TwitterFacebookGoogle+

LE PAROLE DELLA LAICITÀ – Femminicidio e violenza sulle donne

di Edoardo Lombardi Vallauri

Mentre scrivo, è in Italia per fare alcuni interventi in congressi scientifici lo psicologo e scienziato cognitivo statunitense Lawrence Barsalou, che è il maggior teorico di quelli che egli stesso ha proposto di chiamare concetti ad hoc.[1] Questi sono i concetti che creiamo sul momento, quando ci servono, a partire dal significato delle parole. Mentre la parola palestra, sul dizionario, ha un significato generale che le permette di riferirsi a qualsiasi palestra, nell’enunciato “vado in palestra” detto da uno di noi in un preciso momento, questa parola può prendere il senso ad hoc di “la palestra all’angolo, quella a cui sai che sono iscritto”. Così, mentre sul dizionario il cane è una specie animale, in un preciso contesto “il cane mi ha morso” potrà significare “il cane della segheria dove ero andato a prendere dei listelli”, oppure “quello degli amici da cui ero a cena”.

Alcuni di questi concetti ad hoc, se risultano particolarmente frequenti, possono diventare accezioni universalmente riconosciute di una parola. Ad esempio, se dico di un collega che “non sempre è lucido, perché beve”, si capisce che sto intendendo: “beve molto, e cose alcoliche” (non semplicemente che beve; quello lo fanno tutti). Questo riguarda ancora più spesso espressioni fatte di più parole (le cosiddette polirematiche), che si dotano di un significato non totalmente deducibile dalla somma dei termini che le compongono, proprio perché servono ad esprimere concetti ad hoc divenuti molto ricorrenti. Per esempio, ferro da stiro per la verità non significa un ferro, ma un apparecchio fatto anche di ferro, con varie caratteristiche che lo rendono atto a stirare cose di stoffa. Oppure, ragazza madre non significa solo una ragazza che è madre, ma in particolare una che non è sposata, non sta più con il padre della sua prole, e che ha difficoltà pratiche connesse con questa situazione.

Un’espressione di questo tipo che sta guadagnando molto terreno nell’italiano di oggi è violenza sulle donne. Come altre locuzioni che esprimono concetti ad hoc, il suo significato non si desume dalla somma delle parti, perché non significa semplicemente “violenza sulle donne”, ma “violenza sulle donne da parte di uomini”. Lo stesso significato monodirezionale ha addirittura l’espressione apparentemente neutra violenza di genere. E anche una vera e propria parola creata ad hoc: femminicidio, che non significa “uccisione di femmina”, ma proprio “uccisione di femmina da parte di maschio”. La frequenza con cui i media usano queste espressioni produce l’impressione che vengano sempre adoparate con una specifica ragion d’essere, come “ragazza madre” o “ferro da stiro”; cioè per designare qualcosa che ha una sua delimitazione chiara nella realtà. Insomma, l’espressione genera l’impressione che quella degli uomini sulle donne (che va dai maltrattamenti all’assassinio) sia un tipo di violenza sempre ben distinta dagli altri tipi. Ad esempio da quella degli uomini sugli uomini, o da quella delle donne sugli uomini. E fa pensare a tutti che gli uomini usino la violenza soprattutto sulle donne.

Invece, mentre è così per la violenza sessuale, non è così per la violenza in generale. Se parliamo di violenza fisica, chi se ne occupa veramente sa che essa è davvero uno spregevole primato degli uomini, ma che le principali vittime non ne sono le donne, bensì gli altri uomini. Quantitativamente, c’è più violenza sugli uomini che sulle donne, e comunque entrambi i sessi la subiscono. Ciò in cui si distinguono davvero in modo netto gli uomini dalle donne non è affatto il ruolo di vittime della violenza fisica, in cui entrambi sono ben rappresentati, ma il ruolo di autori della violenza: la praticano molto più gli uomini che le donne, e la praticano più sugli altri uomini che sulle donne. Ad esempio, oltre al femminicidio gli uomini praticano anche il maschicidio, che purtroppo non è diverso, ma solo molto più frequente, benché la parola non circoli (in Italia ci sono circa tre uccisioni di uomini per ogni uccisione di donna[2]). La categoria più rilevante nella realtà non è dunque quella di “violenza sulle donne”, ma quella di “violenza degli uomini”. Questa è quella che, fuori di ogni approccio ideologico, meriterebbe maggiormente di diventare un concetto ad hoc.

