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«I sommersi e i salvati di Bergoglio»

«I sommersi e i salvati di Bergoglio»
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«I sommersi e i salvati di Bergoglio»(©LaPresse) Bergoglio arcivescovo di Buenos Aires.

ANDREA TORNIELLI –
Città del Vaticano –

Di tutti i libri finora usciti su Jorge Mario Bergoglio, il gesuita, l’arcivescovo e il Papa, quello di Nello Scavo è senza dubbio il migliore. Perché, «I sommersi e i salvati di Bergoglio» (Piemme, pp. 264, euro 16.50, in libreria dal 14 ottobre), saggio che amplia e aggiorna una prima inchiesta uscita un anno fa, non soltanto racconta Bergoglio attraverso testimonianze e documenti inediti relativi a uno dei periodi più bui della storia argentina – quello della dittatura e dei desaparecidos – ma capovolge anche in modo convincente e definitivo una «leggenda nera» contro il gesuita, costruita prima del conclave del 2005 e riproposta nel 2013.

 

Tutti coloro che hanno vissuto l’elezione di Francesco lavorando nella redazione di un giornale ricordano come quel 13 marzo 2013, pochi minuti dopo l’«Habemus Papam» e il primo affaccio del nuovo vescovo di Roma, le agenzie di stampa e i social network rilanciavano l’accusa – falsissima – di connivenza con il regime negli anni della dittatura militare argentina. A fare il giro del mondo c’era anche una fotografia che ritraeva un anziano prelato con i capelli bianchi (presumibilmente un vescovo) ritratto mentre dava la comunione al generale Videla. A metterla in circolazione, affermando che quel prelato era Bergoglio, il Papa appena eletto, era stato il noto regista americano Michael Moore, autore di tanti film di denuncia contro il potere.

 

A dire il vero non occorreva essere molto esperti per accorgersi di due cose evidentissime. La prima: quel prelato aveva i capelli bianchi già negli anni Settanta e non assomigliava affatto a Bergoglio. La seconda: se si fosse trattato di lui ci troveremmo di fronte a un Highlander, perché il nuovo Papa sembrava più vecchio trenta-quarant’anni fa di quanto non lo sembrasse al momento dell’elezione. Colpiva la facilità con cui molti colleghi avevano presa per buona quella bufala.

 

Nello Scavo, cronista vecchio stampo, si è recato in Argentina e ha rintracciato una considerevole mole di testimonianze. Non si tratta di un volume che ha la pretesa di raccontare la storia degli anni della dittatura argentina. Ma è un libro preziosissimo per conoscere meglio l’atteggiamento tenuto da Bergoglio in quel periodo, e l’eccezionale catena di salvataggio della quale fu protagonista per salvare la vita di tante persone, giovani, padri e madri di famiglia, uomini e donne.

 

Per molti anni gli amici di Papa Francesco a Buenos Aires non si sono dati ragione del fatto che Bergoglio non abbia mai voluto rispondere pubblicamente, raccontare la verità di quanto accadde, cioè il fatto che lui agì esattamente in modo opposto rispetto alle accuse: non fu collaterale al regime, si impegnò fino in fondo, e con notevole rischio personale, per aiutare, salvare, nascondere, far espatriare coloro che erano perseguitati dal regime dittatoriale. Calunnie che per lungo tempo sono state rovesciate contro Bergoglio dal giornalista Horacio Verbitsky, per la gioia dei settori dell’ultra-destra argentina che non amavano il cardinale.

 

Seguendo la falsa pista suggerita dai dossieraggi manipolati, alla fine della sua inchiesta non ha trovato lo scoop di un’accusa fondata contro il nuovo Papa. Ha scoperto molto di più. Ha registrato decine di testimonianze convergenti che raccontano delle operazioni e dei sistemi escogitati da Bergoglio – a quel tempo giovane provinciale dei gesuiti argentini – per proteggere e salvare decine di potenziali desaparecidos, uomini e donne finiti nel mirino della repressione del regime. Più di cento, secondo la ricostruzione dell’autore del libro.

 

Per invogliare alla lettura del libro, vi proponiamo uno stralcio del quinto capitolo, dove si racconta di uno dei primi interventi di Bergoglio, riguardante l’Uruguay (Paese che ricadeva sotto la sua giurisdizione della Provincia gesuitica). Da questo episodio si comprende come il futuro Papa agisse in contatto diretto con il superiore generale dei gesuiti, padre Pedro Arrupe. Uno dei ragazzi sequestrati e poi liberati nel 1975 è stato nominato l’anno scorso da Francesco arcivescovo di Montevideo.

  

«Il Venerdi Santo del 1975 padre Carlos Meharu stava celebrando in una chiesa di Montevideo i riti del triduo pasquale, rievocando la Passione e la Crocifissione. D’improvviso irruppero i militari delle Forze Congiunte. Lo trascinarono via con altri cinque gesuiti e un gruppo di trentatre laici, alcuni dei quali erano minorenni. Meharu era il superiore provinciale, in altre parole il capo dei gesuiti dell’Uruguay. Mai, prima di quel giorno, i militari si erano spinti a tanto. Padre Jorge Scuro, uno dei sacerdoti che lavoravano con Meharu, apprese della retata solo il giorno successivo. Non sapeva cosa fare per salvare i prigionieri. Finché non si ritrovò a Buenos Aires, la domenica di Pasqua, chiuso in una cabina telefonica insieme al capo dei gesuiti argentini, Jorge Mario Bergoglio. (…)».

Fonte

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