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Le donne sono cambiate. Gli uomini quasi. Perche’ i preti no?

Brani di Cristina Simonelli, Presidente Teologhe Italiane (ventisettesima ora Corriere 30.10.16) tratti dal suo nuovo libro “Dio. Patria. Famiglie”, Piemme, pagg 156, € 16,50

«Dio Patrie Famiglie»: è da pochi giorni in libreria l’ultimo lavoro di Cristina Simonelli, la presidente Teologhe Italiane, sulla crisi del rapporto fra maschilità e femminilità. Simonelli riprende e scardina gli argomenti più spinosi dei due sinodi sulla famiglia e le relative conclusioni dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco Amoris lætitia e sollecita i preti e il clero, quei quadri che nella Chiesa sono per ora «inguaribilmente» maschili a prendere l’iniziativa e interrogarsi sul tema. Eccone alcune pagine
Amoris Laetitia – Le donne hanno, in questi ultimi decenni e in Occidente in maniera particolare, compiuto un grande viaggio, che è quello della presa di coscienza – e di parola – di quello che subivano e di quello che vivevano, nonché della possibilità di scegliere se e quanti figli avere. Con un’ espressione un po’ d’importazione, ma che rende bene l’idea, si potrebbe dire che hanno avuto la percezione della «posta in gioco». Ci sarebbe anche una parola sola per dirlo, ed è «femminismo», ma questo termine fa parte di quelli perennemente sotto accusa, tanto necessari quanto capaci di suscitare sospetto, irritazione, talvolta vere e proprie crisi di nervi. Quasi quanto il vocabolo gender, anche se si può dire con sollievo che il conflitto nel mondo cattolico si è un po’ appianato, grazie anche ai più recenti interventi di papa Francesco che, recependo molte voci e molte riflessioni, ha saputo distinguere fra quanto era stato raccolto come «ideologia del gender» (in tale accezione ci si riferisce alla totale dissoluzione dei parametri di differenza e a forme esasperate e cangianti di identità multiple) e «genere», come percezione e storicizzazione della propria identità. Così, infatti, si esprime il pontefice nell’enciclica Laudato sì e anche in Amoris laetitia, in cui raccoglie in un unico paragrafo le due diverse accezioni, dando così vita non a una definizione rigida, ma a quello che la tradizione teologica chiama quaestio disputata, un tema aperto cioè su cui c’è ancora molto da dire.
Modelli di femminilità – In ogni caso, attraversando territori disagevoli tra concetti e parole mai del tutto adeguati, le donne hanno compiuto passi concreti in avanti e hanno attivato itinerari di riflessione, che ora attendono di essere seguiti in modo analogo dagli uomini, che sono in questo però ai primi passi, schiacciati da un sistema di simboli e di ruoli che tendono a etichettare, in modo rigido, cosa è virile e cosa non lo è. Non che i percorsi femminili siano compiuti, come se si potesse pensare a traguardi raggiunti e raggiunti una volta per tutte: non solo perché non si tratta di arrivare da qualche parte e rimanerci, quanto piuttosto di attraversare continuamente i piani della realtà e del modo di rappresentarla, ma anche per quello che viene chiamato gender backlash (la sociologia è molto anglofona), cioè il ritorno a modelli di femminilità – materna, accudente, rassicurante – che sarebbero sembrati desueti negli anni Ottanta del secolo scorso. Inoltre, un discorso femminista tipico dei «due occidenti», europeo e nordamericano, dovrà essere comunque rinegoziato con altre culture, che utilizzano modi molto diversi e che in ogni caso non sono «altrove», ma, ancora una volta, alla porta accanto.
Uomini, ruoli e consapevolezze -Tuttavia, sembra che le donne, in media e fatte salve le differenze personali, abbiano delle chances in più rispetto agli uomini: forze perché in un sistema di linguaggio e di immaginari elaborati a partire dal maschile, devono sempre riconoscersi in una forma di differenza e questo le obbliga a rielaborare continuamente; forse perché i molti mondi che strutturano le persone umane – biologici, culturali, sociali – collocano le donne in luoghi fortemente comunicativi, per i ruoli di cura (materna e nei confronti della vita fragile o dell’accompagnamento alla morte). Sta di fatto che si vedono assai frequentemente amiche parlare fitto fitto e comunicarsi vissuti importanti, mentre è molto meno facile vedere simili atteggiamenti fra i ragazzi e gli uomini. Come nasca questa differenza, ad esempio in quale misura sia indotta da schemi culturali e di genere, nonché da ruoli di cura esercitati «da sempre», è questione che qui si può anche lasciare sospesa. Quello che conta è che stando così le cose è più difficile per gli uomini compiere un cammino di consapevolezza «a partire da sé» e mettere in discussione i ruoli attribuiti e gli immaginari diffusi.
Eppure sono proprio loro l’anello debole della catena, in totale inversione rispetto all’appellativo tradizionale di sesso forte.
La colpevolizzazione – Sulla crisi della maschilità – nonché sull’eclissi del padre, che non è tuttavia l’identica cosa – girano molti discorsi e tante interpretazioni, tra le quali svetta anche l’idea che la responsabilità sia delle donne, soggetti diventati troppo forti. Basta a questo proposito dire che è tale lo strepito fatto, che anche papa Francesco, riprendendo in Amoris laetitia temi già altrove affrontati, addita come ingiusta la colpevolizzazione delle donne per le azioni negative e le crisi degli uomini. L’innegabile cambiamento dei ruoli femminili potrebbe piuttosto essere occasione di ripensamento per tutte e tutti, dunque anche per gli uomini: per essere se stessi, senza aver bisogno di avere persone sottoposte, per poter tessere reti di relazioni superando anche il dolore e la frustrazione per gli eventuali abbandoni.
Maschilità e paternità – C’è dunque, una iniziale presa di consapevolezza e di denuncia da parte degli uomini, ancora minoritaria, ma non irrilevante. Quanto questo avvio, plurale e laico, sia anche punto di verifica e di riflessione per le comunità ecclesiali, è però un altro paio di maniche. Diciamo che ci sono dei tentativi, piuttosto timidi, e alcuni passi piuttosto malfermi: eppure sarebbe importante, a maggior ragione perché, dal momento che i «quadri» della Chiesa cattolica sono tutti – e pare inguaribilmente – maschili, proprio loro dovrebbero avere a cuore una riflessione su questo tema, a meno che proprio l’omogeneità impedisca invece di vedere il problema. Amoris laetitia prova a muovere alcuni passi in questa direzione, inserendo la questione all’interno della trattazione sui diritti della donna e, solo a partire da lì, spostando l’attenzione sui problemi causati dagli uomini: facendo cenno, come si è già ricordato, alla violenza intrafamiliare, e slittando però un po’ troppo velocemente dalla maschilità alla paternità.””

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