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Le schiave della strada

ROMA – Metà luglio, una notte fresca. Le ragazzine sui marciapiedi aspettano. La pelle scura delle gambe brilla alla luce dei fari. Si muovono provocanti sull’asfalto della Tiberina, ma i loro sguardi urlano altro. Gridano che i loro corpi di adolescenti strizzati negli short sono stati violentati in tutti i modi possibili. Per mesi. I clienti, uomini di ogni età, si accostano con la macchina. Una Mercedes si ferma vicino a Princess, 16 anni, pantaloncini jeans e top giallo, la borsa di Hello Kitty a tracolla. “Quanti anni hai?”. “Venti”, risponde guardandosi i sandali con i tacchi troppo alti. L’uomo della Mercedes finge di crederci. Quella ragazza-bambina è bellissima, una bambola d’ebano da 15 euro a prestazione. Lo sportello sbatte, se la porta via.

Sono 15mila le ragazze nigeriane sfruttate sulle strade italiane: la metà di tutte le prostitute del nostro paese. Ogni anno ne arrivano 300 in più. E almeno 1500 sono minorenni. Nessun altro paese europeo ne ospita così tante. Lo dicono i nuovi dati dell’istituto per le ricerche sul crimine e la giustizia delle Nazioni Unite. Nel nostro paese, in sintesi, esiste una tratta sempre più consistente, radicata, capillare e organizzata. Un traffico di schiave in piena regola. Alla fine degli anni ’90 le ragazze, minorenni e non, coinvolte nella tratta sessuale erano circa seimila. Oggi sono oltre il doppio. I numeri parlano di un turn over dello sfruttamento: le ragazze nigeriane, negli anni, entrano e escono dal giro della prostituzione coatta. Secondo le stime di Parsec  –  l’associazione che ha elaborato i dati dal 2000 al 2013 – sono state costrette alla prostituzione circa 60mila donne. Ma prima di finire sui marciapiedi, hanno già affrontato un calvario di mesi. Sono state violentate e picchiate prima e durante il viaggio verso l’Italia.


La proposta.
Loveth, per esempio. Quando viene reclutata ha 15 anni, 4 fratelli e 4 sorelle. Vive con i genitori in campagna, vicino a Benin City, stato di Edo, Nigeria meridionale. Il padre resta invalido, così inizia ad aiutare la madre a vendere la verdura al mercato. Una mattina al banco si presenta una donna ben vestita, amica di famiglia. Propone a Loveth di partire per l’Italia. “Il lavoro e i documenti te li trovo io”. In cambio vuole 40mila naira: a Loveth racconta che sono circa 60mila euro. In realtà sarebbero appena 180. Ma la ragazza non conosce il valore dell’euro, e accetta. Anche perché si sente gratificata da una responsabilità enorme: aiutare la famiglia. Per suggellare questo patto la signora ben vestita la porta da un “Baba-loa”, un santone che pratica riti magici (woodoo o juju). A casa sua la fa inginocchiare, si fa consegnare un ciocca di capelli, peli pubici, una fotografia e un lembo del suo vestito. Invoca gli spiriti degli antenati: Loveth è impressionata, giura che obbedirà sempre alla signora che la deve portare in Italia. Poi ci sono i mesi di viaggio, che nel suo caso si snoda via terra: l’Algeria, il Marocco, la Spagna, l’Italia. Ma moltissime volte le ragazze devono anche affrontare il mare e i barconi. E i bordelli libici: perché le violenze cominciano già dopo pochi giorni.

Anche Loveth inizia a capire prestissimo: non le danno da mangiare, le dicono che se vuole avere qualche soldo deve prostituirsi. Viene rinchiusa in una “casa di transito”, dove vengono ammassate le ragazze in attesa di essere trasferite in Italia. Vorrebbe tornare a casa, ma è terrorizzata dal patto, dal rito che l’ha condannata all’obbedienza. Sopporta. E non sa che il suo calvario deve ancora iniziare. Arrivata a Roma con il treno, Loveth viene consegnata a P.: la maman (o “madame”). Che senza troppe cerimonie le spiega che il suo lavoro sarà solo questo: la strada. In casa con la maman vivono altre quattro ragazze, due sono minorenni. La maman picchia Loveth fino a convincerla che deve restituire il debito. “Perché lo hai giurato di fronte al Baba loa. E perché altrimenti verrà fatto del male ai tuoi genitori e ai tuoi fratelli”. Loveth accetta. Viene sorvegliata continuamente da un uomo di fiducia della donna, che le ragazze chiamano “brother” se è giovane, “master” o “boss” se più grande. Ogni giorno, tornata dalla strada, viene anche costretta a pulire tutta la casa.
Le schiave della strada

