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Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco

Pubblichiamo nella sezione Contributi del sito Uaar un esteso commento al nuovo volume di Alessandro Barbero, Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco, edito da Laterza.

A cura di Marta Gianni Orioli.
Buona lettura!

A distanza di meno di un anno dalla felice uscita, nella Salerno Editrice, del suo Costantino il vincitore, Alessandro Barbero ha dato alle stampe un testo, in ogni senso, di diverso spessore. Al di là della totale assenza delle note e di una bibliografia precipuamente rinviante ad internet che ne confermano l’aspetto divulgativo, la prima perplessità al proposito nasce dalla limitazione del periodo storico in esame; periodo che prende l’avvio soltanto dalla fine del mille, con Gregorio VII (1073-1085), per terminare ai giorni nostri con un breve accenno, nella prefazione, dedicato a Bergoglio. Si tratta, da parte dell’A., di una scelta senza dubbio legittima, soprattutto qualora si consideri l’indubbia importanza d’Ildebrando di Soana; e tuttavia, proprio sempre in relazione a Gregorio VII e in plateale contrasto con la giusta rilevanza attribuitagli, non è del tutto condivisibile il motivo che ha indotto Barbero a soffermarsi, non già sul vero e proprio contenzioso Chiesa-Impero che tanto ha caratterizzato il pontificato gregoriano, ma esclusivamente sulla, seppur significativa, missiva del pontefice a Ermanno di Metz del 1081. Né, soprattutto, pur se n’è forse presumibile il motivo, è condivisibile la scelta di tralasciare invece il Dictatus Papae, quel piccolo e scarno ma determinante documento, inserito senza numero d’ordine e senza data nel secondo libro del Registrum epistolarum di Gregorio VII tra una lettera del 3 marzo 1075 ai fedeli di Lodi ed una del 4 all’arcivescovo di Reims. Motivo, quello del silenzio di Barbero in merito, probabilmente dovuto al fatto che, pur se la stragrande maggioranza della critica storiografica lo ritiene tale, non v’è certezza assoluta che il documento sia effettivamente attribuibile a Gregorio ed è invece stata avanzata qualche ipotesi in merito ad una falsificazione di poco posteriore o alla paternità del canonista benedettino e cardinale della corte gregoriana Deusdedit, autore di una Collectio canonum in quattro libri, in cui il primo e l’ultimo trattano ‘de privilegio Romanae ecclesiae’ e ‘de libertate Ecclesiae et rerum ejus et cleri’. Ma, come anche nel caso di testi sicuramente spurii ma altrettanto eclatanti e forse più noti — primo fra tutti il Constitutum Constantini — se il documento inserito nel registro gregoriano è anonimo ma — a differenza del Constitutum che risente del clima dell’VIII secolo in cui probabilmente venne composto — decisamente inquadrabile nell’ottica del pontificato di Gregorio; e se è indubbio che qualsivoglia falsificazione sia comunque espressione di una realtà contestuale, altrettanto certamente il Dictatus è comunque l’importante testimonianza del pensiero e dell’azione del pontefice grossetano e della contemporanea impostazione ecclesiale. Ed è altresì, il Dictatus, non certo una serie di canoni né una bolla che sarebbe addirittura stata emanata, come impropriamente si continua talora a scrivere ma, accettandone, secondo l’opinione più diffusa, l’autenticità autorale, con buona probabilità vergato o meglio dettato, com’era sua consuetudine, dallo stesso pontefice e composto da ventisette brevi proposizioni numerate progressivamente, forse titoli indicativi di canoni o di capitoli di una perduta collectio o forse vere e proprie succinte decretali. Sintetico ma significativissimo documento, il Dictatus contiene infatti affermazioni di principio in merito all’origine divina della Chiesa, al primato cattolico-romano, all’assoluta predominanza dell’universale, romano pontefice, alla centralizzazione dell’organizzazione ecclesiastica, alle relazioni tra il papa, il concilio, i vescovi, nonché quelle con il mondo laico e con quello di prìncipi e imperatori; e se in merito a quest’ultimi, nell’VIII titolo «Quod solus possit uti imperialibus insigniis» si può avvertire l’olezzo del passo della ‘Donazione Costantiniana’ in cui si sanciva che tutti i pontefici, quali successori della signoria imperiale sull’occidente, sarebbero stati gli unici — singolariter uti — a poter portare il phrygium nei cortei, nella ventisettesima, ultima proposizione del Dictatus, viene altresì significativamente introdotta la facoltà papale di sciogliere i sudditi dal vincolo di fedeltà verso i sovrani ingiusti — «Quod a fidelitate iniquorum subiectos possit absolvere», che non ha riscontro nella tradizione anteriore ma che è di fondamentale rilevanza alla luce della prima lotta ideologica del medioevo non imperniata esclusivamente su problemi teologici, la tenzone appunto tra Ildebrando di Soana ed Enrico IV; tenzone che avrebbe visto il papa dare il via al principio della conquista del mondo poiché con il significato specificatamente gregoriano della libertas Ecclesiae intesa come afferente soltanto al primato dell’universale Chiesa romana liberata da ogni vincolo che potesse limitarne le esclusive funzioni, veniva a configurarsi la parabola del principio teocratico dalle sue premesse teoriche alle sue inevitabili conseguenze pratiche. Ma, dalla prima scomunica del 1076 contro Enrico al rinnovo di essa nel 1080 e all’autoincoronazione imperiale del 1084, con un imperatore che dopo aver distrutto le case dei filogregoriani Capitolium ascendit e con un pontefice costretto a rinchiudersi in Castel Sant’Angelo in attesa del troppo tardivo aiuto normanno che avrebbe peraltro messo a ferro e fuoco la città, altresì tenzone, quella tra Gregorio ed Enrico, nella quale verrà definitivamente compromessa la costante ideologica dell’ideale unità di Regnum e Sacerdotium.

