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Le reazioni dei discendenti del generale Lee dopo la rimozione delle sue statue

“Non strumentalizzate i nostri antenati”. Lo stop a ogni tentativo di trasformare un pezzo di storia americana in una campagna per la supremazia bianca arriva dai discendenti di Robert E. Lee, Jefferson Davis e ‘Stonewall’ Jackson, i cui bis-bisnonni sono considerati dei personaggi-simbolo del sud confederato e razzista. Il messaggio lanciato dai bis-bisnipoti dei tre eroi dell’America confederale suona più o meno così: smantellate pure le statue, portatele nei musei e contestualizziamo storicamente quei monumenti, discutendo con il giusto distacco della guerra civile Usa.

Secondo Robert E. Lee V, bis-bisnipote del comandante in capo di tutte le forze confederate, una delle figure più venerate della storia militare Usa, le violenze dei suprematisti bianchi a Charlottesville sono da condannare. E intervistato dalla Cnn, Lee V junior ha suggerito una più “appropriata” localizzazione delle tre statue: “Forse”, rileva, “sarebbe appropriato metterle in un museo, oppure contestualizzarle storicamente in qualche altro modo”. 

“Il mio avo non avrebbe mai approvato le violenze”

La statua equestre in bronzo del generale Lee, che sorge in un parco di Charlottesville, è stata il luogo in cui i suprematisti bianchi, molti dei quali membri del Ku Klux Klan, si sono concentrati sabato scorso, attaccando violentemente la contromanifestazione organizzata dai movimenti antirazzisti. “Questa sorta di atti”, stigmatizza Lee junior, che lavora come direttore atletico in una scuola della Virginia, “non puo’ essere tollerata. Siamo fermamente convinti che il generale Lee non avrebbe sopportato una simile violenza. Vogliamo che tutti sappiano che la famiglia Lee vuole il bene della gente di Charlottesville“. 

Nemmeno Lee voleva i monumenti

D’altronde, lo stesso generale Lee, nei suoi scritti, si è sempre opposto alla esposizione di statue che onorassero i generali della guerra civile: temeva che “lasciassero aperte le ferite della guerra”. Lo storico Jonathan Horn ricorda che Lee fu spesso consultato quando era ancora in vita (morì nel 1870, per un ictus, 5 anni dopo la fine della guerra civile), sull’opportunità di erigere monumenti agli eroi della guerra di secessione. In particolare la questione riguardava come celebrare il suo braccio destro, il generale Thomas Jonathan Perez Jackson, soprannominato dallo stesso Lee ‘Stonewall’, cioé muro di pietra, per l’eccezionale determinazione e la cui morte segnò una svolta negativa per l’intera campagna sudista. Anche in quell’occasione Lee si mostrò estremamente riluttante riguardo all’iniziativa. 

“Sulla possibilità di erigere un simile monumento”, scrisse nel 1866 al collega confederato, il generale Thomas Rosser, “la mia convinzione è che, malgrado ciò sarebbe gratificante per i sentimenti del Sud, l’iniziativa avrebbe l’effetto di continuare, se non di aggravare, le difficoltà in cui si trova la gente del Sud”. Tre anni dopo, invitato a un incontro di ufficiali dell’Unione e della Confederazione, per l’inaugurazione di un monumento in onore dei caduti di Gettysburg, la battaglia che, di fatto, segnò l’inizio della fine per l’esercito sudista, Lee espresse così il suo parere: “Penso sarebbe più saggio non lasciare aperte le piaghe della guerra e seguire piuttosto l’esempio di quelle nazioni che si sforzano di dimenticare i segni della guerra civile e si impegnano a lasciarsi alle spalle le emozioni generate da quegli sconti”.

Una statua di Davis c’è anche a Washington

A ritenere più giusta la collocazione delle statue confederate in un museo è anche Bertram Hayes Davis, bis-bisnipote di Jefferson Davis,  primo e unico presidente degli Stati Confederati d’America. Una statua del suo illustre antenato, installata in un parco di New Orleans è stata rimossa nel maggio scorso. “Togliamole dalla pubblica piazza”, dice anche lui alla Cnn, “se risultano offensive e la gente non le gradisce. Mettiamole altrove, dove storicamente si può avere una collocazione contestuale e dove la gente può andare a vederle, per capire la storia e l’individuo”.

Un’altra statua di Jefferson Davis è collocata a Washington, all’interno della National Statuary Hall, dentro il palazzo del Congresso, insieme a quella di Lee. A chi gli chiede se anche quella statua vada rimossa, Davis junior replica: “Sono state messe lì per una ragione”. Davis infatti prima di essere presidente della Confederazione fu anche segretario alla Guerra degli Stati Uniti. “Penso”, aggiunge, “che occorra valutare le loro vite per intero prima di decidere se queste persone appartengano o meno alla capitale e agli Stati Uniti”. 

Tuttavia Davis junior afferma anche di capire come mai tanta gente si sia stancata dei simboli confederati, inclusa la bandiera. “A mio avviso”, osserva, “la bandiera da guerra confederata è stata sventolata da quel gruppo di razzisti e dovrebbe stare in un museo come una bandiera militare e non essere la bandiera degli Stati confederati d’America”.

I discendenti di ‘Stonewall’? “Ci vergogniamo”

Sulla stessa linea si muove anche il pensiero di William Jackson Christian e Warren Edmund Christian, due uomini che dicono di essere i bis-bisnipoti di ‘Stonewall’ Jackson. I due hanno scritto una lettera aperta al sindaco di Richmond, chiedendogli di rimuovere la statua di Jackson da una delle principali strade della stessa capitale della Virginia. “La gente calata su Charlottesville lo scorso weekend”, sottolineano nella missiva, “ha solo voluto fare una nuda dimostrazione di forza in favore della supremazia bianca. Scriviamo per sostenere che noi consideriamo la giustizia in modo molto diverso dal nostro bis-bisnonno e intendiamo chiarire che la sua statua non ci rappresenta”. 

I due aggiungono di non poter “ignorare che lui possedeva schiavi, che aveva deciso di combattere per la Confederazione e, infine, che era un uomo bianco che si batteva per la supremazia dei bianchi”. E concludono: “Mentre non ci vergogniamo del nostro grande bis-bisnonno, ci vergogniamo invece di trarre beneficio dalla supremazia bianca, mentre la nostra famiglia nera e i nostri amici soffrono. Ci vergogniamo di questo monumento”. 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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