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Le prigioni in Brasile da cui nessuno vuole scappare

Immaginate una prigione in cui sono i detenuti stessi a conservare le chiavi delle loro celle e dove non ci sono né armi né carcerieri. E magari i prigionieri vengono chiamati per nome anziché essere catalogati da un numero, indossano i loro vestiti, cucinano e si occupano anche della sicurezza.

Quella prigione esiste (in Brasile) e, a differenza di quello che si può pensare, da lì i detenuti non pensano minimamente a scappare. Sono le Apac, acronimo che sta per “Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati”, sono circa una cinquantina su tutto il territorio, ospitano oltre 3.000 detenuti e rappresentano l’alternativa dei sogni in un Paese che si piazza al quarto posto per popolazione carceraria al mondo.

E in cui il i penitenziari si ritrovano ogni giorno a fare i conti con sovraffollamento, rivolte mortali, disordini e scontri fra gang. Una bomba ad orologeria che scoppia puntualmente. Le Apac, invece, sono dei veri e propri centri di recupero che come prima cosa insegnano ai detenuti – anzi ai “recuperandi” – a non tenere lo sguardo basso, a lavorare per sentirsi parte della società e a studiare. Queste ultime due sono condizioni imprescindibili per restare nelle Apac, tutti devono darsi da fare a meno che non si è malati.

Le condizioni per entrare nell’Apac

Le condizioni indispensabili per aprirne uno sono il coinvolgimento diretto della comunità locale e dei magistrati. Per entrarvi il detenuto deve:

  • essere condannato in via definitiva
  • deve aver fatto un periodo di detenzione nel carcere
  • deve aver fatto richiesta di entrare in un’APAC
  • la sua famiglia deve vivere vicino al carcere perché farà parte del programma

E siccome l’idea di un centro per detenuti con queste caratteristiche nacque negli anni ’70 da un gruppo di volontari cristiani guidati dall’avvocato Mario Ottoboni, le giornate dei detenuti sono scandite da sveglia, preghiera e lavoro.

Renato, che si prepara all’avvocatura mentre sconta 20 anni

Tra i detenuti del centro Apac a Itauna, nel sud-est del Brasile, c’è anche Renato Da Silva Junior. Renato ha 28 anni e un sogno: diventare avvocato. Sta studiando sodo per riuscirci anche se sa che ciò avverrà tra molto tempo. Renato ha scontato appena un quarto della pena a 20 anni di detenzione che gli è stata comminata per omicidio. “I miei sogni sono più grandi dei miei errori”, ha detto al Guardian. “E farò tutto quello che posso per uscire da qui prima possibile”. Per ora, grazie al suo impegno ha ottenuto uno sconto di pena di due anni.

Nella prigione di Itauna, le chiavi della porta d’ingresso del settore uomini è nelle mani di David Rodrigues de Oliveira. 32 anni, David non ha alcuna intenzione di evadere: “Il mio prossimo obiettivo è il rilascio con la condizionale in modo da poter uscire una volta a settimana. Devo pensare alla mia famiglia. Non posso rovinare tutto”. Ogni detenuto infatti è sottoposto a un determinato regime a seconda del reato: chiuso, semi aperto e aperto. E poi c’è un altro motivo: chi scappa perde il diritto all’Apac e torna nel sistema carcerario tradizionale.

La recidiva crolla

Coordinate e supportate da una decina di anni dall’italiana Avsi, le Apac, le carceri senza guardie né armi, un’eccellenza che stanno registrando da anni dei risultati interessanti: la recidiva scende fino al 20 per cento, rispetto alla media brasiliana che sfiora l’80. Il tutto grazie a un metodo, si legge sul sito dell’Avsi, che si fonda sul fatto che il condannato riconosce di aver commesso un errore e decide di cambiare vita, scontando la pena all’interno delle Apac. Dopotutto la filosofia che guida questi centri è “Qui entra l’uomo, il delitto resta fuori”.

“I condannati generalmente non provano sensi di colpa – ha spiegato alla Stampa Valdeci Antonio Ferreira, direttore generale dell’associazione che coordina le APAC – perché dicono: io ho rubato, ma in questo Paese tutti rubano! Io non vendevo droga, erano gli altri che la compravano! Io non ho stuprato una donna, è stata lei a provocarmi! Per questo grazie al lavoro dei volontari e all’accompagnamento degli altri detenuti in fase di recupero cerchiamo di mettere in atto la “terapia della realtà”: ognuno deve essere messo di fronte al male che ha fatto, agli errori che ha commesso”.

Non appena questo avviene, ha continuato Ferreira, bisogna però immediatamente evitare che la presa di coscienza per il male commesso diventi un macigno che schiaccia: “Dobbiamo separare l’uomo dal suo errore, dal suo peccato, dal suo reato. Ridargli speranza di poter cambiare”.

Un modello da esportare

Il metodo funziona, al punto che dal 2009 grazie anche ad alcuni finanziamenti dell’Unione Europea, questo modello è stato replicato anche in Cile, Costa Rica ed Ecuador. “Non per idealismo, neppure per utopia – spiega l’Avsi – Ma perché funziona, le persone che scontano qui la pena non sbranano la loro umanità, escono che sono ancora capaci di relazioni buone. E queste carceri convengono a tutti: il costo di costruzione di un posto/persona è un terzo del costo del carcere comune, e quello di mantenimento è dimezzato.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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