TwitterFacebookGoogle+

Le proteste in Iran

Due articoli sulle proteste in Iran LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Gianantonio Stella (Corriere 3.1.18) “Le ragazze libere di Teheran”

“”«Roussari ya Toussari». Cioè «velo in testa o botte in testa». Non sappiamo il nome di quella coraggiosa ragazza dai capelli neri che in piedi su un cassone sventolava come una bandiera il suo «roussari» bianco nella foto-simbolo delle proteste in Iran. Possiamo immaginare, però, cosa le stiano urlando contro quelli che l’hanno fermata e fatta sparire. È lo slogan che i miliziani islamici di Hezbollah, il «Partito di Dio», barrivano dando la caccia alle donne che, dopo la rivoluzione khomeinista del ‘79, ancora osavano trasgredire alla «raccomandazione» di coprirsi il capo. Contrariamente alle memorie collettive di allora, infatti, il velo islamico non fu imposto con immediata brutalità alle donne iraniane. Abolito nel ’36 da Reza Shah Pahlavi in nome d’una laicizzazione forzata della società («col risultato paradossale che molte non erano più uscite di casa», spiega Alberto Zanconato, per venti anni corrispondente dell’Ansa da Teheran e autore de l’Iran oltre l’Iran ), era per molte ormai da tempo un relitto del passato.
Lo dicono le foto in bianco/nero, negli anni Venti, delle femministe della Association of Patriotic Women, tutte a capo scoperto a partire da una delle leader, Fakhr-e Afagh Parsa. Lo dicono le immagini di Farrokhroo Parsa, la figlia, che nel ’68, con otto anni di anticipo su Tina Anselmi in Italia, diventò la prima donna ministro (all’Istruzione!) e di cui esiste una sola foto col velo: quella scattata dagli aguzzini khomeinisti al processo che l’avrebbe condannata a morte come «corruttrice sulla Terra». Lo dicono le copertine delle riviste non diverse negli anni Settanta da quelle di Oggi, Gente o La domenica del Corriere : camicie strette in vita, scollature, minigonne… Niente di eccessivo o peccaminoso, ovvio. Ma istantanee di belle ragazze libere. Libere accanto a ragazzi dai capelli lunghi, stivaletti col tacco alto, pantaloni a zampa d’elefante.
Per non dire delle foto scattate per la strada, nei ritrovi pubblici, nei giardini… Come quella celebre d’un gruppo di studentesse, tutte senza velo, allegre, vestite all’occidentale, gonna corta, sedute sulle panchine dell’Università di Teheran. O le immagini niente affatto «trasgressive» di gruppi di amici in spiaggia, con tutte le ragazze in costume da bagno, bikini compresi. O ancora quelle di migliaia di donne che a capo scoperto levavano in alto il pugno nei cortei contro lo Scià Reza Pahlavi e a favore della rivoluzione khomeinista. E che intonavano una versione persiana di El pueblo unido jamas serà vencido degli Inti Illimani dal titolo «Bar pa khiz» che, scrive Zanconato, «nei primi mesi di fermento politico seguiti alla caduta dello Shah sarebbe diventato uno degli inni rivoluzionari di maggior successo in Iran».
Ci vollero anni perché il velo diventasse un obbligo. Anni. Quando la stessa Oriana Fallaci riuscì a fare la formidabile intervista a Khomeini nel settembre 1979, il velo che indossava e che si tolse nel famoso gesto di sfida, non era ancora imposto per legge. Era una semplice «cortesia» richiesta dal protocollo. Ma «per non creare allarme nella società e tra gli ex alleati laici», racconta una giornalista persiana «lei stessa convinta religiosa», fu introdotta «passo per passo»: «Quando una donna voleva andare in un ristorante, trovava qualcuno che le presentava dei foulard, magari colorati e alla moda, e le chiedeva gentilmente se le dispiaceva indossarne uno per entrare. Così, a poco a poco, senza quasi che ce ne accorgessimo, il velo è diventato legge». Nel 1983. Quando il potere sciita si era consolidato. E le donne avevano ormai capito come l’Hijab fosse il giogo al quale gli ayatollah avevano deciso di incatenarle.
Per questo le decine di foto di ragazze iraniane felici senza il «roussari» sulla pagina Facebook di «My Stealthy Freedom» (la mia libertà furtiva) curata da Masih Alinejad, una giornalista rifugiata a New York, sono insopportabili agli occhi dei fanatici guardiani della Repubblica teocratica. Perché nessuno, neanche nel 2009, aveva mai osato tanto. E ogni velo che cade è un drappo sventolato sul muso d’un toro schiumante.””