Ma, più in generale, la scelta di Barbero, con la sua drastica selezione, lascia comunque parecchio perplessi e insoddisfatti. Non che, ovviamente, la miriade di personaggi spesso evanescenti, che fin dai primi secoli si sarebbero forse seduti sull’imperiale, erculeo trono che sarebbe divenuto la cathedra Sancti Petri, potesse suscitare tutto il nostro interesse; ma per quanto attiene al tema del libro — le ‘parole’ dei vescovi di Roma relative al primato della loro Chiesa rispetto ai poteri civili — alcune figure pontificali non avrebbero forse meritato d’essere tralasciate. Così anche, dal momento che, a proposito di Leone X, Barbero si sofferma giustamente sull’Exurge Domine contro Lutero paragonato ad un nuovo Porfirio e nella quale s’invoca Pietro perché intervenga contro tutti i maestri di menzogna, in «causam sanctae Romanae Ecclesiae, Matris omnium ecclesiarum, se fidei magistrae», sarebbe forse stato opportuno ricordare altre precedenti prese di posizione della Chiesa contro il cristianesimo non romano. Comunque, Barbero, dopo aver preso l’avvio da un pontefice decisamente importante e significativo per quanto riguarda il contenzioso trono-altare, prosegue molto schematicamente attraverso solo altri due papi medievali anch’essi di notevole rilevanza nell’ambito della suddetta diatriba: Gregorio IX (1227-1241) e il suo rapporto, dialetticamente e reciprocamente feroce, con Federico II, paragonato dal pontefice alla bestia apocalittica; e papa Bonifacio VIII (1294-1303), con il suo contrasto col re di Francia e soprattutto con la sua drastica, significativissima Unam sanctam del 18 novembre 1302: «Quicunque igitur huic potestati a Deo sic ordinatae resistit, Dei ordinatione resistit… Porro subesse Romano Pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffinimus et pronunciamus omnino esse de necessitate salutis». Enciclica, questa del Caetani, che trae la propria auctoritas da un’affermazione paolina (Rm 13, 1-2) e che è il chiaro prodotto della ierocrazia bonifaciana, espressa con l’avocazione al pontefice sia del potere spirituale che di quello temporale, la cosiddetta ‘teoria delle due spade’, già fortemente criticata dai contemporanei. Certo è che con l’Unam sanctam e con la drastica attribuzione alla Chiesa di entrambi i poteri mediante il ricorso — con una lettura che non accetta distinzioni tra i componenti del gregge — al «pasce agnos meos» di Giovanni, 21, 15, la ‘teoria delle due spade’ sarebbe anche stata simboleggiata dal Caetani nei due diademi apposti alla tiara papale, dando così inizio, dopo quella dello stesso col re di Francia, ad una serrata diatriba tra papato e impero, che sarebbe deflagrata soprattutto con gli Hohenstaufen e sarebbe divenuta particolarmente accesa nel periodo avignonese, con la tenzone tra Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro.

