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Leggere Anna Frank allo stadio non serve a nulla: smettetela con le battaglie simboliche

Anna Frank LinkiestaLe reazioni agli adesivi antisemiti dei tifosi laziali? Una serie di sparate mediatiche, buone solo a guadagnare i titoli dei giornali. Una pratica, quella della battaglia simbolica, che ormai è diventata la regola in ogni ambito, dall’equità di genere alla questione generazionale. Anche basta.

In Italia no. In Italia del codice penale e della responsabilità personale dei quindici non gliene frega niente a nessuno. In Italia bisogna lanciare messaggi – “siamo tutti Anna Frank”, ad esempio, come da editoriale del direttore di Repubblica – mandare segnali – “dedicarle strade, piazze, biblioteche” – comminare punizioni esemplari. E infatti immediatamente il presidente della Lazio Claudio Lotito si reca alla sinagoga di Roma per chiedere scusa e deporre corone di fiori e annunciare urbi et orbi che la Lazio domani scenderà in campo (per il riscaldamento) con una maglietta dedicata ad Anna Frank, e che ogni anno 200 tifosi laziali saranno spediti ad Auschwitz – scelti tra chi, con che criterio, con quale potere d’arbitrio: boh – per riflettere sulle loro idee.

Nemmeno fa in tempo ad annunciare queste misure necessarie per dare un segnale che Matteo Renzi lo supera con un colpo da maestro e la spara ancora più grossa: la Lazio scenda in campo con la stella di Davide sul petto – al posto dello sponsor, signora mia – per spiegare “ai ragazzi delle curve perché quando pronuncio il nome di Anna Frank mi vengono i brividi”. Subito risponde la Lega Calcio, con un bel minuto di silenzio con annessa lettura di brandi del Diario e consegna del libro ai bambini.

Fosse solo per l’antisemitismo, o per il calcio. Funziona così in Italia. La battaglia o è simbolica o non è. Da noi si combatte la mafia con i lenzuoli bianchi alle finestre, l’odio contro i gay con un drappo arcobaleno sul palco di Sanremo (mentre la legge sull’omofobia è ferma in Senato dal 19 settembre 2013

Fosse solo per l’antisemitismo, o per il calcio. Funziona così in Italia. La battaglia o è simbolica o non è. Da noi si combatte la mafia con i lenzuoli bianchi alle finestre, l’odio contro i gay con un drappo arcobaleno sul palco di Sanremo (mentre la legge sull’omofobia è ferma in Senato dal 19 settembre 2013, giorno in cui la Camera diede il suo ok). E ancora, la disuguaglianza tra uomini e donne con uno sciopero delle donne – simbolico – l’8 marzo il giorno della festa – simbolica – delle donne. Il tutto mentre in Islanda è fissata per legge la parità salariale di genere, per sradicare il genere pay gap entro il 2020. Da noi si combattono gli incidenti sul lavoro mettendo un operaio scampato al rogo della Thyssen capolista alle elezioni politiche, il razzismo mettendo un ministro nero all’integrazione, la questione generazionale infilando un po’ di millenials a caso sul treno o sul palco, alle spalle del Segretario.

Segnali, simboli che regalano titoli, fanno fare splendide fotografie, magari regalano pure vetrine insperate oltre confine. Ma che non servono a nulla, o addirittura finiscono per complicare le cose. Perché alla prima occasione, una volta che i riflettori si spegneranno sull’Olimpico, i tifosi della Lazio la faranno pagare a Lotito e alla squadra. Perché l’antisemitismo nelle curve troverà terreno fertile nella lotta contro il politicamente corretto, il pensiero unico, il reato d’opinione. Perché si consoliderà la consapevolezza che la politica è sostanzialmente innocua, capace solo di fare ammuina e di spararla più alta possibile, per il titolo del giorno dopo. Perché fino al prossimo moto d’indignazione generale, non gliene fregherà più nulla a nessuno. Arrestateli, fategli pagare quel che meritano di pagare, invece. Inchiodateli alle loro responsabilità individuali, senza troppi titoloni. Scommettete che la smettono?

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/10/25/leggere-anna-frank-allo-stadio-non-serve-a-nulla-smettetela-con-le-bat/35955/

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