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L'elefante della Minerva ancora senza zanna, incerti i tempi del restauro

Roma – La statua dell’Elefante di Gian Lorenzo Bernini, che sostiene l’obelisco di piazza della Minerva a Roma, è stata sfregiata da un gruppo di vandali. Alla storica scultura è stata spezzata una zanna e altri segni di vandalismo sono stati rilevati in prossimità della parte dannaegiata.

L’elefante del Bernini è un piccolo gioiello del Barocco romano, ma anche un’inesauribile fonte di motti e lazzi dei romani, che lo chiamarono il “porcino della Minerva” per la sua stazza giudicata eccessiva anche per un pachiderma.

TEMPI E COSTI DEL RESTAURO 

Per risistemare la statua – secondo la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali del Campidoglio – sarà necessaria una spesa che va dai 1.500 ai  2.500 euro e l’intervento durerà al massimo due o tre giorni. Ma purtroppo non può essere fatto subito. La parte del monumento caduta è stata posta sotto sequestro giudiziario e pertanto al momento non è possibile intervenite immediatamente per ricollocarla. Gli uffici della Sovrintendenza, in attesa del dissequestro del frammento, verificheranno lo stato conservativo della zanna nel punto di frattura e, nell’occasione, si effettuerà il monitoraggio dello stato conservativo di tutto il monumento, che è stato restaurato a cavallo tra il 2011 e il 2012. 

I funzionari capitolini, dopo il sopralluogo, hanno stimato una caduta di una integrazione in malta della punta della zanna sinistra dell’elefantino. Il pezzo, a forma di cono, misura 12 cm di lunghezza e ha un diametro tra i 7 e gli 8 cm alla base. Dalle ricerche risulta che l’integrazione era già presente in entrambe le zanne nel restauro del 1977. 

PROCURA APRE UN’INCHIESTA

La Procura di Roma procederà per il reato di danneggiamento di opera d’arte. Il procuratore aggiunto Roberto Cucchiari è in attesa di una informativa da parte della Polizia Municipale che ha già provveduto a sequestrare il frammento divelto ed è alla ricerca di qualche filmato utile proveniente dalle telecamere di sorveglianza della zona, a due passi dal Pantheon, nella speranza di individuare chi ha compiuto il danno.

 

Sfregiato l’#Elefante di #Bernini a Roma ad opera di vandali che continuano a pugnalare la Bellezza. Che dolore. pic.twitter.com/JdFbbJzDUq

— Pawel Gorajski (@Gorajski) 14 novembre 2016

 

LA STORIA DELLA STATUA DELL’ELEFANTE

La statua si trova a due passi dal Pantheon e ha una lunga storia alle spalle che inizia nel 1665, quando nel giardino di proprietà del convento domenicano annesso alla chiesa fu rinvenuto un piccolo obelisco, alto circa 5 metri e mezzo, con iscrizioni in geroglifici sui quattro lati. Era una delle numerose guglie egizie che decoravano l’Iseum, un enorme luogo di preghiera dedicato alle dee Iside e Serapide, il cui culto era stato importato dall’Egitto e che aveva molti seguaci tra i Romani; in epoca classica l’Iseum sorgeva nelle immediate vicinanze dell’attuale chiesa.

Papa Alessandro VII decise di farlo erigere davanti alla chiesa di Santa Maria. Per poter scegliere una base per il monumento diversi architetti di fama sottoposero i loro progetti ad una commissione papale. Uno di essi era un prete domenicano, Padre Domenico Paglia. Secondo il suo progetto, l’obelisco avrebbe dovuto poggiare su sei piccoli colli (gli stessi “montini” che apparivano nello stemma di famiglia dei Chigi, a cui Alessandro VII apparteneva), con un cane a ciascuno dei quattro angoli. Il cane era il simbolo dei domenicani, i quali dal latino Dominicanes venivano anche chiamati Domini canes, cioè “i cani del Signore”, per sottolinearne la fedeltà.

Il papa respinse il progetto, poiché ciò a cui mirava non era un monumento autocelebrativo, ma un simbolo della Divina Saggezza, che richiamasse l’antico significato di quel luogo. Fu dunque interpellato Gianlorenzo Bernini perché ideasse una base adatta all’obelisco.

Dei molti disegni presentati, fu scelto l’elefante, quale rappresentazione simbolica della forza: “…è necessaria una robusta mente per sorreggere una solida sapienza”, dice l’iscrizione su uno dei lati del monumento. Proprio in quei giorni in tutta l’Urbe si parlava di un elefantino (vero), portato in omaggio dalla regina Cristina di Svezia che si era appena convertita al cattolicesimo. Su quell’elefante Bernini modellò il suo, ispirandosi anche alla Hypnerotomachia Poliphili (“la battaglia d’amore in sogno di Polifilo”) di Francesco Colonna, un romanzo del XV secolo molto conosciuto a quei tempi e ricco di allegorie, in cui il protagonista incontra un elefante di pietra che trasporta un obelisco.

Nacque però il problema del peso: l’elefante, con il piccolo obelisco sulla groppa, doveva nel progetto originale sostenersi sulle sue zampe. Bernini, che lottò come un leone per difendere la sua idea, fu alla fine indotto dal papa in persona (sobillato dai domenicani) a correggere il progetto inserendo un cubo di pietra sotto la pancia dell’animale, per evitare che il peso eccessivo facesse collassare la struttura. L’artista tentò allora di mascherare il rude cubo di pietra scolpendo un’elaborata gualdrappa dell’elefante, ma nonostante il tentativo la statua si mostrava in complesso molto appesantita. Per questa ragione, dopo il suo innalzamento nella piazza, avvenuto l’11 luglio 1667 (nel frattempo il papa era morto da una quarantina di giorni), la gente cominciò a chiamarla il Porcino della Minerva.

In seguito il nome mutò in Pulcino forse per un semplice motivo fonetico: persosi col passare del tempo il ricordo del fatto, porcino fu probabilmente confuso con purcino, che è appunto la forma dialettale romana per pulcino. Ma Bernini, dice la leggenda, si vendicò contro i domenicani per aver “rovinato” il suo progetto: l’elefante volge le terga al convento: “E grida con la proboscide rivolta all’indietro – recita un motto dell’epoca – frati domenicani, qui mi state!”.

 

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