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Le sfide dell’Europa dopo il voto francese

Intervista di Stefano Feltri a Barbara Spinelli “Non chiamateli populisti, è la destra degli illusionisti” (Fatto Quotidiano 25.3.14) e articolo di Nadia Urbinati “Le sfide dell’Europa dopo il voto francese” (Repubblica 25.3.14) LEGGI DI SEGUITO

INTERVISTA A BARBARA SPINELLI
“”Oggi è candidata alle Europee per la lista Tsipras, pronta a collaborare con Beppe Grillo nell’Europarlamento (come ha detto ieri all’Huffington Post), ma da mesi Barbara Spinelli, editorialista di Repubblica , avverte che sta montando un’onda anti-europea.
Barbara Spinelli, il successo del Front National è il successo di un partito di estrema destra o di un movimento anti-europeo?
Il risultato delle amministrative francesi è una vittoria delle destre e degli anti-europei. Nella categoria delle destre ci metto anche i post-gollisti dell’Ump.
Perché i francesi hanno votato un partito anti-europeo? Sono tra quelli in Europa che hanno subito meno le conseguenze dell’austerità.
Soffrono anche loro per la disoccupazione e la riduzione della spesa pubblica. Anche se il modello sociale francese ancora regge. Ma la crisi è sentita come molto presente, anche se minimizzata da un governo passivo. La paura ha creato questo risultato che non è una sorpresa.
Cos’è rimasto della destra più becera in questo Front National vincente?
Marine Le Pen ha fatto dell’elemento anti-europeo il fulcro del suo discorso politico. Le punte più vergognose, come l’antisemitismo, sono state messe in sordina anche se riemergono qua e là. Ma nell’immaginario collettivo francese l’idea del capitalismo dei banchieri ebrei che aggredisce il popolo minuto esiste ancora, solo che ora viene proiettato sull’Europa, come in passato sugli Stati Uniti. All’Europa vengono applicati gli argomenti usati un tempo dall’antisemitismo, così come alla finanza, alle banche: per questo la retorica della Le Pen è così efficace. Lo spauracchio ebreo è diventato lo spauracchio europeo, il discorso antisemita tradizionale non serve neppure più.
È populismo o una comprensibile reazione all’Europa dei tecnocrati e della Troika?
Io lo chiamerei un grande movimento illusionista perché si illude di poter tornare alla moneta nazionale e allo Stato pienamente sovrano. Abbiamo un partito di estrema destra che prende molti voti popolari e comincia ad avere un radicamento territoriale molto forte. L’accusa di populismo serve a non affrontare domande cui la sinistra (oltre alla destra) non ha più risposte. Non si può chiamare populismo ogni domanda popolare.
C’è una carica anti-democratica nella estrema destra francese?
In Marine Le Pen sicuramente sì, è estremamente forte, come in altre destre europee, tipo quella ungherese. Questa non è solo una crisi economica, è anche una crisi della democrazia. Però è una pericolosa illusione quella di uscire dalla democrazia per trovare un popolo innocente che non ha bisogno di rappresentanza. C’è anche un elemento di xenofobia preoccupante.
Che messaggio arriva da Parigi alla politica italiana?
Il primo messaggio è per la destra: in Francia c’è una destra che è in frantumi dalla seconda metà della presidenza Sarkozy, incapace di elaborare idee o linee chiare. La debolezza della destra è sempre pericolosa per la democrazia, è allora che si crea uno spazio per movimenti come il Front National.
Anche i socialisti sono andati molto male.
In Francia la sinistra ha forti responsabilità, perché governa. Ed è una sinistra congelata, passiva, attendista. E disastrosa per quanto riguarda la politica europea: da quando Hollande è stato eletto presidente, dall’Eliseo non è arrivata una sola idea forte sull’Europa (togliere “dall’Eliseo”). Perfino Sarkozy aveva più idee di lui. Eppure più volte la Germania ha fatto capire che se ci fosse stato un passo deciso di cessione di sovranità da Parigi, soprattutto sulla difesa, ci sarebbero state aperture sull’economia. Invece niente.
Renzi sembra già impegnato nel tentativo di intercettare la delusione e la rabbia verso l’Europa.
Il punto è cosa fare, sul serio, per accrescere la forza dell’Europa. Siamo agli inizi, difficile dire quale sarà la politica di Renzi nei prossimi mesi, ma quello che si è sentito finora sono parole, non progetti. In Europa non ha presentato alcuna slide, come ha fatto per il Jobs Act. Non ha chiesto gli eurobond o un New Deal. Anche se Renzi ha appena cominciato, mentre Hollande mostra questa inerzia dal 2012.
È giusta l’analogia tra Front National e Movimento Cinque Stelle?
No, il M5S intercetta il malumore sociale, ma contiene le spinte che sono tipiche della destra estrema. Anche sull’Europa Beppe Grillo è molto più cauto di Marine Le Pen, dice che se l’Ue non fa politiche di solidarietà, solo allora si dovranno fare referendum. L’elettorato del Front National è più simile a quello della Lega o di Alba Dorata in Grecia che a quello dei Cinque Stelle.””