Se si vuole affrontare un fenomeno occorre prima di tutto capire che cosa è. Pensare che il fenomeno da combattere sia soprattutto la violenza subita dalle donne impedisce di capire che invece il fenomeno maggiormente da combattere è la violenza praticata dagli uomini, che non privilegia affatto come vittime le donne. Questo proprio nell’interesse delle vittime di violenza, e quindi anche delle donne.

Beninteso, le donne soffrono nella nostra civiltà molte forme di discriminazione e di ingiustizia; e queste sono il quadro antropologico entro cui si colloca qualunque violenza che un uomo faccia a una donna. Ma – a meno di destituire le parole del loro significato per confondere tutto in un unico calderone di contrapposizione fra maschio e femmina – la violenza ha sue caratteristiche specifiche all’interno del più vasto campo delle ingiustizie. E per quanto riguarda la violenza, la nostra civiltà non deve fingere che il problema sia come fare per rendere gli uomini meno violenti verso le donne: deve capire che il problema è come fare per rendere gli uomini meno violenti. Le ragioni per cui invece ci si concentra su un pezzetto del problema, finendo per non capirlo bene, sono molte e non le possiamo affrontare qui: ne fanno parte il desiderio dei media di servire al pubblico ciò che più lo impressiona, forme di femminismo che ritengono di tutelare la donna considerandola più importante o soggetto di maggiori diritti dell’uomo, forse anche la convenienza di non fare una vera, seria guerra alla violenza nel suo insieme, come componente del vivere aggregato.

Ciò che invece porta legittimamente a vedere una specificità della violenza degli uomini sulle donne è quanto avviene in uno specifico contesto: il rapporto o la convivenza di coppia. Questo sembra un concetto ben delimitato nella realtà: la violenza che avviene nella coppia. E in tale contesto, se c’è sopraffazione fisica, è quasi sempre dell’uomo sulla donna; ma che gli uomini preferiscano sopraffare le donne invece che altri uomini è completamente da dimostrare: certamente, poiché la coppia eterosessuale è di gran lunga la più frequente, e in essa il più forte fisicamente è l’uomo, la violenza fisica nella coppia colpisce soprattutto la donna. Per di più, questa violenza del membro maschio sul membro femmina di una coppia si inserisce spesso (ma non sempre) nell’odiosa mentalità secondo cui la donna sarebbe una sorta di proprietà dell’uomo. Tuttavia, se parliamo proprio di omicidi, nella coppia i due sessi sono quasi in equilibrio.[3] E nelle convivenze di individui di un solo sesso la violenza non manca (un esempio per tutti: le carceri), sia fra uomini che fra donne.

Parlando, all’interno della violenza fisica, specificamente di violenza sessuale, è probabile che il tipo di stupro più frequente sia quello di maschi su maschi, che si commette continuamente nelle case di reclusione. Comunque, fuori dalla costrizione delle carceri, quello delle violenze sessuali e degli stupri è davvero un problema di violenza sulle donne da parte degli uomini, anche se ha un’incidenza molto minore rispetto alla violenza in senso più generale che si sprigiona ogni giorno nelle convivenze di coppia e familiari. Ma la violenza sessuale (molestie, stupri) ha modi e cause non identici alla violenza fisica non sessuale (maltrattamenti, percosse, uccisioni); ed ha anche destinatari diversi, perché la prima si rivolge a chi è oggetto di desiderio sessuale, mentre la seconda si rivolge indiscriminatamente a chiunque.[4] Usare la stessa espressione, violenza sulle donne, o anche violenza di genere, per queste due cose diverse produce incomprensione, niente affatto comprensione del problema.

Esprimersi come se la violenza sessuale e la brutalità non sessuale fossero la stessa cosa quando sono subite dalle donne, consente di attribuire entrambi i fenomeni a una specifica ostilità degli uomini contro le donne. Invece è giusto rendersi conto che la violenza sessuale degli uomini sulle donne somiglia piuttosto alla violenza sessuale degli uomini sugli uomini; e che la brutalità generica inflitta dagli uomini alle donne somiglia alla brutalità generica inflitta dagli uomini agli uomini. In questo modo si evita di estendere oltre i suoi veri confini l’immagine di una inimicizia degli uomini in quanto tali per le donne in quanto tali. È vero che alcuni comparti del nostro sistema sociale tuttora favoriscono gli uomini sulle donne, ma questo non significa che il sentimento dei singoli uomini sia sempre un sentimento di inimicizia per le donne; non più di quanto avvenga da parte delle donne verso gli uomini, e comunque ben al di sotto di ciò che un femminismo di pura ostilità sta cercando di far credere a tutti. Inutile dire che agitare una immagine – del tutto falsa, e spettacolaristica quando non pesantemente ideologica – dell’uomo come nemico naturale della donna non migliora i rapporti fra i generi, e anzi li peggiora molto, in qualsiasi civiltà.

