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Le lauree triennali servono o no a entrare prima nel mondo del lavoro?

La laurea ‘completa’ arriva quasi sempre dopo i 27 anni ed è in aumento il numero di giovani che non riescono a conseguirla. E’ questo ciò che emerge dal confronto dei dati del 2016 con gli anni precedenti. E proprio in prossimità dell’inizio del nuovo anno accademico non si può fare a meno di interrogarsi su cosa non stia funzionando nel sistema universitario italiano. Secondo un’analisi di Repubblica la riforma universitaria Berlinguer-Zecchino, meglio conosciuta come quella del ‘3+2’, ha mancato due dei suoi obiettivi principali. Ecco quali sono:

In pochi riescono a completare i cinque anni

Secondo i dati, i giovani che oggi riescono a concludere l’intero percorso quinquennale o quello a ciclo unico sono addirittura meno rispetto ai laureati del 2000, ultimo anno del vecchio ordinamento. E per acquisire i due titoli (quello triennale più quello biennale, detto anche magistrale) si va ancora fuori corso. Nel 2016, i laureati magistrali o con percorso a ciclo unico (Architettura, Odontoiatria, Medicina, Veterinaria, Giurisprudenza, Farmacia) sono stati 130mila.

Sedici anni prima, i laureati quadriennali, quinquennali e dei percorsi di sei anni furono quasi 144mila. Va aggiunto che oggi però abbiamo anche 175mila laureati triennali, che però non sono sovrapponibili per molte ragioni ai vecchi laureati.

I tempi non si sono accorciati

Chi ha pensato che con l’introduzione della laurea triennale e di quella specialistica nei nostri atenei i tempi d’uscita si sarebbero accorciati ha sbagliato i suoi calcoli. Perché nel 2000, ai tempi del cosiddetto ‘vecchio ordinamento’, ci si laureava in media a 27,6 anni, sedici anni dopo siamo scesi a 27,1. Un piccolo passo avanti che, per molti, non giustifica la rivoluzione del ‘3+2’. Anche perché, per completare il percorso triennale occorre mediamente studiare 4,9 anni: a fare più fatica i ragazzi che frequentano le facoltà del gruppo letterario (Filosofia, Storia, Lettere), che mediamente impiegano 5,2 anni. Anni che diventano 7,4 anni per i percorsi a ciclo unico di cinque anni e oltre.

“Non è stato un fallimento totale”

“Il difetto maggiore di quella riforma è stato quello di adottare un sistema top-down: uguale per tutte le facoltà”, dice Eugenio Gaudio, rettore dell’università La Sapienza di Roma. Che aggiunge: “A mio avviso andavano differenziate le lauree triennali che avevano un chiaro profilo professionalizzante dalle altre. Ma non parlerei di fallimento totale. Le lauree triennali delle Professioni sanitarie, ad esempio, non sono un mero riassunto della laurea in medicina. Rappresentano una novità, come la laurea Infermieristica, che ha prodotto un innalzamento della qualità del sistema sanitario”.

In controtendenza la Bocconi di Milano

Rispetto alla media italiana la Bocconi di Milano è l’ateneo dei record. Qui il maggior numero di studenti iscritti taglia il traguardo (34,9% il rapporto laureati/iscritti) nel minor tempo possibile (3,6 la media degli anni per conseguire un titolo) e con l’età media più bassa (23,5 anni). Elaborando i dati del Miur, infine, è possibile – si legge sul Sole 24 Ore  – stilare alcune classifiche che raccontano le performance degli studenti nei diversi atenei italiani: escludendo le 11 università telematiche (per ragioni di uniformità nelle modalità di fruizione didattica.

I più lenti a laurearsi sono gli studenti della Napoli Parthenope e dell’università di Reggio Calabria (che ci impiegano rispettivamente 8,6 e 7 anni). I graduati più vecchi, infine, sono quelli della privata Link Campus di Roma (età media 34,2 anni) e dell’università per stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria (29 anni).

Corso di studi e mercato del lavoro

Facendo sempre riferimento ai dati del Miur, è confermato – scrive ancora il Sole 24 Ore – il gap tra i desiderata delle imprese e quelli degli studenti italiani. Ad esempio, gli universitari sembrano snobbare le lauree per formatori (-4% nell’area insegnamento), nonostante – secondo l’ultima ricerca Excelsior (Unioncamere e Anpal) – questi profili risultino difficili da reperire nel 66% dei casi per le imprese che assumono personale laureato.Pochissimi, appena 536 (-12% rispetto al 2015) sono i laureati in ambito ‘Difesa e sicurezza’, dove l’offerta di corsi proposti resta comunque scarsa. In calo anche il numero di architetti (-6%) che restano però una platea notevole (16.049 i laureati in questa disciplina nell’ultimo anno), soprattutto se si considera che – come ricorda il Cresme – a un anno dal conseguimento del titolo di laurea di secondo livello (magistrale o magistrale a ciclo unico) il tasso di disoccupazione dei progettisti è arrivato al 31% (nel 2008 era pari al 9,7%). Del resto l’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di architetti in attività: 2,5 ogni mille abitanti, contro una media europea di 0,96.

La Sapienza di Roma è la migliore (per i cinesi)

Sedici università italiane sono tra le prime 500 del mondo nella prestigiosa classifica internazionale Arwu della Jaotong university di Shanghai, che dal 2003 censisce più di 1300 atenei su 17mila in tutto il mondo e pubblica i risultati delle migliori 500, valutando una vasta gamma di aspetti che vanno dalle pubblicazioni scientifiche allo staff accademico. La Sapienza di Roma si conferma – si legge sul Corriere – l’italiana con le migliori performance, rientrando nel range tra la 151esima e la 200 esima in lista, come Padova, ma conquistando punteggi molto alti nelle singole catalogazioni. La classifica Arwu generale di agosto 2017 fa seguito al ranking Arwu per discipline, pubblicato il 28 giugno scorso, che prende in esame gli ambiti scienze naturali, scienze della vita, ingegneria, scienze mediche e scienze sociali.

Anche in questo caso la Sapienza si è collocata prima in Italia, in alcuni casi a pari merito, in 13 aree disciplinari, seguita da Bologna. “Un risultato che premia la nostra capacità di coniugare qualità e quantità”, commenta ancora Eugenio Gaudio, il rettore dell’università più grande d’Europa, con 112mila iscritti. Ma resta il gap enorme con gli stranieri: “Se il sistema italiano investisse di più in istruzione e ricerca, potremmo fare decisamente meglio: e ne avrebbe vantaggi anche il nostro Pil”. Un dato su tutti? Harvard da sola ha il bilancio di tutti gli atenei italiani, un numero di professori per studente fino a 5 volte superiore, il triplo degli addetti. “Lottiamo ad armi dispari”, conclude Gaudio.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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