Salvata dal suo bambino
. Loveth resterà sul marciapiede per tre anni. La salverà il suo bambino. La gravidanza la spingerà ad accettare l’aiuto di un’unità di strada. Oggi è in una comunità di accoglienza di Reggio Calabria. In Italia ci sono un centinaio di enti e associazioni che si prendono cura delle donne trafficate, anche nigeriane. “Negli ultimi anni abbiamo accolto 140 ragazze – racconta Alberto Mossino, della Casa Africana di Asti – Hanno tra i 16 e i 35 anni, le minorenni sono molte. I clienti non sono pedofili, ma quando le trovano per strada fanno finta di credere che abbiano 20 anni. Ma si vede benissimo che sono delle ragazzine. Ragazzine bellissime, come le quali ti puoi appartare per 15-20 euro. Non siamo contrari alla prostituzione, persone adulte e consensienti possono fare quello che vogliono della propria sessualità. Ma questo è sfruttamento. Alcune ragazze arrivano incinte nel centro di accoglienza, la maternità è uno dei fattori più motivanti a scappare. Oppure un’aggressione, una malattia. O l’inferno e la disperazione dei primi giorni”.

Il problema è che quando le ragazze trovano la forza di chiedere aiuto, rischiano di tornare nel giro della prostituzione. Perché non conoscono nessuno, i loro sfruttatori non le lasciano mai sole, non parlano l’italiano e sono terrorizzate dal giuramento che hanno fatto. Sono convinte che se violeranno il patto, capiterà qualcosa di terribile a loro e alle loro famiglie. Inoltre le maman – anche se quasi sempre violente e senza scrupoli – sono il loro unico punto di riferimento, e liberarsi da questa dipendenza morbosa è molto faticoso.
Le schiave della strada
“Quando entriamo in contatto con le ragazze, non possiamo convincerle che quel rito in realtà è solo una truffa – spiega Francesca De Masi, dell’associazione Befree, che offre assistenza alle donne detenute nel Cie di Ponte Galeria, a Roma – Non è questa la chiave. Le donne nigeriane ci credono ciecamente. Dobbiamo piuttosto convincerle che il patto non è valido perché il lavoro che avevano concordato non era quello che poi le hanno costrette a fare. Oppure proponiamo un rito di purificazione”. In pratica un’altra cerimonia religiosa che possa quindi annullare, nel loro immaginario, il rito precedente. Ma non basta. Perché anche se gli operatori riescono a convincere le ragazze a fuggire e a denunciare i loro sfruttatori, non è facile aiutarle. “Abbiamo le mani legate – si arrabbia Alberto Mossino – Il problema è che, ormai da cinque anni, c’è un’interpretazione restrittiva della Turco Napolitano, vengono concessi sempre meno permessi di soggiorno per motivi di protezione sociale. Così non possiamo aiutare queste ragazze a evadere dalla clandestinità, a trovare un lavoro. Succede che dopo qualche anno devono uscire dalla comunità, senza aver ottenuto il permesso di soggiorno. E in 90 casi su 100 tornano a essere sfruttate. In più le donne che hanno denunciato i loro aguzzini hanno messo anche a rischio la loro famiglia, che spesso è vittima di ritorsioni”. “E’ difficile aiutarle – spiega ancora Francesca di Befree – le leggi migratorie sono diventate sempre più restrittive. Ormai vale più il reato di clandestinità che quello di sfruttamento della prostituzione. Quindi accade che, molte volte, queste donne vengono rimpatriate, praticamente deportate, anche se sono loro le vittime”.

Protezioni. Le bande che trattano e schiavizzano le donne sono spesso collegate ad altre organizzazioni similari, e sono protette quasi sempre da gruppi “cultisti”, bande della mafia nigeriana (a Roma a febbraio ci sono stati 34 arresti) che praticano culti religiosi settari. Non è raro il caso di ragazze “vendute” e passate da una struttura criminale all’altra. Parsec ha calcolato un giro d’affari da due miliardi e 600 milioni di euro all’anno.

Anche gli italiani vengono coinvolti, sebbene in maniera marginale. C’è chi affitta le case agli sfruttatori, e ci sono i tassisti che portano le ragazze a lavorare (nel 2011 in Abruzzo ci sono state anche delle condanne). Un’attività criminale perfettamente organizzata: quando le ragazze vengono trasportate via mare, arrivano senza documenti, così da essere accolte come richiedenti asilo nei centri di accoglienza, come quello di Crotone. In tasca hanno un numero di telefono. Una voce le guida fino a Milano, Roma, Napoli. Ma anche a Bari, Venezia, Asti.

Princess è di nuovo sulla strada. L’uomo con la Mercedes l’ha riaccompagnata sul suo marciapiede. Scende, si aggiusta la maglietta. Forse pensa alla sua famiglia. E al suo debito. Per restituire 60mila euro dovrà prostituirsi 4mila volte.
 

Fonte

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