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Le strategie dei cinque candidati per la corsa a Palazzo Chigi

Terminata la legislatura con lo scioglimento delle Camere, parte ufficialmente la corsa, a cinque, per Palazzo Chigi. A sfidarsi in vista del 4 marzo, anche se il Rosatellum​ non prevede l’indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale, saranno i leader delle principali forze politiche: Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Pietro Grasso.
Saranno loro, infatti, a contendersi il primo posto – sempre che le urne consegnino al Paese una maggioranza certa – così da poter ambire ad ottenere l’incarico per formare il nuovo governo. Sullo sfondo la figura di Paolo Gentiloni che, come ha assicurato lo stesso premier nella conferenza stampa di fine anno, non tirerà i remi in barca e resterà al suo posto fino all’arrivo del successore. E poiché la nuova legge elettorale non prevede un premio di maggioranza, sul 4 marzo aleggia l’incognita di un risultato incerto, tanto che i riflettori restano puntati sull’attuale presidente del Consiglio, indicato da tutti i sondaggi tra i politici più affidabili e con il più alto indice di gradimento. Nel caso in cui le urne non decreteranno un vincitore, infatti, potrebbe essere proprio Gentiloni a dover ‘gestire’, con l’ombrello del Colle, la più o meno lunga fase delicata e di transizione del post-elezioni.

Questa la strategia elettorale dei cinque sfidanti e le prime mosse in campagna elettorale:

Matteo Renzi (Pd)

Come già ricordato, e a differenza di quanto accaduto nelle altre competizioni elettorali, questa volta gli italiani non dovranno scegliere, almeno ufficialmente, tra i vari candidati premier quello che più li convince. Il Pd, come prevede lo Statuto, schiera in prima linea il suo segretario. Si saprà solo dopo il voto, e risultati alla mano, se a Renzi spetterà anche la premiership della coalizione di centrosinistra, composta oltre che dal Pd, dalla lista Insieme, dai centristi capitanati da Beatrice Lorenzin, e da +Europa con Emma Bonino. La strategia elettorale di Renzi – reduce dal tour nel Paese a bordo del treno ‘Destinazione Italia’ – prevede una ‘testuggine’ composta da alcuni ministri, tra cui Delrio, Minniti e Franceschini, e dal premier Gentiloni (compatibilmente con il suo ruolo). L’obiettivo è di dare del Pd l’immagine di una forza di sinistra ma “tranquilla”, e soprattutto affidabile e di governo, rivendicando i risultati ottenuti in questi anni a palazzo Chigi.

A Renzi il compito di picchiar duro contro gli altri contendenti, Di Maio e Berlusconi in primis. “Mancano 65 giorni. Non lasceremo questo Paese a chi vive di rancore e di rabbia”, scrive il segretario su facebook. Sempre secondo le ultime indiscrezioni, il segretario dem punterebbe a una campagna molto incentrata sui social. Ieri, in un post, il primo ‘assaggio’ della strategia elettorale: “Da un lato ci sono le promesse mirabolanti di Berlusconi e Salvini, il tandem dello spread e del populismo. Dall’altro Di Maio e Grillo, che vogliono referendum su euro e vaccini, promettendo assistenzialismo e sussidi. E poi ci siamo noi. Che in questi anni abbiamo lavorato tanto e sbagliato qualcosa ma che siamo una squadra credibile e affidabile”. E ancora: “Noi pensiamo all’Italia che vuole creare lavoro, non assistenzialismo. L’Italia dei diritti, del sociale, della cultura. L’Italia che non esce dall’Euro, ma porta umanità in Europa. Questi siamo noi. Siamo oggettivamente tutta un’altra storia rispetto al populismo a cinque stelle e all’estremismo di questa destra leghista”, scrive Renzi.

Luigi Di Maio (M5s)

È l’unico dei cinque sfidanti ad essere ufficialmente candidato premier e non semplice leader. E grazie all’investitura ottenuta lo scorso settembre, ha avviato già da mesi la sua campagna elettorale, che corre su due binari: da un lato rilanciare gli storici cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle – dal reddito di cittadinanza al taglio drastico dei costi della politica fino all’ipotesi dell’uscita dall’euro – dall’altro presentarsi come figura anche istituzionale e ‘di governo’ e non solo di piazza e protesta.
Rientrano in questa strategia, ad esempio, le visite ufficiali fatte all’estero, dagli Usa alla Russia.

Intanto, si attendono le nuove regole pentastellate, sia interne che per le candidature. E, stando ai rumor, proprio a Di Maio e ai suoi fedelissimi dovrebbe essere affidata la scelta dei candidati nei collegi uninominali. Nella strategia del pentastellato rientra anche la delegittimazione del Pd e del ruolo di Renzi: da settimane, infatti, Di Maio ha spiegato di non riconoscere come sfidante il segretario dem perché a guida di un partito ormai finito. Da qui, almeno è la spiegazione che diede lo stesso Di Maio, il forfait al duello a due in tv.

La scelta di candidare premier Di Maio risponde soprattutto all’esigenza del Movimento di presentarsi come una forza capace di governare, affidabile e non solo di opposizione. Una linea che in queste settimane il vicepresidente della Camera sta portando avanti, senza tuttavia rinunciare ai toni duri e di lotta, prendendo le distanze dai “vecchi partiti”. Primo obiettivo, infatti, resta quello di presentarsi come un qualcosa di assolutamente diverso dai partiti tradizionali e dai loro leader, ma anche dalla vecchia divisione tra destra e sinistra. “L’unica occasione di stabilità per l’Italia siamo noi”, spiega Di Maio, che annuncerà la squadra di governo già prima del voto. 

