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Le sette evangeliche in Brasile

Di Christian Franz Tragni, menzione d’onore al Reporter Day 2017 –

Quando arrivai in Brasile, anni fa, un amico di Rio mi disse: “Le nuove Chiese pentecostali evangeliche sono state create per controllare la popolazione, i loro comportamenti, le abitudini e, soprattutto, il voto. I poteri che le hanno concepite e che le gestiscono non sono interni al Paese e la posta in gioco è alta: il petrolio e, più in generale, il ruolo geopolitico dell’America Latina”.

Il mio amico aveva ragione (almeno in parte). Dopo dieci anni vissuti in Brasile, durante i quali mi sono infiltrato “clandestinamente” in molte chiese evangeliche, penso però che il fenomeno sia più complesso. Esistono infatti due realtà – quella pastorale e quella politica – estremamente connesse tra loro.

Per capirlo, però, bisogna fare un tuffo nel passato. Con l’affermazione delle colonie portoghesi, viene distrutto il tessuto religioso e spirituale tradizionale delle popolazioni locali brasiliane e degli uomini che, trasformati in schiavi, vengono portati a forza dall’Africa al Sud America. Nasce così una società fortemente classista e razzista in cui una buona parte della popolazione viene – ancora oggi – emarginata.

La maggior parte degli evangelici è infatti composta da afro-discendenti e vive nelle favelas. Ma non solo. Quando sono stato per la prima volta in un villaggio indigeno, nel bel mezzo dell’Amazzonia, eccitato, anche per il possibile e sperato contatto con le realtà spirituali e tradizionali di tipo animista, con grande stupore e delusione ho scoperto che gli evangelici pentecostali erano arrivati anche lì. Il Pajè, autorità e guida spirituale presente in ogni comunità, era un pastore evangelico.

In due decenni, le Chiese evangeliche hanno convinto quasi un quarto della popolazione a convertirsi. La carenza di strutture mediche e sociali fa sì che i brasiliani si rivolgano altrove, in cerca di cure, di soluzioni facili e, forse, anche di qualche magia o miracolo.

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Quando non si può far parte di una grande collettività, perché esclusi, si fa parte di una Chiesa, per ricevere rassicurazione e conforto. Ed è proprio su questi bisogni che le Chiese evangeliche e i loro registi occulti hanno fondato le proprie fortune.

Regole ben precise definiscono il rapporto tra Chiese pentecostali e fedeli: l’obbligo della decima del 10% minimo, per esempio. Gli adepti, però, nella loro fragilità psicologica, sono indotti più volte, durante le funzioni, a dare altri soldi al Pastore, in cambio della cura dai problemi fisici.

Altri precetti appaiono tuttavia abbastanza positivi: le Chiese pentecostali non accettano l’uso di alcool e droghe e, per questo, nelle famiglie evangeliche si verificano meno atti di violenza rispetto alla casistica brasiliana. Le Chiese vanno inoltre a colmare il vuoto dello Stato con attività di volontariato negli ospedali, nelle carceri e nel recupero delle tossicodipendenze.


L’impressione generale, però, è che dietro queste attività si nasconda l’interesse per il denaro e il controllo delle persone. Tendenzialmente queste Chiese sono chiuse ai temi civili e giovanili. Quando però l’interesse va al di là della morale e dei principi, ci si inventa di tutto, come “Igreja para todos” per omosessuali, dove si realizzano anche matrimoni gay o come “Bola de neve”, chiesa per giovani surfisti dove l’altare è una tavola da surf.

Numerosi sono gli scandali che hanno colpito queste organizzazioni: la Chiesa Deus è Amor è stata per esempio accusata di riciclaggio e lavaggio di denaro per conto della famiglia Hernandes – proprietaria di Renascer, Chiesa di cui faceva parte anche l’ex milanista Kaka – i cui membri, qualche anno fa, sono stati arrestati dalle autorità di Miami mentre passavano la frontiera con parecchi soldi non dichiarati, nascosti, almeno quanto si dice, dentro a una bibbia. Pare che la famiglia Hernandes portasse illegalmente negli Stati Uniti circa 300mila dollari al mese.

Molti pastori sono diventati politici grazie al potere di persuasione tra la popolazione. Le omelie “politiche” sono all’ordine del giorno nelle chiese.

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I partiti dichiaratamente evangelici in Brasile sono due, anche se i parlamentari che fanno parte della cosiddetta “bancada evangelica” sono 90, il 15% del totale di coloro che ricoprono questo incarico. Questi partiti sono tuttavia così forti che, se si dovessero alleare, rappresenterebbero almeno un terzo degli elettori del Paese.

Le posizioni politiche sono di destra o di estrema destra, come nel caso dei discussi deputati Feliciano e Bolsonaro, famosi per le aver proposto la “cura per i gay” attraverso una “conversione religiosa”.

Negli ultimi anni, in nome della governabilità, i partiti pentecostali hanno fatto parte dei governi locali e nazionali del PT (Partito dos Trabalhadores). Josè Alencar, evangelico, deceduto qualche anno fa, frequentava la chiesa “Universal” ed è stato vice presidente nei due governi Lula. Fondamentale anche il ruolo di questi partiti nel recente cambio di governo. Il regista dell’operazione per far cadere l’esecutivo di Dilma Rousseff, con un processo di sfiducia per altro molto contestato, è stato Eduardo Cunha, ex presidente della camera, frequentatore della Chiesa evangelica “Assembleia de Deus” e compagno di partito di Temer (PMDB), l’ex vice-presidente del Brasile che è subentrato a Dilma. Cunha oggi è in galera ed è stato condannato a 15 anni per riciclaggio e corruzione.

In un Paese stravagante come il Brasile può accadere di tutto, anche che un politico come Marcelo Crivella, pastore e “vescovo” evangelico della Chiesa “Universal do Reino de Deus” sia diventato da poco sindaco di Rio de Janeiro, città conosciuta nel mondo per i suoi costumi non proprio evangelici.

Le sette evangeliche in Brasile

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