Tuttavia, la violenza fisica non è l’unica forma di violenza, e anche gli studi più inclini a enfatizzare la violenza sulle donne (si veda l’ampio rapporto ISTAT del 2006 sull’argomento, voluto dal Ministero per le Pari Opportunità[5]) introducono giustamente nel questionario molte più domande sulle varie forme di violenza psicologica, che sono assai più frequenti, e costituiscono sempre il contorno e spesso la causa della violenza fisica, quando c’è. L’indagine ISTAT appena citata si è occupata esclusivamente della violenza sulle donne, cioè ha intervistato solo donne (25.000), chiedendo loro se avevano subito forme di violenza dai loro partner maschi; e ha completamente ignorato il fenomeno inverso: probabilmente l’ISTAT, e il governo che gli ha commissionato la ricerca, erano fortemente influenzati dalla stessa mentalità che ha prodotto la nostra polirematica violenza sulle donne: l’espressione linguistica genera la credenza che solo quello sia il problema.

Cosicché ora sappiamo “tutto”[6] delle violenze perpetrate nella coppia dal maschio, e niente di quelle perpetrate dalla femmina; o meglio, di queste ultime non sapremmo niente se Pasquale Macrì e collaboratori non si fossero incaricati di svolgere un’inchiesta uguale a quella dell’ISTAT ma con soggetti maschili, rivelando che – come forse era prevedibile – nella (e intorno alla) coppia le femmine praticano al pari dei maschi tutte le forme di violenza psicologica (crudeltà mentale, ricatti e minacce, stalking, ecc.), ma più raramente forme di violenza fisica; e che di solito sul piano fisico le donne hanno molta più probabilità di subire danni.[7]

Nella coppia, la violenza in generale è simmetrica. Straus e Gelles in uno studio molto noto, lavorando su un campione di coppie sposate americane, hanno rilevato che nel 27% dei casi era il maschio a commettere la prima violenza, nel 24% la femmina, e nei rimanenti casi la violenza era reciproca.[8] Invece è asimmetrico l’esito dello scontro fisico; il che può indurre gli uomini a cercarlo, e le donne a evitarlo. Tuttavia Martin S. Fiebert, del Department of Psychology dell’Università della California, rendendo conto di 286 ricerche accademiche sugli abusi matrimoniali, conclude che nelle relazioni di coppia non le conseguenze, ma il ricorso alla violenza fisica da parte femminile è equiparabile se non superiore a quello da parte maschile:[9]

women are as physically aggressive or more aggressive than men in their relationships with their spouses or male partners

(le donne sono fisicamente aggressive quanto o più degli uomini nelle loro relazioni verso i coniugi o compagni maschi)

Secondo Fiebert, fra gli specialisti vi è consenso sul fatto che le donne siano attive quanto gli uomini nell’aggredire fisicamente il proprio partner, ma che al tempo stesso abbiano più probabilità di essere ferite.[10]

È chiaro che immaginare la violenza fisica contro le donne nell’ambito della coppia come qualcosa che nasca solo da una tendenza specifica dei maschi a sopraffare selettivamente le femmine in quanto femmine (e non in generale da una tendenza dei partner a sopraffare i partner) non permetterà mai di affrontare il problema in maniera efficace. In particolare, forse le espressioni femminicidio e violenza sulle donne sono spesso usate in modo fuorviante, perché indirizzano gli sforzi verso una parte sicuramente reale ma troppo arbitrariamente individuata del problema, e soprattutto tendono a mettere in ombra il resto: in realtà, i concetti con un correlato significativo nei fatti, che potrebbero guidare gli interventi di natura educativa e legislativa, non dovrebbero essere (o almeno non solo) quelli di “femminicidio” e “violenza sulle donne”, ma quelli di “violenza del maschio” (su entrambi i generi), “violenza sessuale” (quasi solo da parte di maschi su femmine) e “violenza nella coppia” (reciproca), insieme a quello di “prevalenza fisica del più forte”. Quest’ultimo descrive anche la violenza sui bambini, che non è praticata dagli uomini significativamente più che dalle donne. Complice sicuramente la maggiore presenza delle donne presso i figli, secondo uno studio del Dipartimento Statunitense della Salute pubblicato nel dicembre 2013, il maltrattamento sui bambini è perpetrato nel 53.5% dei casi da donne, e l’infanticidio in percentuali simili.