Silvio Berlusconi (Fi)

Il leader di Forza Italia è nuovamente sceso in campo per la sua settima campagna elettorale, rivendicando la premiership della coalizione di centrodestra (di cui fanno parte anche FdI con Giorgia Meloni, e la ‘quarta gamba’ con Fitto, Lupi, l’Udc e altre forze di centro). Alla premiership aspira anche il leader della Lega, Matteo Salvini. Entrambi hanno affermato che lo scettro spetterà al leader del partito che prenderà più voti: da qui la competizione tutta interna tra Salvini e Berlusconi che, però, al momento è incandidabile e ineleggibile a causa della legge Severino.

La sentenza della Corte europea di Strasburgo, a cui l’ex premier si è rivolto dopo la decadenza da senatore a seguito della condanna in via definitiva per frode fiscale nel 2013, salvo sorprese, non dovrebbe arrivare prima delle elezioni e comunque non è scontato un esito positivo per il Cavaliere. Detto ciò, Berlusconi ha in più occasioni assicurato che, comunque vada, lui sarà in campo. Un ritorno in prima linea che ha già fatto riconquistare voti a Forza Italia e a tutta la coalizione di centrodestra, data dai sondaggi tra le papabili vincitrici.

A differenza di Salvini, Berlusconi punta sul ruolo moderato del suo partito: no agli estremismi. In linea con i Popolari europei – recentissima la presenza all’ultimo vertice del Ppe – il Cavaliere resta convinto che una forza moderata, liberale e di centro sia l’unica a poter vincere le elezioni e governare il paese. L’ex premier è tornato a calcare i talk show politici e a rilasciare interviste ai principali quotidiani. Ma è soprattutto la svolta social la vera novità di questa campagna elettorale: il leader azzurro è infatti ‘sbarcato’ su Twitter lo scorso novembre, annunciando l’arrivo con un primo cinguettio: “La tradizione regala esperienza, l’innovazione illumina il futuro. Vi aspetto per condividere insieme a voi il mio pensiero liberale”. Già presente su Facebook, Berlusconi ha anche un profilo Instagram. Tra i cavalli di battaglia, che sono ormai quelli storici del Cavaliere, l’abbassamento delle tasse con l’introduzione della flat tax e l’innalzamento delle pensioni minime. 

Pietro Grasso (Leu)

l’ex magistrato è la new entry di questa competizione elettorale. Alla guida della nuova formazione politica Liberi e Uguali, nata dalle ceneri della scissione del Pd e di Sel, e dall’unione di Mdp e Sinistra italiana, Grasso – il cui nome compare sul simbolo elettorale di Leu – ha esordito ufficialmente nel ruolo di leader lo scorso 3 dicembre in una iniziativa a Roma.
Modi pacati e stile sobrio caratterizzeranno la campagna elettorale di Grasso, che sin dall’inizio ha marcato la differenza dal suo diretto ‘avversario’, Matteo Renzi, annunciando e rivendicando una netta discontinuità con il passato e con la linea politica del Pd. “Non aspettatevi fiumi di parole, neanche in campagna elettorale”, spiegò nel giorno del battesimo da leader, convinto sempre più che la politica non è fatta di scontro e toni da stadio, ma di inclusione e valori.

L’obiettivo è un risultato a due cifre (Leu punta al 10%). Tra i cavalli di battaglia il lavoro, le pensioni, l’inclusione e la lotta alle diseguaglianze. E, soprattutto, forte della sua storia, la legalità. Nessun timore nei confronti di ‘big’ storici come Massimo D’Alema: “E’ una vita che ho posizioni di guida. Ho guidato magistrati e processi, credo che posso guidare una formazione politica. Sono abituato a discutere e poi prendere decisioni. Se ne accorgeranno tutti”, ha assicurato replicando proprio a Renzi. Grasso ha anche tracciato la rotta: “Ho una visione più ampia che quella di guidare una ridotta di sinistra. Penso a una ricostruzione della sinistra e quindi del Paese”.

Matteo Salvini (Lega)

Sono mesi che il leader della Lega non fa mistero di puntare alla premiership del centrodestra. Tanto da parlare senza mezzi termini del “mio futuro governo” quando elenca i primi provvedimenti da adottare. E in vista delle elezioni arriva la svolta, già annunciata, del cambio del simbolo: archiviata la parola Nord, resta lo stemma di Alberto da Giussano e si aggiunge appunto la dicitura ‘Salvini premier’.

Il segretario leghista ha anche indicato l’obiettivo di raggiungere quota 20% dei consensi. Linea dura e niente sconti ai governi Pd, ma nemmeno ai “poltronisti” alfaniani – come li ha definiti – che hanno governato assieme ai dem. Più volte Salvini ha chiarito che non si presterà mai a sostenere un governo di larghe intese. E per evitare “sorprese del giorno dopo” ha chiesto agli alleati Berlusconi e Meloni di sottoscrivere un “patto pubblico davanti agli italiani”. Tra i cavalli di battaglia, il giro di vite sull’immigrazione e sui clandestini: Salvini vede infatti nel presidente Usa Donald Trump un modello da seguire. E poi il taglio delle tasse, gli aiuti alle imprese e niente aiuti pubblici alle banche. Nel programma leghista anche “la cancellazione della legge Fornero, la protezione dei confini ed essere protagonisti in Europa per difendere le famiglie e le imprese italiane. Su tutto il resto siamo disponibili a migliorie”, ha spiegato. Infine, Salvini guarda al 4 marzo come al giorno in cui si svolgerà “il referendum fra chi vuole difendere gli italiani e chi ci ha svenduto all’Europa, alla finanza e alle multinazionali”. 

 

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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