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Le tante versioni di Veronica Panarello, tra bugie e false piste

di Giuseppe Marinaro

Ragusa – Colpi di scena, capovolgimenti di versione, perizie e accuse incrociate. La tragedia di un bimbo di 8 anni, strangolato e gettato in un canalone della Sicilia profonda, è un dramma familiare nel quale, come hanno detto alcune parti civili al processo, perdono tutti. Stasera la condanna a 30 anni dell’unica imputata, la mamma del piccolo.

PRIMA VERSIONE. “NON TROVO MIO FIGLIO”.

“Non ho trovato mio figlio all’uscita dalle lezioni, aiutatemi”. Sono le 12,45 di un sabato apparentemente uguale a tanti altri, quel 29 novembre 2014, quando Veronica Panarello, allora 25enne, si presenta dai carabinieri di Santa Croce Camerina. Immediate scattano le ricerche ma la tragica svolta arriva quattro ore più tardi quando il cadavere del piccolo Loris Stival, 8 anni, viene trovato in un canalone nei pressi del Mulino Vecchio. A scoprire il corpo è Orazio Fidone, un cacciatore del posto: “Mia moglie mi ha chiesto di unirmi alle ricerche perché conosco bene la zona”, spiegava ai cronisti. Il giorno dopo il procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, apre un fascicolo per “omicidio volontario contro ignoti”. Viene disposto il sequestro dell’auto del cacciatore, ma la sua iscrizione nel registro degli indagati è un “atto dovuto” proprio per procedere agli accertamenti tecnici.

Il primo dicembre dall’esame autoptico arriva la conferma di quello che gli investigatori avevano capito sin dal primo momento: Loris è stato ucciso. Gli inquirenti ipotizzano che il ragazzino possa essere salito sull’auto di qualcuno che conosceva, non lontano da scuola, là dove la mamma dice di averlo lasciato prima di andare a un corso di cucina al castello di Donnafugata. Il 2 dicembre Veronica Panarello viene sentita in questura come persona informata dei fatti e si fanno strada le prime incongruenze della sua versione: Loris non compare nelle immagini dei video sin qui acquisiti dagli inquirenti. Il 3 dicembre nel pomeriggio viene perquisita la casa dei genitori di Loris. In uno dei video passati al setaccio da polizia e carabinieri si vede la mamma che alle 8,15 si avvicina all’auto con i due figli ma solo il più piccolo sale in macchina; Loris dopo una breve discussione torna verso casa.

Il 4 dicembre dall’autopsia emerge un nuovo dettaglio: Loris sarebbe stato strangolato con una fascetta di plastica da elettricista. Gli investigatori ripercorrono con Veronica Panarello il percorso che la donna sostiene di aver fatto sabato scorso con il figlio, vengono compiuti accertamenti e rilievi nella casa di campagna del cacciatore e si scopre che le telecamere poste sulla linea della scuola “Falcone e Borsellino” sabato mattina non hanno ripreso la Polo nera della mamma di Loris. Viene confermato che la morte è stata provocata da asfissia da strangolamento. Le fascette da elettricista sarebbero state utilizzate anche per legare i polsi del bambino prima di ucciderlo. Emergono nuovi dubbi sulla versione della mamma: in un video la sua Polo impiega 9 minuti per attraversare l’area vicina a quella del Mulino vecchio, dov’è stato recuperato il cadavere. Molto più tempo del necessario.

VERONICA IN CARCERE. “EFFERATEZZA E CINISMO”.

L’8 dicembre Veronica Panarello viene prelevata a casa e condotta negli uffici della procura per essere sentita dal procuratore capo Carmelo Petralia e dal sostituto Marco Rota e dopo sei ore è sottoposta a fermo. “Non ho ucciso io mio figlio”, dice la donna il giorno dopo nel corso del suo primo interrogatorio in veste di indagata. La procura nel decreto di fermo parla, però, di “elevata efferatezza e sorprendente cinismo”. I Pm di Ragusa sostengono che l’esame dei filmati e le testimonianze hanno consentito di documentare, “oltre ogni ragionevole dubbio”, che il piccolo Loris non uscì più dal condominio dopo essere tornato a casa e che nei 36 minuti nessun’altra persona non conosciuta è entrata nell’edificio”. Di più: potrebbe uccidere ancora e anche per questo deve rimanere in carcere. Per il Gip, inoltre, vi è “fondato pericolo di fuga della donna” per “l’estrema gravità del reato” e “potrebbe commettere gravi delitti della stessa specie per cui si procede”.

