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Le tre spine nel fianco del presidente turco Erdogan che minano il suo potere

Non si può certo dire sia stata una settimana facile, l’ultima, per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, finito nel mirino di critici e al centro di polemiche per ben due scandali esplosi quasi in contemporanea. Il primo, attesissimo da parte dei detrattori di Erdogan, riguarda il controverso uomo d’affari turco-iraniano Reza Zarraf, che dopo essersi dichiarato colpevole di aver aggirato l’embargo imposto all’Iran è passato dal banco degli imputati a quello dei testimoni. Zarraf ha puntato il dito contro Zafer Caglayan, ministro dell’Economia del governo Erdogan, premier all’epoca dei fatti (2011-2013). Caglayan sarebbe stato ‘unto’ da tangenti per 50 milioni di dollari e avrebbe agito da uomo di collegamento tra il presidente turco e il faccendiere nella realizzazione dello schema “oro in cambio di gas”, ideato per aggirare l’embargo. Difficile che Caglayan finisca sul banco degli imputati, nonostante a lui sia stato indirizzato un mandato d’arresto.

Impossibile che sul banco degli imputati finisca Erdogan, nonostante Zarraf abbia più volte fatto intendere che se non ci fosse stato il benestare di quest’ultimo non se ne sarebbe fatto nulla. Chi invece è seduto sul banco degli imputati e si avvia verso la condanna è Hakan Atilla, ex vice direttore generale della banca Halkbank. Ed è il passaggio più temuto dal presidente turco. In ballo ci sono infatti non solo la credibilità dell’intero sistema bancario nazionale (Halkbank è statale) e il danno di immagine per la Turchia, ma anche i risparmi di centinaia di migliaia di cittadini, che hanno affidato i risparmi a una banca che potrebbe essere messa in ginocchio da ormai più che probabili sanzioni ‘monstre’.

La crisi di Halkbank e quella della lira

Gli altri rischi per Erdogan riguardano la caduta libera della lira turca, già in atto da alcuni mesi e che il colpo inferto ad Halkbank potrebbe rendere drammatica; e i rapporti con gli Usa, cui Ankara chiede l’estradizione di colui che ritiene essere la mente del fallito golpe, Fetullah Gulen. Nonostante il viaggio di Zarraf negli Usa nel marzo 2016 abbia fatto sorgere in molti osservatori turchi il dubbio che l’arresto e il passaggio tra i testimoni non fossero casuali, i fedelissimi di Erdogan ancora descrivono Zarraf come “un prigioniero” nelle mani degli Usa, costretto a “diffamare la Turchia” perchè “minacciato”. 

E nella campagna denigratoria che il partito di Erdogan ha imbastito non poteva mancare l’ombra della sospetta mente del golpe Fetullah Gulen. Per aumentare nell’opinione pubblica la percezione della vicinanza tra Gulen e gli Usa, lo scorso venerdì è stato spiccato un mandato d’arresto nei confronti dell’ex vicedirettore della Cia Graham Fuller, accusato di aver partecipato al coordinamento dei golpisti di Gulen. Quest’ultimo è stato indicato da parte di Erdogan e dei suoi falchi come l’ispiratore del processo e il mandante dell’accusa. Una tattica sempre utile per limitare i danni al bacino elettorale del presidente, ma che potrebbe non essere sufficiente in caso di fallimento di Halkbank.

L’opposizione non molla la presa sul presidente che annuncia querele

Oltre che alle accuse piovutegli addosso dagli Usa, Erdogan ha dovuto controbattere anche a quelle arrivate dal principale partito di opposizione che attraverso il proprio leader Kemal Kilicdaroglu, ha accusato Erdogan di avere trasferito capitali nel paradiso fiscale dell’isola di Man con bonifici effettuati da amici e familiari. “Se trovano un solo penny all’estero, do le dimissioni in meno di un minuto”, la pronta risposta di Erdogan, cui Kilicdaroglu ha replicato altrettanto prontamente mostrando la presunta copia dei documenti che attestano i bonifici. Gli originali di questi ultimi sono già nelle mani di un magistrato di Ankara, le copie sono state distribuite tra i giornalisti, che hanno ancora una volta trovato un argomento su cui battagliare e dividersi. Erdogan ha già annunciato querela, bollando come “falsi” i documenti sbandierati dal leader dell’opposizione.

Kilicdaroglu, da parte sua, ha mostrato più volte in passato una spiccata mancanza di tempismo, commettendo errori di cui Erdogan ha spesso approfittato. Risulta infatti poco comprensibile la scelta di tirare fuori i documenti incriminati nella stessa settimana in cui Zarraf si presentava sul banco dei testimoni, una circostanza già di per sè sufficiente ad attaccare e tenere Erdogan sulla graticola, ma anche a far finire in secondo piano le accuse del leader dell’opposizione. Il dibattito attorno all’originalità dei documenti ha infatti distolto l’attenzione dal caso Zarraf e potrebbe rivelarsi un boomerang per i repubblicani e un’ancora per Erdogan. Quest’ultimo potrebbe avere buon gioco a spostare l’attenzione dai guai in arrivo dagli Usa confutando l’originalità dei documenti di Kilicdaroglu e limitare così i danni al proprio partito. Non sarebbe la prima volta. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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