Ma tornando al lavoro di Barbero, continuo a non comprendere il perché di talune esclusioni, come quella che — nel contenzioso Chiesa-Impero e in un clima di scisma e scomuniche, con l’antipapa Vittore IV sostenuto dall’imperatore e con una Milano che avrebbe pagato con la distruzione delle mura l’adesione a Roma — avrebbe visto sia la Constitutio de regalibus, giuridico enunciato dei diritti sovrani imperiali emanato nel 1158 a Roncaglia e riconosciuto anche dai rappresentanti comunali, sia, di contro, mediante l’asserto della non legittimità della Chiesa romana sottoposta a un giudizio secolare, l’esperto giurista allievo di Graziano, il senese Rolando Bandinelli (papa Alessandro III, 1159-1181) rifiutarsi di partecipare al concilio di Pavia indetto nel 1160 dal Barbarossa, l’imperatore che andava attuando in tutte le sue azioni una decisa riformulazione dell’opprimente ‘teoria delle due spade’ e che, dopo la legittimazione, nel concilio pavese, dell’antipapa Vittore IV, sarebbe stato, assieme a costui, immediatamente scomunicato dal Bandinelli. E viene altresì passato sotto silenzio il caorsino Giovanni XXII (1316-1334), colui che con la Cum inter nonnullos del 1323 avrebbe colpito col marchio ereticale gli Spirituali e il loro concetto della povertà assoluta di Gesù e dei primi discepoli; ma soprattutto colui che facendo propria la tesi già anticipata da Clemente V, quella che, in caso di vacanza imperiale le nomine a vicario, se non nuovamente approvate dalla Santa Sede, dovessero considerarsi decadute, costrinse Matteo Visconti a rinunciare al vicariato imperiale concessogli da Arrigo VII, provvedendo ad un tempo a sostituirlo con Roberto d’Angiò. E colui che, con il Bavaro, sarebbe stato uno dei due principali attori di un conflitto di non poco momento che avrebbe anche visto la diretta partecipazione di un Guglielmo di Occam — rifugiatosi presso l’imperatore e cui la tradizione attribuirà il motto, diretto a Ludovico, «tu me defendis gladio, ego te defendam calamo» — con i suoi numerosi trattati a sostegno degli asserti imperiali. Assistiamo invece, dopo Bonifacio VIII, ad un subitaneo tuffo nel Rinascimento: ecco Niccolò V (1447-1455) e la sua crociata contro l’islam; ecco il Medici Leone X (1513-1521) e la sua Exurge Domine del 1520 contro Lutero; ecco Pio V (1566-1572) e la sua scomunica della Queen Vierge espressa nella Regnans in excelsis del 1570; tema però, quello dei rapporti tra papato e regno inglese che — senza voler risalire a un fin troppo noto, per quanto significativo, ‘Assassinio nella cattedrale’ e al conflitto tra Becket e il Plantageneto Enrico II, o addirittura ai primitivi contrasti, dopo l’evangelizzazione gregoriana e la fondazione di Canterbury, tra la Chiesa romana e quella locale improntata alle modalità celtico/irlandesi — avrebbe meritato più di un accenno ad Enrico VIII e ai dissidii con il papato che avrebbero portato allo scisma anglicano e alla scomunica nel 1533, ad opera di un altro Medici, Clemente VII, del re Tudor, l’ex defensor fidei a suo tempo addirittura insignito della rosa d’oro.

