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Le voci della “Porta del lamento”, l'inferno degli yemeniti che scappano dalla guerra

Bab al Mandeb è lo stretto che separa lo Yemen da Gibuti, la Penisola arabica dall’Africa orientale. Largo circa 30 km, in arabo Bab al Mandeb significa “la porta del lamento”, perché secondo una leggenda araba narrata dal geografo del tredicesimo secolo, Yaqut Abdallah al Rumi al Hamawi, qui annegarono migliaia di persone quando un re locale decise di far distaccare dalla terraferma un promontorio che univa le due sponde.

Secondo un’altra leggenda, il nome Bab al Mandeb fa riferimento al gran numero di persone affogate durante un terremoto che provocò la separazione di Gibuti dalla Penisola arabica.

Leggende a parte, Bab al Mandeb continua ad essere oggi un luogo molto pericoloso, dove si muore facilmente, ma allo stesso tempo una delle poche speranze per migliaia di yemeniti in fuga dalla guerra: circa 100.000 persone hanno lasciato la sponda yemenita dal 2015, quando la guerra è arrivata nella vicina città di Taiz, per cercare una strada verso la salvezza.

37 mila persone hanno varcato la porta del lamento 

Alcuni di essi – oggi sono circa 1400 – hanno trovato rifugio nel campo profughi di Markazi, nel nord di Gibuti, a una trentina di km in linea d’aria dalle coste del loro Paese. Tra loro c’è anche Quraini, che è scappato dallo Yemen nell’aprile 2015 con sua moglie e i suoi otto figli. Almeno 37000 persone, secondo Al Jazeera, hanno attraversato “la porta del lamento” fino ad oggi, nella speranza che tutto fosse temporaneo e che i bombardamenti della coalizione a guida saudita finissero presto, per permettergli di tornare a casa.

Ma la guerra è andata avanti inesorabile, la resistenza dei ribelli sciiti Houthi si è fatta sempre più tenace, e di anni dall’inizio dell’operazione militare saudita ne sono già passati tre. Quraini, insieme alla sua famiglia, ha iniziato a perdere la speranza, alimentata in questi anni solo dalle preghiere, e da nessun elemento concreto, talvolta nessuna informazione affidabile su quanto accadesse nella sua città in Yemen.

“Sono sempre stanco, depresso e stressato”, spiega ad Al Jazeera, ricordando che nel campo profughi di Markazi è, nel migliore dei casi, la noia a prevalere, la difficoltà ad occupare il tempo da quasi mille giorni. “Guardo le facce dei miei bambini e capisco che hanno rinunciato al loro futuro stando qui. Non c’è lavoro, non ci sono università, nessuna prospettiva. Se potessi, tornerei in Yemen oggi stesso. Nonostante la barbarie, è comunque meglio che stare un secondo in più in questo campo”. 

 

Una tendopoli nel cuore inquietante del deserto di Gibuti

Markazi non ha una bella nomea, essendo una tendopoli nel cuore dell’aspro ed inquietante scenario del deserto di Gibuti. Le temperature superano i cinquanta gradi in estate, e i residenti raccontano che la notte le risa delle iene e gli ululati dei lupi selvatici terrorizzano i bambini. “Le Nazioni Unite se ne infischiano di noi. Mia figlia di tre anni è quasi cieca da un occhio e a nessuno sembra interessare. L’ho portata da diversi dottori e in un ospedale ma tutti mi dicono che non c’è alcun trattamento disponibile per lei. Questo non ci sarebbe successo in Yemen”, protesta Quraini. 

Sanad Omar Muhammad, un altro residente del campo arrivato da poco, insiste sui pericoli che circondano il posto. “Si trovano gli scorpioni nella mia tenda. Il filo spinato attorno al campo non dissuade le iene, i lupi e i cammelli. Gli animali selvatici si avventurano ovunque se hanno fame”, spiega, non senza sarcasmo nei confronti delle magre razioni di cibo messe a disposizione dalle Nazioni Unite: “ma di fronte alle magre razioni di cibo forniteci, anche loro a volte si tengono a distanza”.

Alcuni altri sostengono di ricevere porzioni di riso scaduto. Poi ci sono i pericoli atmosferici: è il caso di “khamsin”, una tempesta di sabbia che annuncia l’arrivo dell’estate. I suoi venti soffiano a oltre 60 km all’ora e quest’anno dovrebbero arrivare in corrispondenza dell’inizio del Ramadan, ad inizio maggio, prefigurando già uno scenario di profondi disagi.

5 chilometri ogni giorno per raggiungere il primo centro abitato 

Muhammad racconta che ogni giorno si incammina per circa 5 km per raggiungere la cittadina di Obock, dove può ricaricare il suo cellulare, visto che nel campo non c’è elettricità. Spesso sua moglie e i suoi figli lo accompagnano, così da poter comprare della frutta e della verdura. Il cibo, sempre a causa della mancanza di elettricità, deve essere consumato quasi sempre in giornata.

Non è un caso, forse, che circa il 70% degli abitanti del campo profughi di Markazi se n’è andato. Alcuni hanno addirittura preferito far ritorno in Yemen, sotto le bombe, e nel bel mezzo della più grave crisi umanitaria al mondo. “La vita costa cara a Gibuti”, commenta Vanessa Panaligan, responsabile delle relazioni con i media dell’ufficio delle Nazioni Unite a Gibuti. “Molta gente è partita perchè crede di poter vivere più dignitosamente altrove. Il governo di Gibuti sta cercando di gestire meglio l’afflusso di rifugiati, che comunque è diminuito, approvando anche una legge che facilita la ricerca di un lavoro agli yemeniti”.

Il tasso di disoccupazione è comunque molto alto (45%), per cui gli yemeniti finiscono per essere ampiamente sottopagati. Molti di loro si sentono traditi dagli arabi della Penisola: “Sono grato a Gibuti per averci ospitato, ma perchè gli arabi si sono girati dall’altra parte? Prima ci bombardano, poi si rifiutano di offrirci assistenza. Siamo stati abbandonati dai nostri fratelli”.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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