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Le conseguenze indesiderabili di una ricompensa illusoria: il Paradiso

Gli stregoni della setta cattolica sono soliti ricordare ai propri adepti che gli uomini sono tutti peccatori sin dal concepimento, in quanto (evidentemente) ereditano un gene alpha-cristiani (non ancora mappato) che codifica il peccato originale.

Che un Signore oscuro, maligno e tentatore, cerca di far intraprendere agli esseri umani un “insolito viaggio”, che li condurrà in un luogo pieno di fiamme e tormenti, di perdizione e dannazione eterna.
«Quindi, che cosa si deve fare? Siamo forse condannati?». No, non vi preoccupate: esiste anche il mondo perfetto! Non qui… no, qui è impossibile! Ma nell’aldilà, e se siete interessati ad accaparrarvi il diritto di accedervi, basterà che accettiate le loro “vantaggiosissime” offerte…
Sarà più che sufficiente mantenere uno stile di vita “retto”, lontano dalle tentazioni e soffrire un po’ per espiare le colpe, perché come affermava Madre Teresa di Calcutta: «Il dolore è un dono di Dio per te», salvo poi curarsi nei migliori ospedali alla prima necessità[1]. Alla faccia della coerenza!
In sintesi: l’adepto modello della setta dei Cattolici deve osservare la presunta volontà di Dio, senza farsi domande, pregando, garantendo la sussistenza a tutti gli stregoni ed effettuando i ridicoli e illusori rituali magici del caso.
«Però la ricompensa sarà grandiosa!». Sì, loro possono redimervi estirpando il gene alpha-cristiani. Sarete immortali. Potrete rivedere tutti i vostri cari, godrete dell’infinita bellezza di Dio (qualunque cosa significhi quest’ultima frase) e così via, di assurdità in assurdità.
Rassegnatevi: non c’è speranza su questa terra. Ma al tempo stesso, consolatevi: se fate i bravi, soffrite abbastanza e soprattutto non rimettete in discussione il potere della Chiesa, qui e ora, in questa vita, poi (eventualmente) nell’aldilà ci sarà l’estrema ricompensa del Paradiso.
Con questa storia della ricompensa ultraterrena la Chiesa tratta i credenti come se fossero dei bambini: «tu fai il bravo che poi Babbo Natale a dicembre ti porta un regalo, forse, però nel frattempo stai buono e soprattutto obbedisci». Chiaro no?
Vi è però un gravoso problema: anche il più irrazionale dei credenti può comprendere che se si assumesse per vera l’esistenza di questo luogo così magnifico, la questione inerente il Paradiso suonerebbe di conseguenza come un’istigazione al suicidio collettivo: se l’unica cosa che separa un essere umano da questo mondo fantastico è la morte, perché non procurarsela subito?
L’argomentazione è così evidente che, per correre ai ripari, perfino gli stregoni, dopo aver annunciato il proprio avvincente programma di sottomissione – pardon! – di redenzione, non omettono mai e poi mai di spiegare che togliersi la vita rappresenta il più grande dei peccati.

Pensate: suicidarsi è un fatto talmente grave da non garantire di per sé l’accesso al Paradiso!

Scusate tanto, ma è come dire a un affamato: «Ehi, dietro quella porta c’è una dispensa piena di cibo buonissimo, gratuito e illimitato».

E l’affamato, dopo essersi avvicinato: «Ma la porta è chiusa?» e l’altro: «No! La porta è sempre aperta! Aperta a tutti! Ma stai ben attento: l’unico modo per accedervi è quello di condurre una vita di stenti e morir di fame, perché chiunque tenti di aprirla in vita troverà una guardia invincibile che lo respingerà».

A quel punto cosa dovrebbe farsene del cibo un affamato?

Ecco spiegato perché il suicidio è dichiarato come uno tra i più grandi dei peccati, perché affermare l’esistenza del Paradiso rappresenta una palese istigazione a compiere quell’insano gesto.
S’istituisce così un luogo metafisico tanto futile ai fini pratici quanto dannoso nella sua illusorietà.

Un’illusione che porta con sé spiacevoli conseguenze: se lo scopo dell’esistenza dei membri del fan club di Dio viene ridotto a seguire le indicazione della propria dottrina al fine di accaparrarsi un posto nell’albergo ultraterreno dell’Uno e trino inseminatore di vergini, che motivo ci sarebbe di migliorare l’odierna società?

Se la sofferenza, lo sfruttamento e la povertà vengono interpretate come una “prova”, o un “dono”, da accettare passivamente, in quanto in grado di avvicinare a Dio, perché mai gli esseri umani dovrebbero sottrarsi ad esse? Perché ribellarsi? Perché battersi per i più deboli?
Il vivere in vista di un aldilà migliore, rappresenta una fonte di rassegnazione, provoca un incremento dell’inerzia al cambiamento, nonché una sorta di giustificazione per l’ingiustizia sociale e la sopportazione della sofferenza in generale.

Un simile approccio diventa responsabile di un mancato sviluppo del pensiero critico e di ogni altra azione volta a realizzare il “paradiso” qui, ora, su questa terra.

Non è forse il caso di smetterla di affermare che gli esseri umani non sono in grado di ambire alla costruzione di una società terrena ideale?
La nostra unica possibilità di sperimentare il “paradiso” è qui e ora, su questa terra, e non nell’aldilà. La realizzazione di un mondo migliore per tutti è alla portata dell’umanità e può scaturire dalla nostra volontà. 
È questo il messaggio che dovrebbe essere diffuso.

L’umanità non ha di certo bisogno dei ricatti degli stregoni e della presunta ricompensa dovuta ad un dio immaginifico per accedere ad un paradiso trascendente, ma di cooperare sinergicamente per realizzare un paradiso immanente.

Mirco Mariucci

Note:

[1] Franca Zambonini, Madre Teresa: la mistica degli ultimi, Paoline, 2003.

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