Ma ancora: dopo, con la Zelo domus Dei del 1648, la protesta del nepotista Pamphili Innocenzo X (1574-1655) contro la pace di Westfalia e il riconoscimento della libertà di culto; enciclica alla quale, come andrebbe ricordato, sarebbe seguita nel 1653, la Cum occasione contro il Giansenismo; e dopo, nel 1713, la Unigenitus di Clemente XI (1700-1721), inflessibile pronunciamento dai corruschi toni biblici contro i testi olezzanti d’eresia, s’arriva, di corsa ma un po’ più dettagliatamente, a quella sorta di autodifesa e contemporaneamente di attacco contro il destabilizzante nuovo pensiero germinato dall’Illuminismo e testimoniato dai moti carbonari, che è la Mirari vos emanata nel 1832 da Gregorio XVI (1831-1846); nonché alla complessa figura di Pio IX (1846-1878) e, con la Nosti et nobiscum del ’49 — l’anno dell’effimero, soffocato nel sangue ma bellissimo sogno della Repubblica Romana — al suo anatema contro la ‘orribile macchinazione’ e gli ‘orribili sistemi’ del socialismo e del marxismo. Anche se sarebbe stato il caso di non tralasciare la Quanta cura del 1864, condanna di tutte le nuove ideologie — a partire da quelle illuministiche e risorgimentali nonché — a maggiore e più sintetica specificazione — con quella sorta di allegato che è il Syllabus errorum; o dopo che nel 1868 si sarebbe visto il patibolo di Monti e Tognetti, andava anche ricordata, per quanto più nota, quella summa di avversione e condanna delle idee contemporanee ma altresì della coscienza di un’avvenuta cesura epocale, costituita, dopo la scomunica dell’anno precedente contro i responsabili di Porta Pia, dall’Ubi nos del ’71 contro la Legge delle guarentigie. Si continua invece, nel testo di Barbero, con la Rerum novarum del 15 maggio 1891 di Leone XIII (1878-1903), in cui, congiuntamente alla volontà di colpire l’anticlericalismo, il socialismo e il liberalismo europei, si palesa evidente quella che è una caratteristica genetica della Chiesa romana: l’ennesimo suo tentativo, peraltro in questo caso decisamente in ritardo, di appropriazione delle istanze contemporanee, in quest’enciclica manifestato con l’attenzione alla classe operaia. Ed eccoci alla Pacem in terris di Roncalli (1958-1963) scritta tre mesi prima della morte e tanto osannata per gli effettivi, incontestabili nuovi aspetti attenti alla realtà e alle istanze contemporanee, a cominciare dall’ecumenico indirizzo a tutti gli uomini di buona volontà o — espressione di quella volontà di dialogo che il Vaticano II avrebbe dovuto confermare — dal giudizio su i non credenti per la prima volta non considerati privi di onestà e di luce della ragione. E tuttavia, a fronte del nuovo carattere di questa enciclica tanto magnificata, troppo spesso ne viene però tralasciato un aspetto di catechetico veterocreazionismo, quello cioè relativo alla ribadita, necessaria autorità divina, dal momento che la stessa necessità di una dignità umana altro non sarebbe derivata che da un giusto ordine di dio, lo stesso che avrebbe addirittura determinato l’evoluzione delle istituzioni. Ma, dopo Giovanni XXIII, ecco nel ’67, un testo di davvero ampio, nuovo e quasi rivoluzionario respiro: la Populorum progressio del sofferente Montini (1963-1978), lacerato tra la ferma adesione al magistero ecclesiale e — nell’ottica dell’incombente questione sociale — una ferma denuncia, caratterizzata dal giudizio economico, dall’accento politico e da un lessico decisamente nuovo, a proposito delle difficoltà insite in un progresso indifferente nei confronti delle difficoltà umane di troppi poveri, oppressi, affamati, ammalati, privi d’istruzione. Ma se l’affermazione — in molti sensi rivoluzionaria — di Paolo Vl in merito alla necessità di un’equa distribuzione della giustizia cui tutti gli altri diritti, compreso quello della proprietà privata, debbono essere subordinati, può non a torto, come giudica Barbero, esser considerata «un’incursione nell’utopia» e se — piegandosi precauzionalmente alla più vieta e astorica retorica ecclesiale ed obliterando un Callisto, un trattato de Albino et Rufino, una curia romana che non curat ovem sine lana ecc. ecc. — Paolo VI avrebbe chiosato che le istanze suddette sono le stesse nei secoli avanzate da teologi e padri della Chiesa, certo è che, a fronte della comunque incontestabile novità montiniana, la distruzione delle istanze del Vaticano II operata dal successore polacco avrebbe prodotto nella Chiesa un retrogrado e astorico passo indietro. E se al proposito troppo volutamente stringato appare il disegno della figura di Giovanni Paolo II (1978-2005), così come operato da Barbero, anche se non si sorvola sul davvero pessimo ricordo dell’incontro col sanguinario Pinochet e pur se ne si rileva l’eccessiva mediaticità delle esternazioni, nonché la stessa sua fisicità che sembrava travalicare gli schermi televisivi e suscitare del tutto epidermici e semplicistici entusiasmi. Esternazioni e fisicità, dobbiamo aggiungere, che nell’ottica superficiale così tanto tristemente attuale, vengono appunto a sostituire il vero linguaggio e l’importanza della parola che, al di là del crollo del comunismo salutato da Wojtyła come svolta epocale nella Centesimus annus in occasione del centenario della Rerum novarum, è stata sostituita, nel suo pontificato, soprattutto dalle azioni dettate dal suo feroce anticomunismo, da una misoginia dal sapore arcaico e da una retrograda e tutta orientale visione della Chiesa; visione che non solo avrebbe dato il via ad un, tanto spropositato quanto opinabile, numero di canonizzazioni ma che avrebbe soprattutto non poco influito sul progressivo smantellamento degli apporti del Vaticano II. Non soltanto; ma mi appare opportuno anche ricordare come questo papa, fattosi paladino dell’equivoca configurazione di un’Europa nata dalle radici cristiane, in occasione della costituzione dell’Unione Europea avrebbe voluto far inserire tra gli elementi denotanti quest’ultima una supposta dipendenza dai principi informanti la religione cristiana; richiesta giustamente rifiutata dall’UE.