Articolo di Farian Sabahi (manifesto 3.1.18) “Quella in corso in Iran e’ una protesta, non una Rivoluzione  “La crisi economica e il rincaro dei prezzi si mescolano alla rabbia dei comuni cittadini nei confronti di ayatollah e pasdaran”

“”Quello iraniano non è un popolo di terroristi, come lo ha definito il presidente statunitense Donald Trump, ma piuttosto un popolo di rivoluzionari. Lo dimostra la storia del Novecento, un secolo attraversato da ben tre rivoluzioni: quella costituzionale del 1906-1911, la nazionalizzazione del petrolio con il premier Mossadeq nel 1951-1953, e la rivoluzione islamica del 1978-1979. Non sempre dall’esito felice, queste rivoluzioni hanno avuto un impatto decisivo non solo per l’Iran e i suoi abitanti, ma anche per il resto del Medio Oriente. Le manifestazioni in corso in questi giorni sono state scatenate da motivazioni economiche: il tasso ufficiale di disoccupazione è all’11,7% ma quello giovanile raggiunge il 24,4%, l’inflazione resta a due cifre, buona parte dell’economia è in mano ad ayatollah e pasdaran, gli investimenti stranieri non arrivano a causa delle invettive di Trump, e quindi il governo di Hassan Rohani non può che eliminare i sussidi a un quarto della popolazione (9 euro al mese) e alzare i prezzi di benzina, luce e gas. Nel giro di poche ore dalle prime proteste, si sono aggiunte critiche per l’incapacità delle autorità di gestire l’emergenza ambientale, soprattutto nella capitale dove le scuole e gli uffici pubblici sono spesso chiusi a causa dell’inquinamento. Le manifestazioni sono così sfociate nella protesta politica contro la Repubblica islamica e il suo establishment sia moderato sia conservatore, considerati le due facce della stessa medaglia, in uguale misura responsabili della mala gestione del paese. Si tratta dunque di proteste motivate dalla crisi economica e dal rincaro dei prezzi, e al tempo stesso alimentate dalla rabbia dei comuni cittadini nei confronti del clero e delle guardie rivoluzionarie al potere. Ovvero nei confronti di ayatollah e pasdaran che, anziché investire in Iran per migliorare il tenore di vita della popolazione, pensano a cacciare il naso altrove, in paesi come l’Iraq, la Siria, il Libano, lo Yemen e Gaza.
Quelle di questi giorni sono le proteste più ampie dal 2009, quando gli iraniani erano scesi in strada a reclamare dove fosse finito il loro voto, sulla scia dei brogli che avevano portato alla rielezione del presidente ultra conservatore Mahmoud Ahmadinejad. Ora, affermare che si tratta di una rivoluzione è però prematuro, anche perché in questi giorni non c’è un leader a guidare le proteste, diversamente dal 2009 quando a capo del movimento verde di opposizione c’erano Mir Hossein Musavi, la sua consorte Zahra Rahnavard e il religioso Mehdi Karrubi.
Tre personaggi in qualche misura carismatici, ciascuno a modo suo, spariti misteriosamente il 14 febbraio 2011, quando avevano chiesto i permessi alle autorità iraniane per poter dimostrare il proprio sostegno a favore delle primavere arabe, consapevoli che le dimostrazioni di strada avrebbero potuto riaccendere l’entusiasmo dei propri sostenitori nonostante la repressione subíta. Liberare i leader del movimento verde, agli arresti domiciliari da quasi sette anni, era una delle promesse elettorali del futuro presidente Hassan Rohani, che però non ha mantenuto fede all’impegno.
Nelle proteste di questi giorni manca un leader, questo è vero. Ma non dimentichiamo che nei mesi che precedettero la rivoluzione del 1979 furono gli americani a tirare fuori dal cappello, come per magia, l’ayatollah Khomeini: era in esilio in Iraq, ma gli fu data l’opportunità di spostarsi a Parigi dove fu intervistato da molti giornalisti occidentali. A proteggerlo da eventuali attacchi della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, erano i militari inglesi, francesi, americani e pure la Legione Straniera. I riflettori puntati su di lui, permisero all’ayatollah Khomeini di tornare ad avere voce in Iran, anche grazie alle cassette audio con i suoi sermoni, contrabbandate nel paese.
Erano tempi di guerra fredda, gli americani pensavano che l’Islam potesse disarmare l’avanzata comunista. Ma non fecero bene i loro conti. Oggi l’impressione è che Trump e compagni cerchino di promuovere il ritorno dei Pahlavi a Teheran. Ma, anche in questo caso, rischiano parecchio: la maggior parte dei giornalisti stranieri si ferma a Teheran, ma la capitale non è rappresentativa di tutto l’Iran, così come non è stato sufficiente sentire il polso di Londra per comprendere l’esito del referendum su Brexit.
Di questi tempi gli iraniani protestano, anche in località periferiche, ma non per questo vogliono una rivoluzione per ribaltare la Repubblica islamica. Soprattutto non se l’alternativa è un burattino ricco e viziato come l’erede al trono della dinastia Pahlavi, calato dall’alto dal presidente Trump. Un presidente che gli iraniani disprezzano perché ha messo i bastoni di traverso all’accordo nucleare che avrebbe dovuto risollevare l’economia del paese. Un presidente odiato, Donald Trump, perché ha voluto fermamente quel decreto contro i musulmani che rende tanto difficile, per gli iraniani, raggiungere le famiglie negli Stati Uniti.””

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.