“AGGHIACCIANTE INDIFFERENZA”.

A febbraio 2015 il Tribunale del riesame di Catania, nelle oltre 100 pagine delle motivazioni dell’ordinanza che ha confermato la custodia cautelare in carcere, parla di “agghiacciante indifferenza”. Veronica “ha agito da lucidissima assassina manifestando una pronta reazione al delitto di cui si è resa responsabile”, con la “volontà di organizzare l’apparente rapimento del figlio Loris”. Per i giudici l’indagata ha agito in preda ad uno stato di rabbia incontenibile per il fallimento del piano mattutino che evidentemente quel giorno non prevedeva l’ingombrante presenza del suo primogenito. Con glaciale freddezza, servendosi delle forbici che, in sede di indagini, sono state rinvenute nella cameretta del figlio, ha quindi rimosso le scottanti fascette che doveva eliminare perché facenti parte della confezione acquistata dal marito, conservata nello sgabuzzino di casa”.

STRANGOLATO CON LE FASCETTE ELETTRICHE.

Il perito della procura deposita a marzo i risultati dettagliati dell’autopsia che hanno ribadito l’asfissia da strangolamento e conferma la compatibilità delle fascette da elettricista – che sarebbero state strette attorno al collo del bambino – con quelle consegnate dalla mamma Veronica. L’ora della morte è stata collocata fra le 8 e le 10 del mattino. E’ plausibile che la frattura cranica così come le ferite sul collo del bambino siano avvenute “limine vitae”, ovvero quando ancora ci sono parametri vitali, ma la persona non è più cosciente. Le ferite al collo sarebbero state provocate dal taglio delle fascette. Le telecamere prese in considerazione e vagliate in tutti questi mesi di indagini sono passate dalle 13 indicate inizialmente (nella richiesta di fermo datata 8 dicembre 2014) alle 34 enumerate negli atti relativi alla conclusione indagine e a 154 immagini inserite nel documento consegnato alla Procura di Ragusa. Decisiva quella di un impianto privato che registra tutti i movimenti in via Garibaldi 82, cioè al civico dell’abitazione della famiglia Stival.

SECONDA VERSIONE. “UN INCIDENTE”.

Negli stessi giorni Veronica cambia versione: Loris sarebbe morto mentre giocava con le fascette elettriche. Temendo di non essere creduta avrebbe preso il corpo del figlio e se ne sarebbe ‘liberata’ nel canalone. Racconta di essere rientrata e aver scoperto il bambino esanime in casa. Dopo aver tentato di rianimarlo, presa dal panico, ha inscenato l’omicidio.

“TERZA VERSIONE: L’HA UCCISO MIO SUOCERO”.

L’11 febbraio un nuovo colpo di scena: la terza versione di Veronica: “Ho avuto una storia con Andrea Stival (padre del marito della Panarello, ndr): è stato lui strangolare Loris con un cavo usb per non farlo parlare“. Il suocero, nonno dei piccolo, viene indagato come atto dovuto, ma nessuno pare dare credito a questo scenario. L’esame del medico legale smentisce peraltro l’impiego di un cavo usb.

30 ANNI PER VERONICA EGOISTA E MANIPOLATRICE.

“Manca la prova”, ripete la difesa di Veronica Panarello. “Egoista, bugiarda e manipolatrice“, definisce la donna il pm Marco Rota che chiede 30 anni di carcere. Il pubblico ministero ricostruisce il contesto psicologico e sociale in cui è maturato il delitto, quello familiare, il rapporto tra madre e figlio, un legame “distorto” in cui Veronica “non era appieno genitore e Loris non era figlio”. In sede di dichiarazioni spontanee la donna continua ad accusare dell’omicidio il suocero Andrea Stival. Ma l’accusa non le crede. Per il Pm “il movente è plausibile”, ma non è provato” e “comunque è irrilevante: di sicuro Andrea non ha ucciso ed è lei l’unica responsabile del delitto”. (AGI) 

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