NOTE

[1] Lawrence Barsalou, Cognitive psychology: An overview for cognitive scientists. Lawrence Erlbaum Associates, 1992. ISBN 978-0898599664.

[2] In Italia vengono uccisi ogni anno 16 uomini per milione, e vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna uccisa. Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne e nel 61% dei casi uomini. Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne e nel 69% dei casi uomini. (Ministero dell’Interno, Rapporto sulla Criminalità, “Gli omicidi volontari”, Tabella IV.18, “Genere della vittima secondo il genere dell’autore di omicidio commesso in Italia tra il 2004 e il 2006”).

[3] Per quanto concerne gli omicidi in famiglia, negli USA nel 2005 gli uomini erano il 42% delle vittime, mentre in Italia nel 2007 erano il 40,4%, e nel Sud il 51,7% (EURES 2010: L’omicidio volontario in Italia. Rapporto Eures-Ansa 2009; citato in http://it.avoiceformen.com/diritti-umani/emergenza-maschicidi-servono-piu-servizi-antiviolenza-per-gli-uomini/).

[4] Le due violenze possono anche essere praticate nella stessa situazione, ma questo non ne fa la stessa cosa.

[5] http://www.istat.it/it/archivio/34552.

[6] Ma si vedano i gravissimi difetti “sensazionalistici” che inficiano quell’indagine, come esposto chiaramente qui: http://www.pensierocritico.eu/manipolazioni-statistiche.html, e qui: http://www.uominibeta.org/articoli/listat-e-le-sue-metodologie-nelle-indagini-di-genere/. In queste analisi si vede che il noto risultato di 7 milioni di donne che in Italia avrebbero subito violenze è ottenuto mediante un questionario che – all’insaputa dell’intervistata – permette di contare come “violenza” anche un commento sfavorevole sull’abbigliamento o le capacità culinarie del partner. Le analisi dimostrano anche che negli ultimi dieci anni in Europa le violenze da parte di uomini sulle donne sono sensibilmente diminuite, mentre ad aumentare sono stati gli articoli giornalistici che ne parlano.

[7] Pasquale Giuseppe Macrì, Yasmin Abo Loha, Giorgio Gallino, Santiago Gascò, Claudio Manzari, Vincenzo Mastriani, Fabio Nestola, Sara Pezzuolo, Giacomo Rotoli, Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile, in “Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza”, Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, reperibile qui: http://www.vittimologia.it/rivista/articolo_macri_et_al_2012-03.pdf. Gli autori sottolineano che i loro risultati vanno interpretati come inferiori al dato reale, e comunque inferiori a quelli che si ottengono sottoponendo lo stesso questionario in forma anonima alle donne, per via della “difficoltà ad emergere delle vittime maschili” e di una “diffusa resistenza a riconoscersi nello status di vittima, in particolar modo per mano di una donna”.

[8] Murray Straus, Richard J. Gelles, Physical Violence in American Families: Risk Factors and Adaptations to Violence in 8,145 Families. Routledge, 1989.

[9] Martin S. Fiebert, References examining assaults by women on their spouses or male partners:an annotated bibliography: http://web.csulb.edu/~mfiebert/assault.htm.

[10] “[…] Consensus in the field is that women are as likely as men to strike their partner but that—as expected—women are more likely to be injured than men.” ( http://www.csulb.edu/~mfiebert/latimes.htm).

(26 febbraio 2018)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-parole-della-laicita-femminicidio-e-violenza-sulle-donne/
LE PAROLE DELLA LAICITÀ: SessoCredereDioNegroGiustiziareL’attuale Re di Francia, l’amore di Dio e la freschezza di JoccaFollowerAgriturismo, barca a vela e altre parole bene accetteCultura (del formaggio)Dialogo (interreligioso)

 

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.