LEGGI L’ARTICOLO DI NADIA URBINATI

La vittoria della destra ultra-conservatrice e anti-europeista al primo turno delle elezioni amministrative francesi era annunciata. E non è semplicemente una questione nazionale. Riguarda la sconfitta del Partito socialista francese, un pezzo importante dell’establishment politico continentale. Come non leggere in questa sconfitta il segno dell’erosione di uno degli ideali europei più vitali del ventesimo secolo? E da dove cominciare per comprendere le ragioni di questa erosione?
La storia politica del «Nuovo vecchio mondo», come ha definito l’Unione Europea Perry Anderson, è stata caratterizzata da quello che studiosi e opinionisti hanno denominato “deficit democratico”. Ora, fino a tempi recenti, questo deficit ha riguardato le istituzioni comunitarie non il progetto europeo. Infatti, sul piano della rappresentazione di sé ai suoi cittadini e al mondo, l’Europa ha personificato “valori universali” condivisi e si è proposta come un faro per i «diritti umani inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto», come recita con orgoglio il Preambolo del Trattato di Lisbona. Su questo nucleo di valori democratici è nata l’utopia europeista di estendere i diritti fondamentali e sociali oltre i confini nazionali, per riuscire a governare la globalizzazione economica e proteggere la democrazia. Oggi però il “deficit democratico” va ben oltre la gestione burocratica. Esso coinvolge i valori stessi. Le destre che si federano in tutti i paesi europei per dare l’assalto all’utopia europeista e conquistare il Parlamento di Strasburgo alle prossime elezioni di maggio sono il segno evidente di questo deficit complessivo di legittimità.
La responsabilità prima è da imputarsi all’incompiuta integrazione politica dell’Unione per cui, mentre le competenze burocratiche si sono irrobustite, gli organi politici di accountability sono rimasti allo stato di crisalide. Una conseguenza accertata dell’interruzione del processo di integrazione politica è stato il consolidamento di una “dominazione esecutivista” (rubricabile nella categoria del dispotismo illuminato) che, in concomitanza con la crisi economica, siè rivelata essere uno dei fattori scatenanti dell’anti- europeismo populista. Una dirigenza europea distante, non controllabile per vie democratiche e in aggiunta espressione sempre più marcata dello squilibrio di potere tra gli Stati membri, e poi specchio degli algoritmi degli esperti di finanza che governano le banche e vogliono governare le politiche sociali: sono queste le accuse rivolte all’Ue che rischiano di minare il consenso sugli ideali. Che infiammano i populismi e i nazionalismi in tutti i paesi.
Dominazione esecutivista e ideologia antieuropeista stanno in un rapporto osmotico. Con la conseguenza che all’opinione pubblica la proclamazione della fedeltà ai principi rischia di apparire come una costruzione ideologica falsa, funzionale allo statu quo e smentita dai comportamenti politici della dirigenza europea. La sedimentazione di questa opinione anti-europeista (non più solo euro-scettica) è l’aspetto più temibile della politicizzazione dell’agenda europea che dominerà questa campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento, perché il suo linguaggio attraversa l’intero spettro politico e non è confinato ai partiti e movimenti di destra. E infine, perché si coniuga con mutamenti spettacolari nella politica internazionale europea.
