TwitterFacebookGoogle+

Le risate di Hannah Arendt

Ragione e Pregiudizio

Minimizzando la responsabilità del nazista Eichmann di fatto la Arendt, con la sua banalità del male giustificava se stessa e la sua relazione con Heidegger.


domenica 26 gennaio 2014 18:05


Hannah Arendt e Martin Heidegger intorno al 1920

di Domenico Fargnoli L’articolo di Reinhard Dinkelmeyer sul film di Margarethe Von Trotta, che racconta Hannah Arendt come anche quello di Livia Profeti “L’enigma di Hannah”, apparsi sul settimanale Left di questa settimana suggeriscono un’ulteriore ricerca. Paul e Peter Matussek in un loro saggio la cui traduzione è comparsa nella rivista scientifica Il sogno della farfalla avevano avanzato l’ipotesi che Martin Heidegger fosse affetto da una forma di schizofrenia. Gli studiosi hanno analizzato la personalità del filosofo sulla scorta delle tre categorie binswangeriane: manierismo, esaltazione fissata, stramberia trovando nella biografia del tedesco tracce di ciascuna di esse. È noto il ricovero nella clinica di Von Gebsattel cui fu sottoposto Heidegger dopo il tracollo psicologico cui andò incontro quando fu sottoposto a giudizio dopo la fine della guerra. La Arendt sicuramente giocò un ruolo fondamentale nel minimizzare le responsabilità politiche ed ideologiche del suo amante, come anche Sartre con il suo L’essere ed il nulla (1943) e la “gauche” francese, compreso Jacques Lacan. Se esiste un profilo psicopatologico di Martin sarebbe possibile tracciarlo anche per Hannah data la complicità esistente fra i due? Si potrebbe mettere l’illustre studiosa “sul lettino” come acutamente suggerisce Reinhard Dinkelmeyer? Minimizzando la responsabilità di Eichmann di fatto la Arendt, con la sua “banalità del male” giustificava se stessa e la sua relazione con il “Maestro” che si è protratta lungo tutto l’arco della sua vita. L’accusa di passività rivolto verso le vittime dell’olocausto potrebbe essere considerata pertanto un’autoaccusa. Va precisato che la sua è stata una complicità con una forma di malattia mentale la quale data l’ apparente asintomaticità o paucisintomaticità, fino a poco tempo fa , fino alle scoperte dello psichiatra Massimo Fagioli sull'”assenza di pensiero” e la pulsione di annullamento, non era possibile diagnosticare. La psichiatria con Ludwig Binswanger e Wolfang Blankenburg (cui oggi fanno riferimento gli psicopatologi italiani come Arnaldo Ballerini) ma anche con Ferdinando Barison, per non dire Cargnello e Callieri, Franco Basaglia (per l’intermediazione di Sartre), indagava la psicosi aiutandosi con gli strumenti ermeneutici dell’esistenzialismo elaborati da un soggetto schizofrenico. Come dire mettere un cieco a studiare la luce e la rifrazione ottica e poi fare proprie le sue tesi: sia la destra e la sinistra sono rimaste mortalmente contaminate, sia pure con una fenomenologia diversa, dalla pulsione di annullamento non avendo risolto l’enigma della malattia mentale, non avendo individuato il suo nucleo generatore.

In un’intervista rilasciata dalla Arendt poco dopo la pubblicazione del suo libro su Eichmann c’è un passaggio estremamente interessante (minuto 49.27). La filosofa dice di essersi convinta che Eichmann era “fool” (parola che io tradurrei con pazzo). La sua reazione, di fronte alla pazzia del tedesco è stata caratterizzata da un riso irrefrenabile e rumoroso, ad alta voce, ripetutosi un numero incalcolabile di volte di fronte alle 3600 pagine delle testimonianze del criminale nazista. Tali risate potrebbero apparire anch’esse, però, strane e paradossali non riconducibili nell’ambito di un’ironia che vorrebbe essere una presa di distanza come sembra suggerire la filosofa, un tentativo di ridicolizzare quelli che l’opinione pubblica considera “grandi criminali” ma che in realtà sono uomini insignificanti che hanno commesso grandi crimini. Il riso di Hannah potrebbero contenere anch’esso, nella sua assurdità, un germe di pazzia per il terrore e l’impotenza, l’incapacità di comprendere da cui potrebbe derivare. Personalmente non riesco a ridere di fronte alla morte, le stragi, figuriamoci di fronte all’olocausto. Concordo però sul fatto che i criminali, autori di delitti efferati, sono insignificanti, gusci vuoti che cercano di dare, senza riuscirci, un senso all’esistenza perpetrando le peggiori atrocità. Ciò non ci deve far dimenticare però che esistono pazzi-criminali intelligenti apparentemente “geniali” come Martin Heidegger. L’intelligenza qui va intesa come capacità di sviluppare ragionamenti complessi e di mettere in atto raffinate strategie di mistificazione ed occultamento.

È della filosofia del suo maestro, del suo linguaggio manierato adatto a nascondere le vere intenzioni, che Hannah Arendt avrebbe dovuto essere capace di ridere e ironizzare invece di prendere entrambi, come ha fatto, tremendamente sul serio fino al punto, più o meno consapevolmente, di diventarne complice. Personaggi assolutamente banali come Eichmann hanno agito e messo in pratica con zelo burocratico, le idee di “grandi filosofi” come Heidegger che hanno forgiato la mentalità nazista di una miriade di esecutori materiali delle persecuzioni razziali. I nazisti “intelligenti” sono però sopravvissuti ingannando tutti, come ha fatto non solo Heidegger ma anche l’architetto Albert Speer, del quale recentemente è stata scoperta l’incredibile capacità mimetica e criminale, ed hanno evitato la pena di morte e guadagnato sulla pelle di centinaia di migliaia di morti per non dire milioni, redigendo memorie false del loro passato nazista. L’architetto amico di Hitler si era creato intorno, come il filosofo dell’esistenzialismo, una cortina di fascino ed ambiguità diventando una sorta di tedesco ideale nascondendo la sua pesante complicità con l’antisemitismo e lo sterminio degli ebrei. Banalizzando Eichmann e proteggendo ed esaltando Heidegger, senza coglierne “l’assenza di pensiero”, Hannah Arendt era in buona fede o la sua è stata un’abilissima operazione di occultamento e mistificazione? *** Il Nazismo ed i crimini contro l’umanità (1996). Intervento di Domenico Fargnoli al convegno “Nazismo e psichiatria”, organizzato dal rettorato dell’università di Siena in occasione dei 50 anni del processo di Norimberga. Interviene anche Alice Ricciardi Von Platen, collega maestra ed amica che aveva partecipato al processo di Norimberga come consulente di parte americana insieme al famoso psicoanalista Alexander Mitscherlisch, autore di “Verso una società senza padri” (1963). Alice scrisse nel 1948 “Die Totung Geisteskranker in Deutschland” sullo sterminio dei malati di mente, considerato un classico nel suo genere.

Articolo originale pubblicato su domenicofargnoli.com

Articolo originale

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.