Infine, per quanto attiene all’attuale pontefice, Barbero, nella prefazione del suo lavoro, ne esamina brevemente il linguaggio (miniera d’oro per contemporenei e futuri sociologi e antropologi e che tanto sembra piacere ai media), a partire dal ‘buonasera’ della prima apparizione; un ‘buonasera’ apparentemente irrituale ed epidermicamente attuale anche se forse, considerato l’attuale degrado della lingua italiana, sarebbe stato più consono il dilagante e insopportabile ‘salve’. Ma, pur se esulante dal tema strettamente proposto da Barbero, molto sarebbe anche da dire sull’utilitaristica scelta da parte di un gesuita — scelta immediatamente e superficialmente acclamata quale evidente segno di cambiamento — del nome di un santo forse, a partire dal suo stesso Ordine, tra i più travisati e traditi nella storia; o sulla proliferazione delle croci di metallo che, scomparso con Ratzinger il clergyman del Vaticano II, hanno rapidissimamente sostituito su abiti cardinalizi e talari i discutibilissimi sfarzi aurei e gemmati d’un tempo. Ma con più attinenza al tema, quello appunto delle parole papali, quest’ultime, nella loro apparente modernità, non dovrebbero essere avulse da un contesto che moderno non è affatto, come nel caso delle tante porte giubilari o dell’inaccettabile tour romano del corpo del Forgione o di certune beatificazioni, come quella dei ‘martiri’ di Otranto su cui molto ci sarebbe da ridire storicamente, o come la dedicazione, attuata con Ratzinger, della Città del Vaticano all’arcangelo Michele, il vittorioso sterminatore di nemici tanto amato da sovrani e despoti. Tutti elementi — e solo alcuni fra i tanti — che la dicono lunga non solo sull’apparente modernità del papa argentino che purtroppo origina, come al tempo di Pio IX, cori mediatici di pigolii, ma altresì sul fatto che è davvero difficile se non impossibile che, tra quelli ancora esistenti, il più antico, autoritario, assolutistico e dispotico Stato possa, a motivo della sua stessa origine e natura, subire una effettiva, concreta e reale mutazione. E se oggi certuni ‘nuovi’ comportamenti di Bergoglio — come i contatti con l’iman e con il rabbino romani e in Cuba con il patriarca ortodosso; o come la richiesta di perdono rivolta ai Valdesi nel giugno 2015, così come già il riavvicinamento di Giovanni Paolo II agli Ebrei ‘fratelli maggiori’ — se hanno già precedenti in quell’incontro, che avrebbe gettato le basi del Vaticano II, tra Roncalli e il patriarca costantinopolitano Athenagoras, non sono peraltro punto immuni da un fine precipuo e primario che non è mai stato, nella lunga storia del papato, quello di adeguamento alle esigenze dei fedeli e della società bensì quello, precauzionale e autotutelante, di appropriarsene e d’irregimentarle; e rivelano altresì la spasmodica ricerca di alleanze a fronte della sempre più manifesta disaffezione del gregge nei confronti di una Chiesa, non soltanto macchiata da troppi, intollerabili scandali, ma altresì, nonostante il tentativo di cambiamento di un Roncalli e soprattutto di un Montini, manifestatamente e concretamente ancora distante dalle contingenze epocali; una Chiesa ben diversa da quella, per altro alquanto irreale, edulcorata e favoleggiata, primitiva Ecclesia Christi tanto evocata nei secoli dal perseguitato pensiero ereticale.

