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L'effetto Trump in Messico favorisce il candidato populista

Oggi più di 83 milioni di messicani sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente, deputati, senatori e più di 18 mila cariche, sia federali che locali. Durante la stessa giornata elettorale gli aventi diritto dovranno rinnovare, tra gli altri, i mandati di otto governatori, designare il nuovo capo di governo di Città del Messico e 1.164 sindaci. L’attenzione di cittadini e media si focalizza sulle presidenziali, che si svolgono con sistema elettorale maggioritario a turno unico. Quindi già poche ore dopo il voto si conoscerà il nome del nuovo capo di stato messicano.

‘El Peje’ ci riprova

In lizza ci sono tre candidati sostenuti da tre grandi coalizioni e, per la prima volta nella storia politica messicana, due candidati indipendenti. Grande favorito è Andrès Manuel Lopez Obrador, noto come ‘AMLO’ o ‘El Peje’, che ci riprova per la terza volta, sconfitto alle presidenziali del 2006 da Felipe Calderòn Hinojosa e nel 2012, da Enrique Pena Nieto, presidente uscente di centrodestra. Lòpez Obrador, potente ex sindaco di Città del Messico, classe 1953, esponente del “Movimento di rigenerazione nazionale” (Morena), di sinistra e populista, è appoggiato dalla coalizione ‘Insieme faremo la storia’ (‘Juntos haremos historia’) formata dal Partito del Lavoro e dal Partito Incontro Sociale. Da settimane è in testa ai sondaggi, accreditato di più del 50% delle intenzioni di voto, di oltre 20 punti percentuali rispetto agli altri tre contendenti.

La fine del bipolarismo?

L’elettorato appare quindi deciso a provare un’alternativa ai due tradizionali partiti che si sono spartiti il potere per tutta la storia del Messico moderno. Da una parte il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) – che conservò il potere ininterrottamente dal 1924 al 2000 – che candida José Antonio Meade Kuribrena, alla guida della coalizione ‘Tutti per il Messico’, costituita col partito Verde Ecologista e quello della Nuova Alleanza. Dall’altra il conservatore Partito di Azione Nazionale (PAN) rappresentato da Ricardo Anaya Cortès. La sua coalizione ‘Per il Messico al Fronte’ è formata oltre al PAN dal Partito della Rivoluzione Democratica e dal Movimento Cittadino. Gli altri due candidati sono gli indipendenti Jaime Rodriguez Calderòn e Margarita Zavala – moglie dell’ex presidente Felipe Calderòn – che non godono del sostegno di alcuna coalizione.

La campagna elettorale più violenta di sempre

Per l’Istituto elettorale nazionale (INE) le elezioni del 1 luglio sono quelle dei record per il più alto numero di poltrone da assegnare ai vari livelli istituzionali e per l’alta percentuale di giovani attesi alle urne per la prima volta, in 26 milioni, il 30% degli aventi diritto. Un altro record, ma negativo, è arrivato a poche ore dell’atteso voto. Si è trattato della campagna elettorale più violenta della storia del Paese dell’America centrale, con un totale di 135 (due nelle ultime ore, nello Stato di Guerrero e a Oaxaca) personalità politiche uccise, di cui 20 candidati e 28 aspiranti candidati. Nel 2012 le vittime furono dieci. È un dato allarmante, a riprova che la violenza, soprattutto quella legata al narcotraffico, sarà ancora una volta in cima all’agenda del nuovo presidente.

Oltre alla lotta ai potenti cartelli della droga, storicamente il futuro capo di stato dovrà fare i conti con una corruzione dilagante, attuare una necessaria riforma del sistema giudiziario e garantire la complessa gestione dell’ordine pubblico. Tutti temi che hanno dominato la campagna elettorale dei principali candidati, con Lopez Obrador che ha promesso di attuare la “quarta trasformazione del Paese: pacifica, ordinata, profonda e radicale, per porre fine al vecchio regime autoritario e corrotto”.

Effetto Donald

Lo scenario è seguito con preoccupazione dall’altra parte della frontiera, dall’amministrazione americana. L’ex ambasciatrice Usa in Messico, Roberta Jacobson, in carica fino a poche settimane fa, ha dichiarato al ‘New Yorker’ che “alcuni funzionari statunitensi sono molto pessimisti: se vince lui, accadrà il peggio”. Parte della crescente popolarità di ‘AMLO’ viene attribuita proprio a Donald Trump, che col Messico ha optato per il pugno duro sull’immigrazione, attuando una politica della ‘tolleranza zero’ – causa di centinaia di casi di bambini separati forzatamente dalle proprie famiglie al confine – e annunciando la possibile costruzione di un muro. Negli ultimi mesi sono anche arrivati i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Un anno e mezzo di Trump alla Casa Bianca ha dato ulteriori punti a Lopez Obrador e alla sinistra più radicale messicana, aprendo la strada all’insediamento a Città del Messico di un governo molto ostile agli Stati Uniti.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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