Nel suo recente messaggio alla Spd, pubblicato su Repubblica, Jürgen Habermas ha messo in evidenza come a mettere in discussione l’Europa dei popoli non siano solo i militanti delle destre xenofobe ma anche i partiti europeisti come la Spd, responsabile di non contrastare la retorica anti-europeista e pensare di sfruttarla a proprio vantaggio mettendo l’interesse nazionale al primo posto. Una storia che ci fa ricordare quanto successo nel 1914, quando i partiti socialisti ruppero l’alleanza internazionalista per schierarsi con gli interessi dei loro rispettivi paesi, alimentando la crescita prepotente dei nazionalismi, poi confluiti con straordinaria celerità verso plebiscitarismi di massa, fascisti e populisti. In Europa, a partire almeno dal Settecento, i fallimenti dei progetti continentali di emancipazione secondo ideali universalisti hanno generato mostri.
Non vi è nulla di che consolarsi, nemmeno affidandosi all’illusione per cui sembra difficile uscire dall’Euro senza mettere a repentaglio il benessere degli Stati membri. Ma, si legge nei proclami dei partiti di destra, meglio sacrificarsi per i propri che per gli altri. Il mito della convenienza della moneta unica si erode insieme agli ideali europeisti, mentre vecchie politiche otto-novecentesche rinascono a oriente come a occidente. L’annessione della Crimea alla Russia e la politica imperial-nazionalista del Cremlino sanciscono la riapertura di un capitolo che il Trattato di Roma del 1957 sembrava aver chiuso. Tutti i tasselli del nazionalismo sembrano convergere: la vittoria parigina della destra ultra-antieuropea accade mentre la Duma della reggenza Putin propone alla Polonia di spartirsi l’Ucraina. L’Unione Europa sta come un equilibrista sul filo teso su un baratro, senza rete protettiva.
La politicizzazione dell’agenda europea trova conferma nel carattere ideologico e identitario di questa campagna elettorale per il Parlamento di Strasburgo, cominciata di fatto con le elezioni francesi di domenica scorsa. La lotta ideologica verterà essenzialmente sul significato dell’Unione Europea, andrà cioè ai fondamenti del patto che ha segnato la rinascita democratica del secondo dopoguerra. Che le destre nazionaliste e anti-europeiste siano state le prime a scaldare i muscoli è indicativo dell’alta posta in gioco simbolica di queste consultazioni elettorali: la tensione tra i “valori universali” di libertà e democrazia e quelli identitari, il potenziale risvolto anti-democratico della mancanza di lavoro, una vera piaga per l’integrazione europea e la stabilità politica del continente.
Prendendo sul serio il paradigma della politicizzazione, c’è da augurarsi che per contenere questa ideologia nazionalista si formi un fronte capace di convogliare il malcontento nei confronti della dirigenza di Bruxelles verso un programma alternativo riconoscibile a tutti. Per ora, i partiti dello schieramento di centro-sinistra si astengono dal posizionarsi in questo senso e si stanno anzi rendendo responsabili di aiutare la propaganda anti-europea blandendo il sentimento nazionalista nel tentativo di attrarre voti. Il paradosso è che mostrandosi tolleranti verso il linguaggio anti-europeista rischiano di incrementare la popolarità delle idee rivali nel tentativo di sfruttarle a loro vantaggio. Perché, quando si vota con argomenti identitari come in questo caso, gli elettori sanno riconoscere chi offre loro il prodotto originale da chi commercializza imitazioni.””

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