In conclusione, pur fermo restando che, oltre che maggiormente proficuo e qualora lo si faccia in modo corretto, è più socialmente utile scrivere per un vasto pubblico piuttosto che ad élitario, precipuo uso accademico, questo davvero troppo incompleto apporto di Barbero alla storia dell’evoluzione del pensiero e delle esternazioni papali, può forse essere abbastanza interessante e forse anche utile per chi di storia poco o niente sappia; ma ingenera però, in chi di storia un poco conosce, un disagio provocato non tanto dalla mancanza — che è comunque una legittima scelta dell’autore — di figure e testi anch’essi di rilievo per quanto attiene al tema proposto, quanto dalla sensazione di una occasione mancata; e disagio al quale, senza molta fatica e senza addentrarsi in digressioni per addetti ai lavori, così da conservare allo scritto il suo carattere di facilmente leggibile, piccolo manuale, si sarebbe potuto rimediare senza difficoltà, soprattutto da parte di chi, come Barbero, esercita da sufficiente tempo il mestiere dello storico e quello dello scrittore.

Marta Gianni Orioli
marzo 2017

Alessandro Barbero, Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco, Bari-Roma, Laterza, 2016, pp. VI, 114

https://www.uaar.it/ateismo/contributi/parole-papa-gregorio-vii-francesco/

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