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Lettera a Maltese

Gentilissimo dottor Maltese,

non posso non riconoscerlo. Che una firma autorevole del giornalismo italiano prenda finalmente posizione contro lo sfacelo della nostra scuola, come dire: non ha prezzo. Lei ha ragione su tutto: sui tagli alla cultura, sui bassi stipendi degli insegnanti, sulla distruzione morale che da decenni la propaganda neoliberista propugna, sul famigerato ingresso dei privati, e delle loro logiche di profitto, avvallato dal governo Renzi e dalla sua sedicente Buona Scuola.. D’accordo su tutto, dottor Maltese: nulla da dire.

Se posso suggerirle un consiglio, però, eviti di raccontare al mondo che nessuno, dalle nostre parti, si ribella. E’ troppo facile, così. E’ un po’ come quella moglie che cava gli occhi al marito e poi si vanta che lui, le altre donne, mica le guarda.

La verità è che, da sedici anni a questa parte, l’urlo disperato di moltissimi di noi rimbalza, sordo e impotente, sul muro di gomma dei vostri giornali, riducendosi puntualmente a un inquietante, schiacciante e risentito silenzio. Centinaia di migliaia di insegnanti scendono periodicamente in piazza a manifestare contro lo smembramento dell’istruzione pubblica. Ma la loro protesta cade nel nulla, o viene raccontata come la solita perdita di tempo di quattro fannulloni che ne approfittano per non lavorare. Ah, questi professori che si rifiutano di lasciar la famiglia a Palermo per prender cattedra a Torino! Se avessero davvero voglia di lavorare..! Ecco, concetti e frasi come queste (spesso masticate da gente che, per lavoro, manco si sposterebbe da Milano a Rho), sono tutto ciò che resta delle nostre proteste, quando gli striscioni vengono riavvolti e i (pur modesti) riflettori, spenti. Il tutto, in quel clima di totale discredito che i governi del terzo millennio hanno scrupolosamente seminato, ma che i suoi colleghi, dottor Maltese, si sono ben guardati dal contrastare. A questo aggiunga, se vuole, la berlusconiana e ormai ben consolidata prassi di un governo che lascia urlare per qualche ora gli oppressi, per poi ignorarne completamente le istanze. Vantandosi, però, di tutta la democrazia che ci “consente”. Di quanta possibilità concede, a ognuno di noi, di dire (inutilmente) “la sua”.

Vogliamo davvero che questo silenzio crolli? Facciamo raccontare davvero quel che accade nelle nostre scuole pubbliche, ogni mattina. Facciamolo raccontare da chi le frequenta, quelle scuole. Perché, vede, la maggior parte dei suoi colleghi che si occupano di questo tema, ne sanno veramente poco. Si sente da come le raccontano, le cose; si sente anche solo dai vocaboli, dai termini specifici che utilizzano. Fatelo dire a noi quel che succede a scuola. E vedrà che quel silenzio che lei lamenta, come d’incanto, svanirà.

Glielo assicura uno chiamato qualche anno fa a scrivere su questo argomento sulle pagine di un grande quotidiano. Invitato a collaborare da un importante giornalista e scrittore, all’epoca vicedirettore di quello stesso giornale, il sottoscritto ha preso a narrare finalmente questa nostra scolastica quotidianità. A descrivere il disagio di chi ogni giorno lavora tra i banchi. A raccontar del quotidiano mobbing, dell’indolenza e dell’ignoranza diffusa, di saperi minimi e di massimi pregiudizi di questa ventennale catena di riforme, tutta orientata a consegnare la nostra scuola alle grandi aziende private. Per scaricarsi i costi e abbandonare i giovani a fredde logiche da impiegatucci da pochi euro all’ora. Per sfornar personcine docili e indolenti. Discretamente inconsapevoli, ma marcatamente sottomesse e facilmente manipolabili.

L’epilogo lo immagina di certo. Nel giro di un paio di articoli, questa mia collaborazione si è spenta. E così anche il sottoscritto, dottor Maltese, è ripiombato nel girone di quelli a cui prima vien tolta la voce, e poi rimproverato di non lamentarsi mai.

Pietro Ratto – 4 gennaio 2017

http://www.boscoceduo.it/Maltese.htm

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