tra coralli e alghe dipende da diversi fattori, tra i quali proprio l’aumento della temperatura dell’acqua. Così il cambiamento climatico rappresenta una concreta minaccia per la sopravvivenza della fauna corallina.

Perché la colpa è del riscaldamento globale

In zone quasi disabitate e decisamente poco inquinate, infatti, soltanto il riscaldamento globale può spiegare il degrado ambientale delle barriere coralline. Il direttore scientifico della missione Serge Planes spiega che “oggigiorno le temperature della acque aumentano in maniera costante, il riscaldamento è slegato da cicli come El Nino”, il fenomeno climatico che si verifica nell’Oceano Pacifico in media ogni cinque anni. Nel primo anno di viaggio (la spedizione terminerà a ottobre 2018), Tara ha viaggiato per 50mila chilometri, da Panama al Giappone.

I primi segni dello sbiancamento sono apparsi sull’atollo Ducie, al largo dell’Isola di Pasqua, e poi nella Polinesia francese. Qui, su alcune isole di Tuamotu, il fenomeno degenerativo è arrivato a toccare il 50% delle formazioni. Dati ancora più allarmanti sono quelli registrati sulle isole Samoa, nel cuore dell’Oceano Pacifico Meridionale, dove lo sbiancamento ha coinvolto il 90% delle colonie, o in Micronesia, in particolare attorno alle isole Tuvalu e Kiribati, dove parte della barriera era già completamente morta. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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