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L’enigma del carciofo

Di ilsimplicissimus –

carciofi-alla-giudia-seventyoneplaceOggi voglio raccontarvi qualche fatto minimo, di quelli così eterei che sembrano soltanto sfiorare il cuore di tenebra dei problemi che ci troviamo ad affrontare e che tentiamo di superare o di dimenticare a seconda delle nostre possibilità. Eppure esso a che a fare con i guinzagli degli immaginari collettivi, delle egemonie culturali, con la permanenza e la pervasività dell’arcaico tra le pieghe di società complesse e auto nominatesi civili che alla fine vivono solo di una irresolubile dialettica amico – nemico. Tutto ciò che in definitiva ci impedisce di uscire dagli autismi storici. E’ singolare come certi missionari in Centro e Sud America accusassero di barbarie le popolazioni autoctone che spesso ricorrevano alla teofagia ossia al sacrificio rituale dell’animale totemico o anche il cannibalismo rituale dell’uomo Dio, quando il cattolicesimo di cui erano portatori tutt’altro che sani, a giudicare dalle stragi, è una religione integralmente basata proprio sul rito dell’ingestione divina. E badate che la Chiesa rifiuta da sempre l’idea che questa pratica abbia un carattere solamente simbolico, visto che nell’ostia si troverebbe realmente il sangue e il corpo di Cristo a dispetto di ogni possibile chimica: solo le forme sono stilizzate, etereamente tradotte in pane azzimo e sottratte alla grigliata mista del mondo pagano. Una cosa è comunque certa: che persone così lontane dal rispetto dell’altro al punto da non cogliere analogie evidenti, non potevano comportarsi in maniera sostanzialmente diversa dai conquistadores. Anzi per i nuovi schiavi riottosi venne inventata la pena capitale dell’agnello, l’animale più comune nella cucina degli indios e contemporaneamente quello più vicino alla simbologia neo testamentaria: ai prigionieri veniva fatto mangiare solo e soltanto coscia di agnello priva di grasso finché non deperivano e morivano. Gli occidentali ne hanno tratto dopo secoli un solo prezioso insegnamento: le virtù dimagranti della dieta dissociata.

Ora facciamo un balzo nel tempo e nello spazio e chiediamoci se ciò che sta succedendo in Palestina, abbia o meno qualcosa a che fare con la condanna da parte del rabbinato di Israele dei carciofi alla giudia, uno dei capisaldi della cucina ebraica italiana, considerati cibo non Kasher (uso la parola sefardita, più diffusa, mentre Koscher è la forma askenazita utilizzata dagli anglofili e dunque dai giornalai nostrani) perché conterrebbero vermi, impossibili da eliminare, trasformandolo in cibo proibito o impuro, non adeguato. Ora la cosa è molto strana perché questi ortaggi sono attaccati solo da due afidi particolari, la nottua del carciofo e la vanessa del carciofo, i quali colpiscono la pianta quando è ancora giovane, attaccando i germogli in primavera e in autunno, causandone la deformazione e l’appassimento. Dunque questi carciofi potenzialmente infestati non entrano mai in commercio e tanto meno in cucina, anzi vengono immediatamente sradicati per impedire il diffondersi della malattia. Quindi si potrebbe dubitare della consistenza di questa inappellabile sentenza, ma si sa che i grandi sacerdoti di qualsiasi credo hanno sempre poco a che vedere con la realtà a meno che non siano loro a stabilirla o a crearla e chissà come mai non hanno vermi i “carciofi del barone” introdotti in Israele nel 1880 dal Rothschild e disgraziatamente superati in grandezza dagli ortaggi coltivati nel Neghev da famiglie ebraiche di origine italiana che hanno saputo mettere insieme l’arte tutta veneziana di coltivare preservando dal sale eccessivo e l’efficacia di un ormone scoperto in Giappone negli anni ’20 del secolo scorso.

Mi chiedo semplicemente se queste insensatezze, questi arcaismi, queste malattie del clericalismo universale, non importa a quale campo o cultura appartengano. che non costituiscono un riscatto spirituale dalla modernità, ma ne sono anzi l’estensione più banale, siano un buon viatico verso la possibilità di comprendere le ragioni dell’altro, di dialogare, di ascoltare, insomma di uscire dalla propria soffocante prigione di idee e di prospettive. Siano una base umana di minima comun comprensione. E’ solo una domanda a cui lascio rispondere Neruda:

“Così finisce in pace la carriera del vegetale armato che si chiama carciofo,
poi squama per squama spogliamo la delizia e mangiamo la pacifica pasta
del suo cuore verde.”

L’enigma del carciofo

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